Joe Biden, Kamala Harris e lo spettro di Thomas Jefferson

Joe Biden è (forse) il vincitore, che cosa ci attende? Nuove guerre a tutto spiano in nome della pace e della democrazia? E con Cina, Russia e Unione Europea?

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Sera di Natale del 1780, il futuro presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, scrivendo una lettera ad un amico, tale George Rogers Clark, si riferisce al neonato Stato con un termine che sarebbe entrato nella, e avrebbe fatto la, storia: impero della libertà (Empire of Liberty). Secondo Jefferson, il cui pensiero avrebbe dato vita alla scuola di pensiero del cosiddetto internazionalismo liberale, gli Stati Uniti avevano il diritto-dovere di espandere i loro valori, il loro sistema sociale e il loro modello politico in tutto il mondo, poiché intrinsecamente superiori e ispirati dalla luce divina.

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Il mondo secondo Ronald Reagan
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Jefferson avrebbe fatto scuola, perché nel nome dell’internazionalismo liberale e della concezione messianica degli Stati Uniti quale impero della libertà, katechon in perenne lotta contro le forze del male, sarebbero state giustificate campagne espansionistiche dapprima nel cortile di casa, l’America Latina, e poi nel resto del mondo. Woodrow Wilson, ad esempio, legittimò l’intervento statunitense nella prima guerra mondiale rifacendosi al pensiero di Jefferson: non Washington dalla parte della Triplice Intesa, ma Washington contro la decadente civiltà europea, bellicosa e terra di autocrazie. La stessa guerra fredda è stata combattuta nel nome di Jefferson, come ci ha ricordato Ronald Reagan ribattezzando l’Unione Sovietica l’impero del male (Evil Empire) parlando ad un comizio dell’Associazione Nazionale degli Evangelici nel 1983.

La guerra al terrore di George W. Bush è stata combattuta nel nome di questa presunta guerra tra forze del bene, rappresentate e capitanate dagli Stati Uniti, e forze del male, questa volta impersonificatesi in Osama bin Laden. Wilson, Reagan e Bush: un internazionalista liberale e due realisti rispondenti alla destra religiosa; persone estremamente diverse tra loro, guidate da visioni del mondo differenti, ma che hanno combattuto nel nome di quel concetto tri-secolare. Presto, forse, alla lista potrebbe aggiungersi un altro presidente: Joe Biden.

Biden, noto per essere stato il vicepresidente di Barack Hussein Obama dal 2008 al 2016, è un fervente e convinto internazionalista liberale formatosi nella Commissione Esteri del Senato, un Democratico di lungo corso la cui entrata al Congresso risale al 1973. Nel corso della sua carriera politica quarantennale Biden si è opposto ad una sola guerra, quella del golfo di George H. W. Bush, e non per ragioni umanitarie: aveva paura che il conflitto potesse estendersi ad Israele, anche alla luce dell’imprevedibilità di Saddam Hussein.

Biden è ricordato per il suo ruolo durante l’era Obama, ma quasi nessuno sa del suo ruolo durante l’era Clinton: fu colui che, tramite un’intensa attività di lobbismo domestica e internazionale, riuscì a convincere l’allora presidente democratico ad intervenire nelle guerre iugoslave. Clinton, inizialmente schierato su posizioni filoserbe, fu poi convinto da Biden a sostenere il blocco bosgnacco-albanese, sia con denaro che dando semaforo verde all’arrivo di jihadisti provenienti da tutto il mondo musulmano. Arcinemico di Slobodan Milosevic, ritenuto l’incarnazione di tutto ciò che gli internazionalisti liberali odiano e ripugnano, Biden è ricordato da chi ha vissuto e conosciuto gli anni ’90 per averlo accusato di essere un “dannato criminale di guerra” e giurato che avrebbe posto fine alle aspirazioni egemoniche della Serbia nei Balcani occidentali. Coerentemente con il punto di cui sopra, Biden convinse un Clinton in completa balìa della Commissione Esteri del Senato ad estendere il conflitto e le pressioni su Belgrado per mezzo dell’intervento militare dell’Alleanza Atlantica.

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EurasiaReview, non proprio un sito antiamericano, trattandosi del portale in cui scrivono falchi del calibro di Paul Goble, ricorda Biden come “one of the principal architects of the Bosnia War in the Clinton administration in the nineties“. Per chi fosse a digiuno di inglese: “uno dei principali architetti della guerra di Bosnia dell’amministrazione Clinton negli anni ’90”.

L’arrivo di un realista appartenente alla destra religiosa come George W. Bush fu accolto con favore da Biden, grande sostenitore della guerra al terrore e, soprattutto, della necessità di eliminare Saddam Hussein in quanto considerato una “minaccia per la sicurezza nazionale”. Biden fu tra coloro che più si impegnarono a plagiare l’opinione pubblica americana e occidentale con la storia, poi rivelatasi fraudolenta, delle armi di distruzione di massa custodite negli arsenali iracheni.

Biden fu scelto da Obama alla luce di questo curriculum longevo e coronato di successi e l’occasione di essere il vice di un presidente realmente votato all’internazionalismo liberale, contrariamente al riluttante Bill Clinton, ha prodotto un ottennato di cambi di regime, guerre per procura e rivoluzioni colorate in tutto il mondo. Per coloro che possiedono una scarsa memoria storica fanno seguito le principali azioni del duo Obama-Biden dal 2008 al 2016:

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  • Ruolo diretto nella nascita delle primavere arabe che hanno scosso la regione Medio Oriente e Nord Africa, determinando la caduta dei regimi scomodi in Tunisia ed Egitto
  • Cambio di regime in Libia terminato con la morte di Muammar Gheddafi e la trasformazione del più prezioso alleato italiano in uno Stato fallito, terra di competizione tra una moltitudine di potenze e terra di conquista per signori della guerra, crimine organizzato, trafficanti di esseri umani e organizzazioni terroristiche
  • Strumentalizzazione del terrorismo islamista per esportare le primavere arabe in Siria con l’obiettivo di rovesciare il governo di Bashar al Assad
  • Il punto di cui sopra ha favorito l’espansione dello Stato Islamico, lasciato crescere, prosperare e proliferare in tutto il Siraq nell’aspettativa che facilitasse l’opera di cambio di regime in Siria
  • Lungi dall’aver conseguito tale obiettivo, lo Stato Islamico si è rivelato il classico Frankenstein: accanendosi tanto contro la Siria quanto contro l’Europa
  • Rivoluzione colorata in Ucraina
  • Avvio di una nuova guerra fredda con la Russia, esplicitata da Euromaidan e dall’introduzione di un regime sanzionatorio
  • Inizio delle guerre dei gasdotti con l’annullamento del South Stream
  • Semaforo verde all’impiego massiccio dei droni come strumento principale della guerra al terrore, risultato: una media di un civile assassinato al giorno, aumento esponenziale delle vittime collaterali (ossia innocenti) della guerra al terrore in Yemen, Pakistan e Afghanistan

Cosa aspettarci, a questo punto, dal duo Biden-Harris? Avendo già descritto e delineato le premesse, questo è quel che potrebbe accadere:

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  • Aumento delle pressioni sulla Russia, ritenuta da Biden la prima minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti
  • Fine del dialogo con la Corea del Nord, ritorno alla strategia della massima pressione e rischio di gravi crisi con Russia e Cina
  • Lancio di una campagna internazionale contro le forze del conservatorismo di destra appartenenti al cosiddetto mondo populista-sovranista: Recep Tayyip Erdogan, Viktor Orban, Jair Bolsonaro e Mateusz Morawiecki sono già stati avvisati. Biden ha già annunciato che intenderà promuovere i valori del mondo libero in tutto il pianeta e organizzerà un Summit globale della democrazia a tal fine.
  • Proseguimento della linea dura contro la Cina, sebbene in maniera meno evidente e mediatica: non si torna indietro dal percorso inaugurato da Trump
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  • Maggiore instabilità nell’area Medio Oriente e Nord Africa per via del tradizionale sodalizio tra Partito Democratico e islam radicale, quest’ultimo utilizzato come leva di pressione su governi scomodi. Non è un caso che la Fratellanza Musulmana abbia già fatto gli auguri a Biden
  • Incognita Iran: Biden potrebbe proseguire la linea del dialogo obamiana oppure essere influenzato dalla Harris, la quale ha dichiarato di non escludere un ricorso a bombardamenti preventivi contro le strutture nucleari (tanto di Teheran che di Pyongyang)
  • Potenziamento ulteriore dell’Alleanza Atlantica con proseguimento della linea di spostamento della cortina di ferro da Berlino a Varsavia
  • Siria: sia Biden che Harris continuano a ritenere Assad un usurpatore e hanno criticato Trump per aver allentato la presa nel Paese, permettendo alla Russia e all’Iran di invertire le sorti del conflitto e, soprattutto, di convincere la Turchia a cambiare schieramento

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