La liberazione dei pescatori e l’azione dell’Italia nel mondo

Autore: Marco Ghisetti

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È notizia di poche ore fa che i quattordici pescatori di Marala del Vallo saranno liberati dopo oltre tre mesi di prigionia in seguito all’intervento dell’AISE. È certamente una notizia di cui rallegrarci e che arriva del tutto inaspettatamente: il processo libico era alle porte e si sarebbe molto probabilmente concluso con una condanna molto severa, vista la pessima disponibilità mostrata delle autorità locali nel cercare un compromesso. Ora, seppur rallegrandosi dell’inaspettata liberazione, è opportuno fare alcune considerazioni generali sul modo in cui le istituzioni italiane si sono mosse in questa ed altre simili occasioni, di modo da trarre da queste esperienze il miglior insegnamento per il futuro e riflettere sul ruolo e la funzione attualmente rivestita dall’Italia nel mondo.

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Ebbene, la liberazione dei nostri connazionali in Libia non è la prima liberazione avvenuta quest’anno tramite il pagamento di un lauto riscatto (poiché sicuramente di ciò si è trattato). Silvia Romano, la ragazza milanese rapita in Kenya dopo essersi avventurata in un luogo dove le era stato sconsigliato di recarsi e che trascorse l’ultima parte della sua prigionia in Somalia, è stata la prima. Romano è tornata vestendo gli abiti di al-Shabaab (branchia di al-Qaeda) e convertita alla religione dei rapitori: un ritorno accolto in gran fanfara ed assembramento pubblicizzato a gran cassa dai mezzi di informazione. Che l’Italia abbia dovuto affidarsi ai servizi segreti turchi o sauditi per raggiungerla e prelevarla e che il riscatto sia costato svariati milioni di euro e la perdita dei giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale – che lo Stato aveva già pagato – a favore della Turchia sembrano essere dei dettagli del tutto secondari. La Repubblica ci informa che ora Romano è diventata “testimonial di un progetto contro l’islamofobia” finanziato dall’Unione Europea.

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Un altro evento solo apparentemente scollegato.

Quest’estate la Libia ha negato l’ingresso ai nostri militari che erano atterrati a Misurata per un cambio di contingente di un ospedale da campo, obbligandoli al dietrofront e giustificando la cosa asserendo che ad alcuni militari italiani – cioè uomini dello Stato ufficialmente operativi durante una missione pattuita con lo Stato ospitante – “mancava il visto d’ingresso”. Praticamente uno sfottìo diplomatico reso pubblico (quando succedono queste cose, la cortesia diplomatica vuole che si risolvano da dietro i sipari, magari chiarendosi ma senza pubblicizzare la cosa). Ed è qui che si è inserito l’arresto dei quattordici pescatori. Il tempo passa, l’estate finisce e quattordici pescatori nostrani vengono catturati dalla guardia costiera libica e imprigionati con l’accusa di aver pescato all’interno delle acque libiche. Che quello dove i pescatori stessero navigando fossero acque libiche è però un’accusa piuttosto infondata. Infatti, essa si basa esclusivamente su una dichiarazione unilaterale della Libia riguardante l’estensione della propria zona economica esclusiva: una dichiarazione che non è stata riconosciuta né dall’Italia, né da nessun Paese europeo o nordafricano, né da istituzioni internazionali quali l’Unione Europea, la Lega Araba o le Nazioni Unite – i quali hanno invece mantenuto fede alle delimitazioni consuetudinarie e ufficialmente stipulate.

Carta di Laura Canali - 2020
L’Italia ha finora evitato di stabilire la sua Zona economica esclusiva. A vantaggio dei nostri vicini mediterranei, che hanno inghiottito l’ex mare libero. Le incursioni algerine e la partita aperta con Libia e Malta agitano il fronte Sud. Fonte immagine: Limes.

Questo significa che alla luce del diritto internazionale, che si basa essenzialmente sui principi della consuetudo est servanda e della pacta sunt servanda, le acque in cui si trovavano i pescatori non erano acque libiche e quindi essi godevano del diritto di pesca. Ciò nonostante, dopo l’avvenuto il corpo diplomatico italiano non sembra attivarsi (o per lo meno non sufficientemente) e il fatto che dei concittadini siano trattenuti da una polizia straniera a seguito di accuse faziose non sembra destare l’interesse o l’empatia dei mezzi d’informazione, nemmeno di quelli che costantemente decantano il dovere all’accoglienza infinita di coloro che “scappano dall’inferno libico”: inferno composto anche dalle carceri in cui fino a ieri si paventava la prospettiva che dei nostri concittadini avrebbero scontato una detenzione pluridecennale a seguito di un processo-farsa.

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Non sorprende perciò che in questa situazione alcuni parenti dei pescatori, sentendosi abbandonati dalle istituzioni, si erano letteralmente legati davanti a Montecitorio, passano la notte all’addiaccio, ottenendo come risultato un incontro con il ministro degli esteri, che però successivamente ha dichiarato che i pescatori non si trovavano in acque internazionali ma ad esclusività libica (?!) e che quindi i pescatori già in torto.

Ebbene, quando passa il terzo mese ed i tribunali libici sembrano essere pronti a condannarli ad una punizione esemplare, l’AISE ottiene la liberazione dei prigionieri. L’AISE – cioè i nostri servizi segreti – è un corpo che si attiva quando la diplomazia ufficiale fallisce. Inoltre, l’attivazione dell’AISE indica che la liberazione è probabilmente avvenuta solo in seguito di trattative segrete che quasi sicuramente si sono concluse con il pagamento sottobanco di un riscatto. Ieri, appena annunciata la liberazione, il primo ministro ed il ministro degli esteri sono subito volati in Libia per “gestire il ritorno” dei pescatori entro Natale, i quali fortunatamente potranno trascorrere a casa coi propri cari – naturalmente entro i limiti e le disposizioni ministeriali sulla lotta al Covid19. Ebbene, questi tre eventi (liberazione di Romano e dei pescatori, ingresso interdetto alla missione ospedaliera), insieme al modo in cui le nostre istituzioni e mezzi d’informazione nazionali si sono mossi, sono indicativi del modo in cui l’Italia sta caratterizzando la propria funzione ed il proprio ruolo nel mondo, ed è quindi opportuno riflettere sul ruolo che si vuole l’Italia ricopra.
Storicamente parlando e prescindendo da giudizi morali, le regioni in cui si sono registrati questi eventi, cioè il Corno d’Africa e la Libia, erano colonie italiane; Paesi dove anche seguito della restituzione formale della sovranità (formale perché la liquidazione degli imperi europei de facto passò la palla alle politiche neo-coloniali di USA e URSS) l’Italia continuò ad esercitare un ruolo di primaria importanza, vuoi per conoscenza acquisita di quei luoghi, vuoi in virtù delle sue politiche mediterranee e per certi versi neutraliste del primo periodo repubblicano. Con la Libia in particolare, nemmeno dieci anni tra l’Italia e la Libia vigeva un trattato di reciproca amicizia e di collaborazione privilegiata ed i due Paesi stipulavano continuamente succosi trattati commerciali. Per buona parte del periodo gheddaffiano, Paesi terzi dovevano passare per l’Italia prima di avere a che fare con la Libia, alla quale, in cambio, l’Italia offriva protezione diplomatica e sostegno politico.

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Eppure, oggi, in poco meno di un decennio, l’Italia sembra avere un peso internazionale pressoché nullo, e di essere continuamente sfottuta e bullizzata nell’intero ex Mare Nostrum. E questo nonostante l’Italia sia un Paese di medie dimensioni che gode di una posizione geografica potenzialmente molto vantaggiosa. Si direbbe non essere in grado di far valere le proprie ragioni nemmeno quando si tratta di proteggere i propri cittadini davanti alle porte di casa, nei confronti di uno Stato fallito e godendo del favore del diritto internazionale. Per rendere l’idea tramite un paragone, quando poche settimane fa dei cittadini turchi furono arrestati in Libia per motivi più o meno faziosi, essi furono rilasciati in meno di sette giorni quando la Turchia minacciò gravi ritorsioni e senza sborsare un quattrino. E questa è la stessa Turchia che in Libia e nel Corno d’Africa ha sostituito gli italiani nel loro ruolo di interlocutore privilegiato; che ha cacciato l’Italia dai pozzi di gas nel Mediterraneo orientale; che ingegnerizza le migrazioni di massa verso l’Italia insieme a quei Paesi africani che cacciano dal proprio territorio una missione medico- militare italiana perché “ad alcuni operatori manca il visto”. È chiaro che una simile infelice (e molto pericolosa) situazione non può essere semplicemente dovuta alla presenza di un esecutivo disastroso, costituito cioè da un ministro degli esteri che pensa che la Russia sia bagnata dal Mediterraneo o da un sottosegretario che crede che l’esplosione di Beirut sia avvenuta in Libia. Questa situazione, insieme al modo in cui l’Italia si sta muovendo e si fa muovere nel mondo, non può che avere ragioni molto più profonde, poiché tali impotenze, disinteressi e goffaggini internazionali non possono che essere sintomi delle presenza cementificata ed endemica, in tutte le stanze dei bottoni, di gruppi d’interesse il cui potere e la cui ricchezza evidentemente non solo non dipendono dallo sviluppo e dal benessere nazionali, ma che ne siano persino contrarie. Per questa ragione anche un eventuale cambio di governo non potrà portare a risultati migliori. Ed è perciò altresì evidente che ogni futura effettiva difesa dell’interesse nazionale nel mondo non potrà che passare attraverso una ripulitura a fondo delle istituzioni nazionali di questi gruppi e l’insediamento negli ingranaggi del potere di tutti i livelli di una classe statale e dirigente non solo competente ma anche priva di un interesse particolaristico che si discosti da quello nazionale. Finché mancherà questa ripulita, potenti gruppi d’interesse lavoreranno contro l’interesse nazionale e la difesa dei propri concittadini all’estero anche da dentro le istituzioni statali. Certamente questa ripulita non sarà l’unica necessaria, ma è una di quelle d’obbligo. Per il resto e per ora, per quanto concerne la liberazione dei nostri pescatori dalle carceri libiche da cui evidentemente tutti tranne gli italiani hanno il diritto di scappare, non resta che citare le parole di Raffaele Volpi, presidente del COSIPAR:

“Sono veramente contento per la liberazione dei pescatori trattenuti in Libia. Un
mio sincero ed affettuoso ringraziamento al Generale Caravelli e al personale dell’AISE
per la costante dedizione e il determinante lavoro svolto. UNICAMENTE a loro va la mia
sentita gratitudine.”

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