Cosa sta accadendo in Romania?

Sai parlare romani o una lingua sinti? Potresti avere l’opportunità di lavorare nei servizi segreti di Bucarest.

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Per la prima volta in assoluto, i servizi segreti rumeni hanno inserito il romanì tra le lingue di importanza critica per le quali cercano agenti (tradizionalmente cinese, russo, arabo) e hanno iniziato a pubblicare l’annuncio su ogni piattaforma e giornale, sponsorizzandolo anche nelle scuole e università. Si tratta di una notizia importantissima e adesso capirete perché. La scelta di reclutare spie che parlino romanì avviene sullo sfondo di:

  • Scontri interetnici durante la pandemia
  • Trasformazione del crimine organizzato rom in problema di sicurezza nazionale
  • Tumulti politici nella confinante Ungheria foraggiati dalla Open Society
  • Scoperta di enclavi rom dell’islam radicale legate all’internazionale jihadista e alla Turchia nella vicina Bulgaria

Quel che faremo in questo approfondimento è l’analisi di ognuno di questi quattro punti, dopo di che tenteremo di capire qual è la vera situazione etnica in Romania.

Gli scontri interetnici durante la pandemia

Fra marzo e aprile la Romania è stata travolta da quella che il sindacato di polizia ha definito “un’epidemia di violenza”: guerriglie urbane esplose a macchia d’olio in tutto il paese, anche e soprattutto a Bucarest, la capitale. Scontri violenti, con feriti, anche gravi e culminati in arresti. Il caso più grave è stato rappresentato dalla rivolta di Rahova, quartiere periferico di Bucarest, che è finita in televisione e in Parlamento.

Tutto ha avuto luogo durante la domenica della Pasqua ortodossa, quando un capo-locale rom ha invitato i connazionali a violare la quarantena, riprendendosi nel corso di una festa all’aria aperta da lui organizzata, con una folla intenta a insultare la polizia ed il popolo rumeno e invitandoli ad “intervenire” per fermarli. La polizia era poi intervenuta (le forze speciali) dando vita ad una guerriglia urbana durata un’intera sera: sassaiole, scontri fisici. Il bilancio è stato abbastanza pesante: 9 arresti, 10+ feriti in ospedale.

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Il sindacato di polizia rumeno aveva preso le difese delle forze speciali, accusate dalle associazioni antirazziste di aver utilizzato la forza in maniera eccessiva, pubblicando addirittura un “meme” ritraente il leader della rivolta rom, prima e dopo l’intervento delle ff.oo, ossia prima e dopo essere stato picchiato nel corso degli scontri, con il volto tumefatto.

meme” ritraente il leader della rivolta rom, prima e dopo l’intervento delle ff.oo

La Romania non è stata l’unico paese dei Balcani in cui la convivenza fra autoctoni e minoranza rom è divenuta ancora più difficile per via del Covid-19: l’esercito è stato impiegato in Bulgaria per sorvegliare i ghetti etnici, idem in Serbia. Maggiori controlli sono stati effettuati anche in Ungheria, Macedonia del Nord e Repubblica Ceca, e in ognuno di questi cinque Paesi non sono mancate le tensioni.

La trasformazione del crimine organizzato rom in un problema di sicurezza nazionale

A inizio agosto il Paese è stato avvolto da una cappa di tensione per via della diffusione di informative dei servizi segreti inerenti una possibile guerra all’interno della cosiddetta “mafia zingara“. Tutto è stato causato dalla morte di Florin Mototolea, detto Emi Pian, il capo del clan Duduianu, fra i più pericolosi e potenti del Paese. L’uomo è stato assassinato da un clan rivale, il suo funerale è stato partecipatissimo e vi hanno cantato i principali manelisti del Paese (ndr. cantanti di un genere musicale rom), fra i quali Copilul de Aur. In pratica, è come se in Italia morisse il capo di Cosa Nostra e si recasse Al Bano a cantare.

Ma il punto è un altro, altrimenti non ne parleremmo: i servizi segreti hanno collezionato informazioni riguardanti la volontà del clan rivale di innescare una guerra, mentre i familiari di Mototolea vorrebbero vendicarsi, dozzine di rom hanno provato a rientrare dall’estero per partecipare ad una possibile guerra ed altre dozzine sono riuscite nel tentativo. Perciò è stato aumentato il livello di allerta e sono state dispiegate squadre speciali a tutela di decine di famiglie di mafiosi, per la loro incolumità.

La mafia rom ha una struttura ricalcante quella della ‘ndrangheta: organizzazioni gerarchiche, verticistiche, matrimoni combinati, si è tutti membri della stessa famiglia. I Duduianu e il clan rivale, insieme, considerando le famiglie rom che potrebbero allearsi e unirsi, formano un esercito di oltre 5mila persone. Questo è il motivo dell’allarme. Le forze dell’ordine si erano rivoltate contro gli ordini impartiti dai vertici di sicurezza, accusando lo Stato di proteggere un importante clan mafioso e inviando lettere di protesta ai grandi quotidiani per denunciare quanto stesse accadendo, una situazione grottesca.

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La guerra non è esplosa: l’imponente macchina di prevenzione messa in moto ha funzionato e i morti sono stati sostituiti da feriti e attentati minori. Ma domani, come potrebbe andare? La tensione nel Paese aumenterà di pari passo con l’aumento della percezione della transizione etnica in corso. Dagli scontri durante la pandemia alle guerre di mafia, il peggio verrà nei prossimi anni. Zone grigie, fuori dal controllo statale, come in Francia, come in Svezia, come in Belgio, l’Europa del futuro.

I tumulti politici nella confinante Ungheria foraggiati dalla Open Society

Per capire cosa sta accadendo in Ungheria abbiamo deciso di proporre uno stralcio di un articolo sul tema apparso su InsideOver. L’articolo parla di alcune proteste avvenute a febbraio di quest’anno nel centro città di Budapest, proteste che hanno portato in piazza i rom e che sono state organizzate dalla Open Society Foundation di George Soros, l’arcinemico di Viktor Orban.

“È stata una domenica (ndr. 23 febbraio 2020) di insolite proteste a Budapest, la capitale ungherese, contro il governo di Viktor Orban. Insolite, sì, perché a mobilitarsi non sono stati i partiti dell’opposizione o la società civile ma la minoranza rom. I manifestanti hanno denunciato la crescente retorica antiziganista di Fidesz e quella che percepiscono come una celata ma palpabile segregazione, razziale, sociale e spaziale, nei loro confronti.

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Circa 2mila persone si sono riversate per le strade della capitale ungherese nella giornata di domenica, chiedendo all’esecutivo di rispettare i diritti della comunità rom e di applicare una sentenza che ha recentemente condannato lo stato a risarcire una famiglia rom i cui figli hanno subito forme di segregazione in una scuola elementare del villaggio di Gyongyospata nel lontano 2011. La sentenza, comunque, non è decisiva perché l’ultima parola spetta ai giudici della corte suprema.

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Insieme ai rom sono scesi in piazza anche i comitati antirazzisti, capitanati dalla Open Society del magnate George Soros, l’acerrimo nemico di Orban. Il coinvolgimento dell’organizzazione non governativa nelle proteste, tuttavia, è meno politico di quel che si potrebbe credere, ossia esula dalla rivalità che divide il magnate ungherese-americano e il primo ministro di Budapest; infatti la Open Society è interessata alla tematica dell’integrazione dei rom nella società europea sin dalla sua fondazione e segue e guida progetti dedicati in tutto il continente, con un focus particolare sui Balcani. La comunità rom ungherese ha deciso di inscenare la protesta dopo che Orban, prendendo posizione sulla sentenza, ha spiegato che non darà luce verde ad alcun risarcimento e che lancerà una consultazione nazionale per chiedere al popolo di esprimersi sulla vicenda. Secondo i critici del governo, Orban starebbe cavalcando l’onda dell’antiziganismo, un sentimento molto diffuso, antico e radicato, nelle società balcaniche, per sottrarre voti a Jobbik, il secondo partito più popolare del paese, che è di estrema destra.”

La scoperta di enclavi rom dell’islam radicale legate all’internazionale jihadista e alla Turchia nella vicina Bulgaria

Questo è probabilmente il punto più interessante dell’analisi e crediamo che, insieme agli scontri interetnici e il pericolo mafia, sia uno dei motivi per cui i servizi segreti rumeni vogliano iniziare ad indagare più a fondo la realtà rom nazionale. Parliamo di una storia sconosciuta ai più ma che merita assolutamente di essere raccontata nel dettaglio, perciò abbiamo estrapolato alcuni spezzoni da un libro appena pubblicato sull’argomento, “La rivoluzione rom” (Amazon Kindle Publishing, 2020). Partiamo da questa anticipazione, secondo noi, il fatto che dietro la radicalizzazione religiosa dei rom vi sia Ankara (capirete tutto nelle prossime righe) potrebbe aver giocato un ruolo fondamentale nel convincere il governo rumeno a far naufragare l’accordo con la Turchia (abbiamo riportato la notizia, agosto 2019) per quella che avrebbe dovuto essere la più grande moschea d’Europa, da costruire a Bucarest. La moschea non si è più costruita perché il governo rumeno non ha voluto mettere a disposizione i fondi inizialmente pattuiti, spingendo la Turchia a ritirarsi dal progetto, poiché troppo oneroso da portare avanti singolarmente.

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“Le parole-chiave della storia che sto per raccontare sono le seguenti: ghetti rom, islam radicale, Turchia, neo-ottomanesimo. Si è fatto accenno al fatto che la transizione etnica del prossimo futuro non sarà causata soltanto dall’elevata natalità dei rom, ma anche da quella dei turchi: nei prossimi decenni i bulgari potrebbero essere declassati non a seconda etnia, ma a terza. Come è stato illustrato, il CPD ha elaborato delle proiezioni sulla popolazione basate su tassi di emigrazione, mortalità e fecondità dei vari gruppi etnici presenti nel Paese, evidenziando l’esistenza di profonde disparità nella natalità, soprattutto fra bulgari, rom e turchi, che sarebbero destinate ad aggravarsi realizzando uno scenario distopico che vedrebbe i bulgari etnici condannati all’estinzione.


Infatti, entro il 2050 i bulgari dovrebbero diventare la terza etnia (800mila), dietro rom (3 milioni 500mila) e turchi (1 milione 200mila), mentre entro il 2100 la Bulgaria dovrebbe trasformarsi nel primo Paese europeo quasi etnicamente rom (8 milioni), assistendo alla quasi scomparsa dei bulgari etnici, circa 300mila.
Non solo rom quindi, ma anche turchi, e la Turchia, come si è letto e come approfondiremo, sembra aver compreso questa realtà e si sta adoperando per approfittare della transizione etnica strumentalizzando sia la minoranza turca che quella rom. Curiosamente, e qui ci ricolleghiamo al caso studio Romania, la Turchia è lo stesso Paese in cui vive la famiglia Cioabă. Coincidenze o forse indizi; e io propendo più per la seconda.
Del resto, Turchia e rom hanno una lunga storia di convivenza e collaborazione che affonda le origini nell’epoca ottomana; e questo è vero soprattutto per quanto riguarda la Bulgaria, i cui rom furono arruolati in massa nelle fila dell’esercito ottomano.

[…]

Il popolo turco e il popolo rom hanno quindi un’eredità dalla quale attingere, fatta di trascorsi storici e comunanza religiosa (in parte). La Turchia potrebbe sfruttare tutto ciò per creare una sfera d’influenza invisibile ma incredibilmente potente in Bulgaria e, in esteso, in parte dei Balcani. Non è fantapolitica: lo stesso governo bulgaro, come si è visto, ha iniziato a cautelarsi e a ridurre lo spazio di manovra concesso ad Ankara dal 1990 ad oggi; spazio che è stato usato egregiamente per promuovere radicalizzazione religiosa e rinazionalizzare la minoranza turca, oggi
più che mai meno secolarizzata e meno bulgarizzata che in passato.

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Ma scendiamo nei dettagli per ciò che concerne il terrorismo; questo è ciò che emerge dall’ultimo rapporto dell’European Eye on Radicalization (EER) sulla Bulgaria, datato 2019:
 Dal 2011 al 2017 i musulmani sono aumentati in maniera significativa, o meglio sono quasi raddoppiati, passando dal 7,8% al 15% della popolazione totale. Si tratta di un fatto emblematico, considerando che la popolazione della Bulgaria diminuisce anno dopo anno.
 Nello stesso periodo è anche cambiata radicalmente l’importanza data alla religione dai musulmani. Nel 2011, il 41% non andava mai in moschea e il 59.3% non pregava neanche a casa. Nel 2017, il 33% considerava la religione “molto importante” e il 22% andava in moschea una volta a settimana.
 La comunità musulmana bulgara viene ritenuta particolarmente esposta al rischio radicalizzazione per via di quattro fattori: le attività dello Stato Islamico e di Al Qaeda, il ritorno dei combattenti stranieri dal Siraq, l’aumento degli immigrati irregolari e, ultimo ma non importante, “l’influenza che potenze esterne potrebbero esercitare sui musulmani bulgari attraverso il finanziamento e la propagazione delle loro visioni islamiste” (influence that
external powers might exert over Bulgarian Muslims through funding and propagation of their own Islamist views
).

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Sebbene le donazioni al mantenimento della comunità islamica provengano da diversi Stati, il pericolo maggiore sembra essere legato alla Turchia. Viene citato il caso dell’associazione culturale Al-Waqf al-Islami, dichiarata fuorilegge nel 1994 ma legalizzata nuovamente nel 2002. Essa riceve denaro da tre fonti: un ente olandese registrato con lo stesso nome, legato ai Fratelli Musulmani, la Irshad, un’organizzazione non governativa dichiarata illegale in Bulgaria, la Al Manar, un’organizzazione non governativa. Fra il 2008 e il 2010 le autorità bulgare hanno tratto in arresto tredici cittadini bulgari, operatori dell’ente, accusati di predicare islam radicale.

Viene fatto riferimento alla minoranza rom, ritenuta oggetto di attenzioni da parte dell’internazionale jihadista sin dall’inizio del nuovo secolo e all’interno delle quale si notano, da parte di individui o interi gruppi, “l’adozione di interpretazioni più radicali dell’islam e l’identificazione con le organizzazioni jihadiste” (adopting more radical
interpretations of Islam and identifying with jihadi organizations
). Viene inoltre notato come alcuni di questi radicalizzati siano persone di recente conversione.

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L’EER non riesce a tracciare le origini del fenomeno radicalizzazione tra i rom, limitandosi a fornire una panoramica generale della situazione, ma fornisce degli indizi utili dai quali sono partito per approfondire questa storia. Viene fatto un nome e viene fornita una data: quartiere di Iztok (Pazardzhik), 2003.
Quell’anno su due abitazioni era comparsa la seguente scritta: “Lo stato è un califfato”. Poco si
sapeva all’epoca degli affari interni di quel quartiere, a parte che fosse abitato quasi esclusivamente da rom e che lì si trovasse una cellula di un’organizzazione islamista dichiarata illegale dalla giustizia: Halifat (let. Califfato).
A distanza di più di un decennio, alle prime luci dell’alba del 25 novembre 2014, Iztok e Pazardzhik sono finite al centro dei riflettori nazionali per via di una maxi-operazione antiterrorismo che ha condotto all’arresto dell’imam capo del quartiere rom, Ahmed Musa, e di ventisei persone.
Le accuse nei confronti degli arrestati, poi confermate in sede processuale, sono gravissime: appartenenza allo Stato Islamico e proselitismo per conto di esso. Nel corso delle oltre quaranta perquisizioni domiciliari effettuate dagli agenti dell’Agenzia di Stato per la Sicurezza Nazionale (SANS) viene ritrovato materiale propagandistico dello Stato Islamico, come video, documentari e libretti, e anche bandiere. Le perquisizioni non risparmiano neanche il luogo di culto centrale del quartiere, la moschea Ebu Bekir, provocando lo sdegno dei fedeli.”

E qui ci fermiamo, altrimenti entriamo nella violazione dei diritti d’autore. Ad ogni modo, chi volesse sapere come continua la storia, chi è Ahmed Moussa, come lo Stato Islamico sia arrivato in un ghetto rom bulgaro e quale sia il ruolo della Turchia, sa cosa fare.

Ma torniamo alla Romania. Come può avere luogo una transizione etnica se i rom ufficialmente censiti sono poco più di 600mila (dati 2011) su una popolazione di quasi 20 milioni di persone? Semplice: la dimensione reale della comunità rom è di gran lunga superiore a quella catturata dai censimenti. Non lo diciamo noi: è quanto sostengono le associazioni rom, alcuni studi demografici e la Divisione Rom e Nomadi del Consiglio d’Europa. Ecco qui uno stralcio da un approfondimento sul tema apparso su Opinio Juris – Law & Politics Review.

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“In Romania fra il 1992 ed il 2011 si è registrato un calo della popolazione da 22 milioni e 810mila abitanti a 20 milioni e 121mila. Sulla base di quanto certificato dai censimenti, quasi ogni gruppo etnico residente nel paese ha subito una riduzione numerica, in particolar modo i rumeni, diminuiti da 20 milioni e 683mila a 16 milioni e 792mila. I rom sono l’unico gruppo etnico esente da questo decremento e sono aumentati da 401mila a 619mila.2

In realtà, secondo un’indagine dell’Istituto di Ricerca per la Qualità della Vita datata 1992, all’epoca i rom sarebbero stati circa un milione, mentre oggi potrebbero essere verosimilmente circa 3 milioni – una stima condivisa dalla Divisione Rom e Nomadi del Consiglio d’Europa, dall’Agenzia Nazionale per i Rom e dal Centro di Ricerche Demografiche (CRD) “Vladimir Trebici”.3 4 5

Secondo Vasile Gheţău, direttore del CRD, da oltre un decennio coinvolto nello studio delle dinamiche demografiche nazionali e nella ricerca di soluzioni per la denatalità del popolo rumeno, entro il 2050 i rom dovrebbero rappresentare il 40% della popolazione totale, convertendosi nel primo gruppo etnico nel ventennio successivo; un sorpasso possibile per via di un divario profondo e costante fra il tasso di fecondità delle rumene, fermo a 1,2 figli per donna, e delle rom, stabile a 3 figli per donna.6 7 I rumeni etnici, nello stesso periodo, andranno incontro ad un generale invecchiamento, ed entro il 2030 gli ultra sessantacinquenni dovrebbero rappresentare il 31% del totale, un aumento significativo rispetto al 17% censito nel 2011 che assume ancora più valore considerando che soltanto il 3% della comunità rom è composto da over 65, mentre il 47,3% ha meno di 20 anni. 8

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Il CRD ha inoltre collaborato con l’Istituto Nazionale di Ricerche Economiche nella stesura di un’importante ricerca intitolata “Il declino demografico ed il futuro della popolazione della Romania”, i cui risultati hanno delineato uno scenario desolante per i rumeni etnici, destinati ad una graduale scomparsa per via di due fattori: i flussi migratori verso l’estero costanti dal dopo-Ceaușescu alla base dell’espatrio di oltre 3 milioni di persone, e il profondo scarto nella natalità rispetto ai principali gruppi etnici nazionali – 25,1 nati ogni 1000 rom, 17,8 nati ogni 1000 turchi, 16,9 nati ogni 1000 ucraini, 10,2 nati ogni 1000 rumeni.9

Le autorità pubbliche rumene stanno sottostimando la portata della rivoluzione etnica, ma nel paese proliferano i villaggi e i quartieri interamente abitanti da rom, insieme all’aumento della distanza sociale tra questa minoranza in ascesa e la maggioranza in declino. Ferentari è uno degli esempi più lampanti della situazione in cui versano le periferie rumene. Si tratta di un gigantesco ghetto situato nella parte sud-occidentale di Bucarest, la capitale, abitato da circa 90mila persone. Il quartiere concentra una serie di primati negativi fra i quali i più elevati tassi di criminalità, di tossicodipendenza, di povertà e di carenza di servizi di base (elettricità, acqua, smaltimento dei rifiuti e dei liquami) del paese. Nel novembre 2006 la compagnia Electrica decise di tagliare l’energia elettrica a diversi isolati del quartiere adducendo quali motivazioni ufficiali la carenza di contribuenti e l’abbondanza di allacciamenti abusivi. L’evento fu seguito da gravi disordini tra gli abitanti e le forze dell’ordine, ma senza suscitare alcuna sensibilizzazione in ambito politico circa la questione dell’integrazione dei rom e della loro inclusione nel mercato del lavoro.

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