Cosa succede nel mondo?

Caro internauta hai la possibilità di approfondire e aggiornarti periodicamente su fatti e dinamiche all’interno del vastissimo e complesso panorama internazionale. Buona lettura.

LA BAIA DEI PORCI VENEZUELANA: quindici persone, fra cui anche due cittadini americani, sono state arrestate per un tentativo fallito di «invasione» del Venezuela via mare. Lo ha annunciato il presidente del paese latinoamericano in persona, Nicolas Maduro, parlando alla televisione pubblica «Vtv». Il capo dello  Stato  ha definito i due statunitensi arrestati «membri della sicurezza» del presidente Usa Donald Trump, mostrandone i passaporti. Si tratta di Luke Denman, 34 anni, e Airan Berry, 41 anni. Secondo i media venezuelani è stato gruppo di mercenari addestrati da un ex maggior generale Clíver Alcalá, che ha disertato nei confini colombiani fondando tre campi di addestramento. “Stiamo attaccando dalla Colombia, ci serve il vostro aiuto”. In un video l’ex ufficiale della Guardia Nazionale venezuelana, Javier Nieto Quintero e l’ex berretto verde Usa, Jordan Goudreau, hanno annunciato l’avvio della “Operation Gideon” per far cadere il governo di Nicolas Maduro. L’obiettivo è quello di catturare/eliminare alti funzionari del governo. “Unitevi a noi”, hanno detto rivolti ai soldati venezuelani. Goudreau ha parlato al Washington Post. L’ex membro delle forze speciali, 43enne, reduce dalle guerre in Iraq e Afghanistan ora titolare di una società di sicurezza in Florida, ha spiegato che l’operazione coinvolge 60 militari, infiltrati in Venezuela via terra e via mare.

Il presunto tentativo di invasione avviene poco più di un anno dopo l’appello di Guaidò alla rivolta dell’esercito. Il 30 aprile 2019, aveva invano cercato di far ribellare i militare contro l’«usurpatore» presidente Maduro. Da allora, il capo dell’opposizione viene regolarmente accusato di essere coinvolto in vari complotti, che sarebbero sostenuti dalla Colombia e dagli Stati Uniti, contro il presidente socialista, che invece continua ad essere sostenuto dallo stato maggiore dell’esercito e, dall’estero, da Cina, Russia e Cuba. La tensione in Venezuela ha spinto il  segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres ad avvertire contro un’eventuale escalation della situazione in Venezuela. «Abbiamo visto le notizie, sulle quali non abbiamo informazioni indipendenti. Siamo contrari ad una escalation della situazione in Venezuela. Il modo per risolvere il problema è il dialogo politico e il pieno rispetto dei diritti umani», ha dichiarato, per il tramite del suo portavoce Stéphane Dujarric. Il Dipartimento di Stato americano non ha fornito alcun commento sugli arresti e ha negato qualsiasi coinvolgimento del governo americano nelle incursioni. Parallelamente l’epidemia da Covid-19 non si ferma in Venezuela anche se sono registrati soltanto 361 casi confermati al 05 maggio e circa 10 decessi. Il settimanale britannico The Economist definisce il quadro sanitario venezuelano “terrificante”. Sebbene nell’emisfero i più colpiti siano gli Stati Uniti, in America Latina il numero di contagiati sta aumentando velocemente. Tre settimane fa aveva solo lo 0,1% dei pazienti ed oggi ha il 2,4%. Tutto indica purtroppo che si tratta della punta dell’icerberg. Tuttavia, l’indice di Sicurezza Sanitaria Mondiale dell’Economist Intelligence Unit posiziona il Venezuela nel posto 176° su 195 Paesi per livello di preparazione per fare fronte ad una pandemia.

[Autore: Silviu Rotaru, 05/05/2020, fonti: AlJazeera, Il Post, formiche.net, apnews]

BALCANI IN FERMENTO: Polonia: prosegue il “silenzioso assalto” di Varsavia a Minsk. Dopo aver siglato accordi per facilitare i movimenti transfrontalieri, sul commercio e addirittura sull’energia (venduta dai polacchi ai bielorussi), il governo ha inviato un carico umanitario consistente a base di maschere, tute, strumentazione ospedaliera. Questo accade mentre i rapporti fra Minsk e Mosca sono congelati, completamente.
Occhio alla Polonia, l’anno scorso è entrata ufficialmente nel club delle economie avanzate (unico paese dello spazio post-comunista finora), sta sviluppando un nucleare civile, è sulla strada della de-russificazione del proprio comparto energetico, sta ammodernando il proprio esercito a ritmi serrati (spendendo, in rapporto, più di Germania e Italia insieme), ha creato un partenariato strategico con l’Ucraina ed è a capo dell’area Visegrad-Baltici.
Insomma, parliamo di un paese che ancora viene dipinto come una maceria postcomunista, tipico paese povero est-europeo, ma che invece ha un’agenda estera più viva e florida di quella italiana – ed un’economia che cresce in continuazione dai primi anni 2000, una delle poche a non contrarsi negli anni della crisi del 2007-2009.
Se il blocco UE-USA riuscirà a portare via la Bielorussia dalla sfera d’influenza russa sarà anche per merito della Polonia. Queste sono le “nuove potenze” alle quali dedicare attenzione.
Intanto il leader della repubblica serba di Bosnia, per la prima volta, parla esplicitamente della possibilità di secessione “qualora Sarajevo dovesse fallire nel capire gli interessi serbi”. Per ora, intanto, si chiede maggiore autonomia.
Repubblica di Moldova e repubblica autonoma di Gagauzia. Come la Transnistria, sede di un conflitto congelato, ma con una peculiarità: è abitata dai gagauzi, un popolo turco. Erdogan recentemente ha riportato in vita le loro aspirazioni, delegando la TIKA (Agenzia Turca per lo Sviluppo) alla ricostruzione della repubblica: strade, ospedali, biblioteche, parchi, edifici. Spuntano le prime moschee ed anche i primi convertiti all’islam. E sullo sfondo del COVID19, le autorità gagauze annunciano che presto a Comrat, capitale della repubblica, verrà aperto un consolato turco. Gli stessi media moldavi si chiedono il perché.
RUSSIA: la chiesa ortodossa russa ha inviato alla Protezione Civile della Puglia 8 tonnellate di materiale sanitario per fronteggiare l’emergenza Covid19.

[Autore: Emanuel Pietrobon – 26/04/2020]

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UE converge sul Recovery fund. Ma c’è tanto da lavorare: Le indecisioni sulle misure da adottare per fronteggiare l’emergenza Coronavirus hanno messo in luce le fragilità del modello europeo, innescando un meccanismo basato sulla competizione tra i paesi di cui si potrebbe fare a meno. Inutile sottolineare che già in passato questo fattore abbia creato delle forti divisioni tra i paesi del Nord e quelli del Sud dell’Europa, piuttosto che favorire quel meccanismo di solidarietà e cooperazione tanto caro ai padri fondatori della comunità europea.

Da queste evidenti difficoltà, il Consiglio europeo ha dato il via libera alle misure discusse nel corso dell’Euro gruppo di qualche giorno fa, ovvero il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP), lo stop al Patto di Stabilità, la flessibilità sugli aiuti di stato, il piano della Bei e la possibilità di accedere al Mes fino al 2% del Pil senza ricorrere ad un programma di rigorose correzioni macroeconomiche previste dall’art.3 del Trattato sul meccanismo europeo di stabilità. Per l’Italia, l’accesso a questo strumento di assistenza finanziaria, equivale a circa 35/37 miliardi disponibili entro due settimane fino alla fine dell’emergenza per sostenere il finanziamento interno dell’assistenza sanitaria diretta e indiretta, compresi i costi relativi alla cura e alla prevenzione dovuti alla crisi COVID-19. La possibilità di accedere al Mes ha diviso la maggioranza di governo durante la procedura di voto delle proposte dell’Eurogruppo nella seduta plenaria del Parlamento europeo. Anche se dopo il Consiglio europeo di ieri, l’accesso al Fondo Salva Stati potrebbe concretizzarsi non solo per l’Italia ma anche per altri paesi europei. 

In questa cornice economico-giuridica, la novità riguarda l’incarico affidato alla Commissione europea di creare un Recovery fund, ovvero un fondo di recupero per preparare e sostenere la ripresa mediante finanziamenti attraverso il bilancio dell’UE per rilanciare l’economia, in linea con le priorità europee e garantire la solidarietà dell’UE con gli Stati membri più colpiti. L’iniziativa sostenuta da Francia, Italia e Spagna ha ottenuto il placet degli altri leader europei, al fine di creare una terza linea di credito commisurata ai costi straordinari dell’attuale crisi che contribuirebbe a diffonderli nel tempo attraverso finanziamenti adeguati.

Anche se la Commissione dovrà definire i dettagli sull’entità del fondo e sulle modalità in cui verrà presentato ai paesi membri, ovvero tramite trasferimenti diretti ai Paesi maggiormente colpiti dalla crisi oppure sotto forma di ulteriore debito. Parafrasando le parole del presidente del Consiglio europeo Charles Michel, è importante dimostrare ai Paesi più colpiti dalla pandemia che il progetto europeo sui Recovery fund sia credibile e contenga prestiti e sussidi a fondo perduto per i paesi maggiormente compiti dal Covid19. La Commissione europea avrà il compito di sciogliere ogni dubbio e optare per il meccanismo che meglio si sposa con l’ambizioso progetto europeo del Recovery fund.

[Autore: Kevin Gerry Cafà – 24/04/2020]

UN NUOVO IRAQ SIMILE A QUELLO VECCHIO?Mustafa al-Kadhimi è stato designato come nuovo Primo Ministro. L’annuncio giunge al termine della riunione al Palazzo della Pace, sede della presidenza irachena a Baghdad. Fino l’altro giorno, Al-Kadhimi, capo dell’Intelligence irachena, ritenuto l’attore infra-nazionale più credibile tra politica estera e interna, è stato chiamato a formare un nuovo governo. Nel suo discorso di ieri sera, “l’Iraq è degli iracheni e le decisioni dell’Iraq sono nelle mani dei suoi figli”, si evince un messaggio dal doppio significato: una coesione interna politica e un secondo, di integrità territoriale, diretto alle forze straniere occidentali e non, stanziate nel territorio iracheno.

Il conflitto politico. Da tempo le Brigate Hezbollah (braccio armato filo-iraniano in Iraq) avevano tentato di impedire la candidatura di Kadhimi; contrapponendosi all’appoggio da Ameri (il politico più vicino all’Iran) nei confronti dell’ ex-capo dell’Intelligence. I paramilitari filo-iraniani accusano Kadhimi di aver aiutato gli Stati Uniti a uccidere Soleimani e il loro leader Abu Al-Muhandis nel raid dello scorso 3 gennaio; subito la smentita degli stessi servizi di Intelligence diretto dallo stesso Kazemi. E’ evidente che all’interno della politica iraniana vi sia una chiara crisi politica non limitata alla sola galassia sciita. I Curdi iracheni appoggiati prima dagli Stati Uniti, poi abbandonati da quest’ultimi, ora affrontano le milizie curde del Pkk. Le tribù sunnite irachene che accettano fondi israeliani si avvicinano sempre di più a Baghdad e mantenendo rapporti con le milizie sunnite siriane, mettono a rischio la credibilità di una Federazione sunnita. Fattori che continuano a essere oggetto di destabilizzazione e confusione, creano la “situazione perfetta” per le forze straniere nel raggiungere i propri obiettivi all’interno del paese. Mike Pompeo annuncia che da metà giugno si avvierà un dialogo “strategico”, possibilmente con il governo di Mustafa al-Kadhimi, e discutere nuovi schieramenti militari statunitensi nel Paese dove rimangono solo tre basi militari su quattordici. Anche dall’Iran, attraverso il Ministro degli Esteri Abbas Mousavi, ha accolto con favore la nomina di al-Kashimi, considerato come un passaggio “giusto”, dichiarando la “piena disponibilità a cooperare con il governo iracheno in modo da poter superare i problemi e raggiungere grandi obiettivi del popolo iracheno e della massima autorità religiosa”. Mentre l’ex capo dell’Intelligence è impegnato nella ricerca di 165 parlamentari a sostegno del nuovo governo, l’emergenza coronavirus che dilaga e la crisi petrolifera. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran all’interno dell’Iraq sembra prendersi una pausa, l’obiettivo è delineare nuove strategie in vista di una nuova fase e rafforzare/eliminare quelle precedenti. Chi spera in una pace o un’attimo di respiro non conosce la realpolitik delle grandi potenze. In tempi di crisi come questa la migliore strategia consiste nell’attacco, con la speranza, di ribaltare in modo semi-decisivo la situazione permanente.

[Autore: Silviu Rotaru – 10/04/2020]

BRASILE, BOLSONARO DA SOLO CONTRO IL VIRUS: venerdì 27 febbraio è partita la campagna presidenziale di Bolsonaro con lo slogan “O Brasil não pode parar”, il Brasile non può fermarsi, simile alla campagna del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, “Milano non si ferma” per poi quest’ultimo ritirare la campagna e dichiarare apertamente il suo errore politico. In Brasile invece è intervenuto direttamente il tribunale federale di Rio de Janeiro, vietando al governo la campagna di disinformazione rischiando di innescare un’emergenza nazionale dai risvolti catastrofici. Al momento sono 3.500 i casi accertati e 93 vittime del Covid-19, diventando il paese più colpito dell’America Latina, molti criticano i dati ufficiali che rappresentino solo una piccola percentuale dei dati reali. Intanto è diventata prassi comune la “disobbedienza civile” contro le direttive presidenziali, molti governatori 25 su 27, stanno rinnovando le misure di contenimento e sicurezza di intere città intere contro l’epidemia da Covid-19. La preoccupazione è altissima, un gruppo di vescovi, avvocati, scienziati e giornalisti hanno firmato un documento “Rimanete a casa, disinformazione di Bolsonaro grave minaccia per la salute di tutti”. Nella nota gli organismi firmatari raccomandano alla popolazione di rimanere a casa. Nella campagna per limitare i spostamenti si uniscono anche le gang di zona, come il Comando Vermelho, imponendo un coprifuoco ai cittadini “la situazione sta diventando seria e c’è gente che crede sia uno scherzo. Adesso starete in casa, con le buone o le cattive. Chi sarà trovato per strada imparerà il rispetto del prossimo”. Le favelas con il 6% della popolazione brasiliana, circa 11,4 milioni di brasiliani sono i posti a più alto rischio, si contano meno di un medico ogni 10 mila abitanti e in tempi normali si registra un delitto ogni 17 secondi. Intanto il Presidente Bolsonaro, visto sabato scorso sulle strade di Brasilia abbracciando e regalando selfie ai cittadini accusa la stampa di seminare il panico. Dopo la denuncia del tribunale federale di Rio de Jeneiro i messaggi su Facebook e Twitter della campagna “Brasile non si ferma” sono stati eliminati dai profili governativi.

[Autore: Silviu Rotaru – 27/03/2020]

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AFGHANISTAN, storico accordo tra Stati Uniti e talebani: il trattato, firmato a Doha (Qatar), prevede la riduzione delle truppe statunitensi a 8.600 entro 135 giorni dalla firma previsto il 10 marzo. Il progetto voluto da Trump è avvenuto senza terzi incomodi, ossia senza la partecipazione del Governo di Kabul che viene considerato legittimo (anche dall’Italia). Vincenzo Camporini, consigliere scientifico e membro del comitato direttivo dell’Istituto Affari Internazionali di Roma – «Diciamo che l’accordo tra Stati Uniti e talebani è avvenuto senza terzi incomodi, ossia senza la partecipazione del Governo di Kabul che noi consideriamo legittimo. Si tratta quindi di un’intesa che ricorda un tavolino a tre gambe a cui ne manca una. Pertanto tale tavolino non può stare in piedi». Nelle trattative NON sono stati coinvolti gli altri Paesi Nato, suscitando irritazione essendo presenti sul suolo afgano con la missione “Operazione Sostegno Risoluto”, con la presenza di poco più di 16.000 militari provenienti da 41 Paesi alleati e partner della Nato.

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LIBIA, la “tregua” continua con bombardamenti di mortai e lanciarazzi. In questi giorni a Ginevra si sono incontrati delegati militari di Sarraj e di Haftar affermando di volere la tregua, ma di fatto i combattimenti non si sono mai fermati. Secondo l’inviato speciale dell’ONU, Ghassan Salamè che ha presieduto la riunione del Comitato militare “le due parti in dialogo stanno discutendo di una lunga lista di punti all’ordine del giorno, a cominciare dal tentativo di trasformare la tregua in un vero accordo su un cessate-il-fuoco duraturo – insistendo sul percorso tracciato alla Conferenza di Berlino sulla Libia. Le stesse nazioni che si erano impegnate in Germania a non mandare armi in Libia, continuano a farlo. Nel frattempo il scenario militare in Libano si fa sempre più “agguerrito“, i soldati di Sarraj stanno allargando le difese a sud di Tripoli e parallelamente mantengono le difese a est, i combattimenti sono più intensi a seguito dei tentativi di infiltrazione dietro le linee nemiche di Haftar. Un secondo blocco per le milizie di Haftar è lo schieramento dei sistemi di difesa anti-aerea ricevuto dalla Turchia, per questo motivo l’uomo forte della Cirenaica è costretto ad aumentare l’intensità dell’artiglieria o dei carri ma non dei raid aerei. In questi giorni i combattenti stranieri provenienti dalla Siria al soldo di Ankara stanno costantemente salendo, superando in questi giorni le 5 mila unità a sostegno delle milizie di Haftar.

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SRI LANKA nella morsa dei Grandi?La Cina rispetterà sempre la sovranità dello Sri Lanka e non permetterà alcuna interferenza esterna nei suoi affari interni“, ha dichiarato il ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese Wang Yi durante un incontrò martedì scorso con il presidente cingalese Gotabaya Rajapaksa.
Durante la sua visita Yi ha confermato il ruolo geopolitico strategico dello Sri Lanka e la necessità di continuare a sostenerlo e renderlo “economicamente forte” al fine di affrontare le molte sfide che il paese sta affrontando: “l’indipendenza economica garantirà l’indipendenza politica“, ha aggiunto Gotabaya.
Wang è il primo alto funzionario cinese a visitare lo Sri Lanka dopo l’elezione di Gotabaya del Novembre 2019. Il nuovo presidente cingalese era stato molto critico nei confronti del suo predecessore Maithripala Sirisena quando, nel dicembre del 2017, consegnò il controllo del porto marittimo meridionale di Hambantota alla Cina con un contratto di locazione di 99 anni.
Gotabaya che punta a rinegoziare questo accordo, ritenendolo inaccettabile, ha ricevuto in questi giorni anche alti funzionari giapponesi ed americani, interessati ad investire nel paese. “Gli Stati Uniti apprezzano le sue relazioni con lo Sri Lanka e non vedono l’ora di rafforzare i legami espandendo la cooperazione in materia di economia e commercio, antiterrorismo, sicurezza, giustizia di transizione e diritti umani: entrambe le nostre nazioni ne trarranno beneficio“, ha twittato il vice segretario di Stato americano Alice Wells.
La Cina, preoccupata di vedersi sottrarre il paese dalla sua sfera di influenza e di pregiudicare la Belt and Road Initiative, ha quindi messo l’acceleratore: si parla ora, oltre a sviluppare la capitale Colombo ed il porto di Hambantota, di creare hub logistici e di spedizione, centri industriali e finanziari, nonché incrementare gli scambi e la cooperazione nei settori chiave dell’agricoltura, del turismo, della tecnologia e dell’istruzione. Dal 2009 dopo 25 anni di guerra civile tra governativi e l’organizzazione nazional-comunista Tigri Tamil di etnia Tamil, il paese sembrava ritornare alla “normalità“, soprattutto dopo la crisi ambientale-umanitaria ed economica causata dallo Tsunami del 2004. Anche se i leader storici delle Tigri Tamil e gli ufficiali ribelli vennero arrestati o uccisi, negli ultimi anni gli attacchi suicidi contro la popolazione e le infrastrutture governative sono aumentate continuando una guerra silenziosa degli ultimi “irriducibili“, che attendano forse un “angel-investor” del terrorismo internazionale?

[Autore: Alessandro Pasi – 16/01/2020]

Leggi anche: SRI LANKA, SANGUE LUNGO LA NUOVA VIA DELLA SETA

MOZAMBICO: una ventina di persone sono rimaste uccise durante un agguato di matrice jihadista contro un minibus nella provincia di Cabo Delgado lo scorso 3 Gennaio.
La zona, nel nord del paese, è a maggioranza musulmana e dal 2017 subisce attacchi particolarmente violenti da parte di una trentina di cellule islamiste. Solo nell’ultimo anno si contano almeno 120 assalti che hanno causato oltre 320 morti, tra cui sette mercenari russi.
Circa 200 contractor del Gruppo Wagner sono infatti presenti nell’area dallo scorso settembre, quando il presidente Filipe Nyusi chiese aiuto al presidente russo Vladimir Putin per stabilizzare l’area, fondamentale per la economia nazionale.
La provincia di Cabo Delgado, da cui proviene lo stesso presidente Nyusi, è infatti un potenziale El Dorado: a Montepuez si trovano immensi giacimenti di rubini gestiti dalla inglese Gemfields; al largo delle coste di Pemba l’Eni ha scoperto uno dei più grandi giacimenti di gas naturale al mondo, pronto a entrare in produzione entro un paio d’anni; a Nagonha la Repubblica Cinese sta invece estraendo ilmenite, titanio e zirconio da una decina d’anni.
In questo clima fatto di espropri, milizie straniere, devastazione ambientale, corruzione e violenza, in una zona in cui la malaria è endemica e la denutrizione radicata, i gruppi fondamentalisti islamici hanno trovato un terreno molto fertile.
L’insurrezione, intesa da molti partecipanti come una rivolta contadina per liberarsi da un regime percepito come corrotto e mafioso sta assumendo sempre più i tratti di un conflitto religioso: i leader dei rivoltosi alludono sempre più al sogno di resuscitare i fasti degli antichi sultanati swahili della costa per emanciparsi da quella che sentono essere una ingiusta autocrazia atea e comunista.

[Autore: Alessandro Pasi – 14/01/2020]

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OMAN di Qābūs, Paese simbolo della capacità diplomatica del trattare e parlare con tutti nella regione e oltre: Lo scorso 10 Gennaio è morto a 79 anni Qābūs bin Said al Said, sultano dell’Oman. Salito al trono nel 1970 con un colpo di Stato incruento con cui spodestò il padre, era il sovrano più longevo del mondo arabo. Amante dei fiori, dei cavalli e della musica classica, ricevette la sua educazione nel Regno Unito, che servì come ufficiale di fanteria una volta uscito dal Royal Military Academy Sandhurst. Qābūs governò il paese in modo illuminato, con un ruolo da protagonista nella politica mediorientale per quasi mezzo secolo, riuscendo a mantenere l’Oman neutrale nelle numerose dispute geopolitiche dell’area di cui decisivo fu il suo lavoro costante lavoro di mediazione. Fin dagli anni ottanta, quando mediò il cessate il fuoco nella guerra Iran-Iraq, fu chiaro il ruolo che il sultano aveva in mente per l’Oman: quello di un paese ponte, equidistante tra il blocco sciita e quello sunnita. In questo fu facilitato dalla particolare corrente di Islam praticata nel regno: l’ibadismo, una sorta di terza via caratterizzata da grande moderazione e dal ripudio della violenza.
Ciò permise al paese una certa autonomia nelle relazioni internazionali: pur essendo uno storico alleato del Regno Unito e degli Stati Uniti, Qābūs stabilì normali relazioni diplomatiche con l’Iran, paese per cui spesso fece da intermediario, arrivando ad ospitare i colloqui segreti che nel 2015 condussero all’accordo sul programma nucleare iraniano.
Da segnalare che il Sultano respinse sempre con vigore i reiterati tentativi sauditi di creare un’unione militare tra i Paesi aderenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo Fedele alla sua equidistanza, negli ultimi anni vi erano stati molti contatti con Israele, con tanto di storica visita di Netanyahu nel 2018. Non avendo Qābūs avuto figli, il trono è andato Haitham bin Tariq al-Said, già ministro della Cultura dell’Oman, nonché segretario generale del ministero degli Affari esteri. Durante il suo primo discorso pubblico il nuovo sultano ha da subito assicurato che il Paese continuerà a mantenere quella politica di “non ingerenza” ed equidistanza perseguita dal suo predecessore, cercando inoltre di adoperarsi per porre fine agli scontri e ai conflitti nella regione.

[Autore: Alessandro Pasi – 13/01/2020]

Leggi anche: UNA STRATEGIA EUROPEA PER LA TURCHIA DI ERDOGAN

Abkhazia, la Russia teme colpo di stato: mentre la Corte suprema stava esaminando il ricorso presentato dal leader dell’opposizione Alhas Kvizinija i disordini fomentanti dalla stessa opposizione sono culminati in un assedio al palazzo presidenziale che ha visto la fuga del presidente in carica Raul Khajimba. Secondo la Commissione elettorale, il presidente in carica avrebbe ottenuto al secondo turno il 47,39% dei voti, mentre il leader dell’opposizione il 46,17%. Per l’opposizione i risultati ufficiali erano illegali in quanto nessuno dei candidati ha vinto oltre il 50% dei voti (una prerogativa della legge abcasa, per vincere al primo turno un candidato deve ottenere il 50% più uno dei voti validi. Se questo non avvenisse, è previsto un secondo turno a due settimane di distanza). Il 12 gennaio le autorità della Corte Suprema ha organizzato un nuovo round di elezioni presidenziali il prossimo 22 marzo, approvata all’unanimità, annullando l’esito delle elezioni dello scorso settembre. Al fine di aiutare le parti a trovare compromessi e prevenire ulteriori escalation negli scontri, il 10 gennaio il vice segretario del Consiglio di sicurezza della Russia Rashid Nurgaliyev è volato a Sukhumi, capitale dell’autoproclamata Repubblica di Abkhazia, dichiarando che – “gli sviluppi sono un “affare interno”, in questo contesto bisogna chiedere a Raul Khajimba se ha ancora le giuste credenziali per amministrare il paese. La Russia sta seguendo da vicino la situazione”. Il segretario del servizio di sicurezza abkhazo ha dichiarato che stanno verificando le notizie sulla possibile partecipazione di cittadini stranieri alle proteste di Sukhum, tra cui georgiani e ucraini. Un Trattato del 2009, della durata di 49 anni, prevede che la Russia assicuri il controllo delle frontiere terrestri, aeree e marittime dell’autoproclamata Repubblica. Dall’agosto del 2010 sono presenti batterie di missili terra aria S-300 schierati sul territorio dell’Abcasia, per la difesa aerea della Repubblica e il controllo del suo spazio aereo; è difficile non prevedere “un’intrusione” marginale all’interno degli affari della “Repubblica Abkhasa” dalle forze russe che hanno nella regioni interessi geo-strategici in chiave anti-georgiani e anti-ucraine.

[Autore: Silviu Rotaru – 12/01/2020]

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Arabia Saudita: l’Autorità Generale per il Turismo ha annunciato che i possessori di un visto Schengen, statunitense o britannico sul passaporto, potranno ottenere il visto d’entrata all’arrivo, direttamente in aeroporto. Questa misura amplia ulteriormente la storica apertura del 2019, che concesse il visto all’arrivo a ben 49 paesi. Il regno, che quest’anno ospita anche per la prima volta la Dakar, spera di incrementare gli afflussi turistici di oltre 200.000 unità. In questi ultimi mesi è in atto un profondo processo di mutamento nella monarchia saudita: si è posto fine alla segregazione nei ristoranti; sono stati annunciati progetti turistici faraonici in prossimità della costa; ed è partita la costruzione di decine di sale cinematografiche. Il Principe Moḥammad bin Salmān Āl Saʿūd sta poco a poco modernizzando il paese, per cambiare l’immagine internazionale del regno, impegnato in un scontro serratissimo con l’Iran per la supremazia sulla regione. Inoltre, a fronte di una domanda petrolifera che in un prossimo futuro sarà verosimilmente meno rilevante, il paese deve necessariamente proseguire sulla strada inaugurata dagli emirati. Questa operazione di Maquillage non elimina tuttavia la dura repressione verso chi è critico nei confronti del governo: incarcerazioni ideologiche e torture sono, sebbene sempre più in ombra, all’ordine del giorno.

[Autore: Alessandro Pasi – 10/01/2020]

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Suriname: trovato l’Eldorado dell’oro nero! La francese Total e la statunitense Apache Corporation annunciano una “significativa scoperta petrolifera”. Dopo poco meno di due settimane è avvenuta la scoperta a seguito di una collaborazione 50/50 tra francesi e statunitensi al largo della costa del paese. Dopo la serie di giacimenti scoperti da ExxonMobil in Guyana negli ultimi anni, la ricerca si sta estendendo ai paesi limitrofi, vicino alle coste venezuelane. Nuovo concorrente per il Venezuela? Non al momento e poco possibile, sia per le dimensioni delle infrastrutture petrolifere e di stoccaggio, non comparabili con quelle Venezuelane, ma sicuramente un’alternativa valida e più sicura (politicamente ed economicamente) per le imprese multinazionali degli Stati Uniti che vogliono continuare a mantenere una posizione di potere in America del sud, soprattutto visto l’inizio di una serie di nuove scoperte in Guyana e Suriname.

La scoperta dei nuovi giacimenti petroliferi porta il Suriname nella lista delle nazioni produttrici di petrolio, migliorando la situazione attuale diversificandone l’economia, improntata principalmente sull’esportazione della bauxite che copre il mercato dell’export al 70%.

[Autore: Alessandro Pasi – 09/01/2020]

Leggi anche: VENEZUELA, PROFESSIONISTI PRIVATI DELLA DESTABILIZZAZIONE.

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