La stella polare degli Stati Uniti

Nelle ultime due settimane si è registrato un cospicuo aumento delle violazioni delle acque territoriali russe da parte nella marina militare statunitense. Queste violazioni sono avvenute nel Pacifico vicino a Vladivostok, a Kaliningrad nel Mar Baltico, a ridosso della Crimea nel Nero, a cui va aggiunto un maggior muscolarismo nelle zone siriane sotto l’ombrello protettivo russo

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Violazioni a cui la Russia ha reagito minacciando di speronare le navi in questione o lanciando dei missili di avvertimento. Questa settimana la Russia ha anche presentato all’ONU una nozione di lamentela per violazione del diritto internazionale.

A queste attività vanno aggiunti i numerosi progetti che gli Stati Uniti stanno implementando a ridosso dei confini russi, come l’approfondimento dell’Iniziativa dei Tre Mari, che divide la Russia dall’Europa centrale interponendo un blocco geopolitico sotto la guida energetica e militare statunitense, il trasferimento di numerosi militari dalla Germania alla Polonia, il sostegno alla rivoluzione colorata bielorussa, il sostegno logistico ed economico all’Ucraina e alla Turchia in direzione di una riconquista della Crimea, l’esercitazione dell’Alleanza Atlantica Defender Europe, lo scoppio della guerra a Nagorno Karabakh, senza dimenticare gli Accordi di Abramo, che cementano la collaborazione tra Israele e alcuni Paesi arabi e schiaccia la Russia in Siria. La Russia, infatti, da quando ha deciso di tornare protagonista mondiale a seguito dello scoppio della crisi ucraina e del salvataggio del regime di al-Assad, è riuscita ad
ergersi come unico attore in grado di sfidare la supremazia statunitense nella zona mediterranea, e da qui cerca di estendere ulteriormente la propria influenza grazie alle collaborazioni che sta approfondendo con Iran, Egitto, Libia e Paesi sub-sahariani.

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Ebbene, per cogliere la stella polare che sta guidando le azioni, e quindi capire per quale ragione gli Stati Uniti si stiano impegnando in dispendiose azioni in zone molto lontane dal proprio territorio e che perciò non minacciano direttamente la propria sicurezza nazionale, è di fondamentale importanza comprendere la dottrina navale che negli Stati Uniti si è storicamente affermata, cioè è opportuno unire le oggettività geografiche con la rappresentazione soggettiva che gli Stati Uniti hanno di se stessi e dei propri interessi nel mondo.


I fondamenti della dottrina navale statunitense

Per quanto già nella Dichiarazione Monroe del 1823 si possano rivelare i primi desideri espansionistici, l’effettiva espansione sugli oceani che ha portato gli Stati Uniti a diventare i padroni dei mari è cominciata alla fine del XIX secolo, quando l’ammiraglio Alfred Thayer Mahan sistematizzò intellettualmente l’influenza del potere del mare sulla storia. L’influentissimo Mahan, la cui opera il presidente Roosevelt scrisse che doveva essere studiata da “tutti gli statunitensi che desiderino capire cosa esige da loro il vero interesse di questo Paese”, ha fornito le basi teoriche e le indicazioni pratiche per il la politica estera statunitense in un mondo ormai globalizzato. Ma cosa dice Mahan? Secondo il suo pensiero, gli Stati Uniti sono i necessari eredi dell’impero marittimo inglese, poiché l’Inghilterra, a seguito dei progressi tecnologici e dell’approfondimento della globalizzazione, è diventata troppo piccola per mantenere il proprio impero mondiale. Mahan ritiene che gli Stati Uniti siano la “vera isola contemporanea”, l’ “isola maggiore” per via del loro “cratere insulare su scala continentale” – caratteristiche dovute alla indisputabile supremazia USA nel Nord America e alla loro pozione a cavallo tra i due più grandi oceani del mondo, che conferiscono loro un carattere bi-continentale e bi-oceanico interconnesso dal Canale di Panama, portandoli ad essere particolarmente portati al dominio talassocratico.

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Sotto l’influenza di Mahan, le classi dirigenti statunitensi si sono impegnate per tutto il XX secolo per affermare la propria sinergica supremazia navale militare e mercantile rispetto agli altri Paesi del mondo e conquistare gli “spazi geopoliticamente vuoti” nei Caraibi e nel Pacifico ed ereditare le basi navali inglesi nell’Atlantico e nell’Oceano Indiano nell’ottica di governare le principali rotte navali e di assicurarsi l’apertura dei mercati mondiali al proprio commercio – apertura necessaria per evitare l’implosione del sistema economico di tipo espansivo che caratterizza l’economia liberale statunitense.
Inoltre, gli Stati Uniti si sono adoperati per evitare che un altro Paese si ergesse ad egemone in un’altra regione del mondo, onde evitare una eventuale chiusura di quelle acque regionali e un bilanciamento dei rapporti di forza interstatali. Detto altrimenti, la funzione della marina militare statunitense è stata, oltre a quella di governare le rotte navali e commerciali internazionali, quella del “bilanciatore d’oltreoceano”, cioè di svolgere una “funzione anti-egemonica” nei vari teatri del mondo proiettando la propria marina attraverso le “autostrade marine”. Storicamente, infatti, il Paese che ha cercato di diventare egemone della propria regione dagli Stati Uniti è stato isolato e stritolato economicamente precludendogli ogni accesso agli oceani e al commercio internazionale e, nel caso ciò non fosse stato sufficiente, circondato e sconfitto militarmente da una “coalizione internazionale” a guida statunitense.

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È soltanto tenendo a mente quanto sopra che si comprende l’aumento dei muscolarismi da parte della marina militare statunitense, l’imposizione degli embarghi economici e la creazione degli “archi di crisi e di contenimento” (Iniziativa Tre Mari, Accordi di Abramo, ecc.) da parte dagli Stati Uniti nei confronti della Russia: politiche che non potrebbero sussistere se gli Stati Uniti perdessero la propria supremazia marittima. Il Mar Nero, il Vicino Oriente, il Caucaso, l’Europa orientale sono tutte zone che, come rileva l’insigne geografo francese Yves Lacoste, fanno parte di un’unica macroregione mediterranea; macroregione in cui, secondo il pensiero mahaniano, gli Stati Uniti devono prevenire l’ergersi di uno sfidante maggiore che potrebbe anche solo potenzialmente rivedere l’apertura di quelle acque regionali alla potenza talassocratica statunitense.


Ora, la Russia non è strutturalmente in grado di espellere gli Stati Uniti dal Mediterraneo, ma è l’unico Paese della regione in grado di sfidarne l’egemonia militare, per quanto solo in zone limitate alla parte orientale del Mediterraneo. Ma all’azione russa si è ormai affiancata la Nuova via della seta, cioè l’enorme progetto cinese che, grazie alla protezione militare che la Russia è in grado di offrire nel Mediterraneo orientale, sta rendendo i Paesi della regione sempre più sensibili ai richiami di tessitura cinesi, richiami che stanno effettivamente ridimensionando l’influenza navale che gli Stati Uniti sono in grado di esercitare nel Mediterraneo; richiami, inoltre, che ormai si ascoltano a piene orecchie anche in Europa, il continente-penisola che per gli Stati Uniti costituisce la più preziosa perla del proprio impero marittimo.

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È in questo senso che si comprende l’aumento delle pressioni della marina militare statunitense a ridosso delle acque territoriali russe e la creazione degli archi di crisi e di stritolamento nel Mediterraneo (Tre Mari, Accordi di Abramo, esercitazione Defend Europe, embarghi, muscolarismi vari) nei confronti della Russia e degli altri sfidanti regionali (uccisioni mirate, sabotaggi ed embarghi per l’Iran; archi di contenimento e guerre commerciali per la Cina), politiche che allo stesso tempo dipendono e cercano di mantenere la supremazia marittima statunitense.
In poche parole, gli Stati Uniti sono una potenza talassocratica, “l’isola maggiore”, la “vera isola contemporanea” che trae il proprio potere dal dominio dei mari e per cui, come annota il generale Jordis Von Lohausen, “il mare è uno spazio vitale, non una frontiera. Le sue frontiere si trovano sulle sponde opposte”. Non si può comprendere nulla dell’azione degli Stati Uniti se si ignora ciò.

Autore di GeopoliticalNewsPR: Marco Ghisetti

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