L’Italia diventerà la democrazia meno rappresentativa d’Europa. Referendum parlamentare si o no?

Per le forze politiche al governo il taglio dei parlamentari è diventato l’unico vero grande problema dell’Italia. L’élite politica vota SI. Invece l’elettorato e confuso, disinformato, alcuni troppo schierati per comprendere cosa c’è in gioco.

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Un articolo di Mario Leone.

Il 20 e 21 settembre i cittadini italiani dovranno, tramite referendum, confermare o bocciare la legge costituzionale n°240 del 2019, che prevede il taglio dei parlamentari da 630 a 400 per la Camera dei deputati e da 315 a 200 per il Senato della Repubblica. Il parlamento, dando seguito ad un indirizzo proposto da quasi tutti i partiti nelle precedenti elezioni politiche, ha deciso di ridurre la propria composizione del 36,5%. La diminuzione dei parlamentari è una proposta antica, mi vien da dire, che viene ripresentata in ogni legislatura insieme a riforme più incisive dell’assetto costituzionale, da ultima la riforma Renzi-Boschi. Questa volta si trova, da solo, ad essere oggetto di legge costituzionale e di referendum confirmativo.

La volontà dei legislatori di ridursi trova origine nel risentimento popolare, nato intorno agli anni 80, contro gli abusi della politica. Con il passare degli anni, la politica si è staccata sempre di più dal corpo elettorale, diventando quasi un corpo astratto. Questo fenomeno si è acuito, in particolar modo, a causa delle leggi elettorali che, togliendo la preferenza e introducendo liste bloccate decise dai segretari di partito, hanno eliminato, de facto, il vincolo tra eletti ed elettori. Non è un caso che l’elettore non dica più di votare quel parlamentare e quel partito (voto Mancini e sono Socialista), ma vota il leader (voto Berlusconi, voto Renzi, voto Salvini, voto Grillo). In questo modo, il parlamentare si è sentito sempre meno fedele agli elettori e sempre più legato agli interessi particolari propri e del segretario del suo partito (o di altri partiti). Noti sono gli scandali che hanno coinvolto i membri del parlamento durante questi 40 anni e la politica non ha mai fatto nulla per autoriformarsi, anzi è riuscita a peggiorare se stessa sempre di più.

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Il tema della riforma della politica era già stato avanzato dall’ultimo statista italiano, il Presidente Aldo Moro. Questo per far capire da quanto tempo si dibatte su questo problema. A causa di questi malcostumi e abusi della politica è nata l’antipolitica, che ha proposto fin da subito la riduzione dei parlamentari, perché tutti ladri, ignoranti e inutili, escludendo ogni possibile ragionamento a riguardo. La soluzione di queste forze politiche (anche se sono antipolitiche fanno sempre politica) è di tipo quantitativo piuttosto che qualitativo: visto che sono tutti ladri e non possiamo rinunciare al parlamento, riduciamone il numero, così risparmiamo sui loro stipendi e rubano di meno.

Questo è il ragionamento su cui si sono basati 30 anni di slogan contro la politica e quest’ultima non ha mai lesinato assist ai suoi nemici, da ultimo il bonus dei 600€. Il problema del nostro tempo è che si lesina sempre di più nel ragionamento e si eccede negli slogan. Fino a quando saremo in democrazia, dovremo votare i nostri rappresentati che dovranno decidere e governare per noi. Se la politica soffre di scarsa qualità umana, ridurne il numero è perfettamente inutile, perché viene affrontato un problema che non è un problema. Se la preparazione dei parlamentari è scarsa, ridurne il numero è perfettamente inutile, anzi si corre il rischio di aumentare ancora di più il potere dei segretari, che in qualsiasi caso decideranno i candidati.

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Riducendone il numero, state sicuri che ad essere intaccata sarà la parte sana della politica e non quella malata. Non solo si sta affrontando un problema sbagliato, ma attraverso questa riforma si genereranno altri problemi che non sono per niente affrontati dalla classe dirigente:

1. Riducendo il numero di parlamentari, in qualsiasi caso, ci saranno meno rappresentanti e, quindi, i cittadini saranno sempre meno rappresentati. La cosa sconvolgente del ragionamento di alcune forse politiche che chiedono più democrazia è che si battono per averne di meno, promuovendo la riduzione del numero dei parlamentari. I rappresentati, che già sono scarsamente presenti sul territorio, dovranno rappresentare delle circoscrizioni sempre più grandi.

2. Ogni deputato dovrà rappresentare 150.000 cittadini e ogni senatore 300.000 cittadini. Non condivido per niente la rappresentazione offerta dalla propaganda di una rappresentazione di 100.000 cittadini per parlamentare (vengono accorpati senatori e deputati), per il semplice fatto che, essendo diverse le composizioni delle camere, le circoscrizioni elettorali mutano. Un senatore sarà rappresentante di due circoscrizioni della camera, (senato 1 ogni 300.000, camera 1 ogni 150.000). Non vale a giustificare questa sproporzione neanche il ragionamento che vuole che le funzioni delle due camere siano uguali, visto che vi è la funzione di controllo, che è la più importante, e ogni camera vigila sull’altra.

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In qualsiasi caso, vi è il rischio di una sovrarappresentazione di determinate aree del paese a scapito delle altre (fenomeno già presente, basta pensare che, per la sola Calabria, su 31 parlamentari 13 sono stati eletti in provincia di Cosenza, circa il 42%), con una minore rappresentanza, questo fenomeno potrebbe acuirsi ancora di più.

3. Vi è il problema legato ai delegati regionali, che non è stato ancora affrontato. La questione è cruciale perché i delegati partecipano all’elezione del Presidente della Repubblica. Il loro peso, grazie a questa riforma, aumenterà in maniera determinate: dal 6% passerà al 10%. In un paese dove il regionalismo sta acquistando sempre più potere e i cittadini di una parte dell’Italia chiedono un maggior decentramento delle funzioni amministrative, si rischierà di far entrare interessi particolari che nulla hanno a che vedere con l’elezione di un organo che rappresenta l’unitarietà dello Stato.

In conclusione, la riforma non affronta il vulnus reale del problema, ma lo accentua. Ridurre i parlamentari senza migliorarne la qualità è un’operazione dannosa, che a livello strategico accentuerà tutti i problemi per cui l’antipolitica è nata. Ridurre la rappresentanza politica per risparmiare 285 mln di euro ( dati dell‘Osservatorio di Cottarelli) per legislatura, a differenza dei 500 milioni dichiarati da Di Maio e Fraccaro. L’indennità lorda mensile ammonta a circa 10.400 euro, ma al netto delle varie ritenute si attesta attorno ai 5.000 euro. La somma dei rimborsi spese per l’esercizio del mandato (diaria, collaboratori, consulenze, convegni, spese accessorie di viaggio e telefoniche ecc.) è invece pari a 8.500-9.000 euro al mese. Ogni parlamentare ha quindi un costo di circa 230-240 mila euro annui al lordo delle tasse, per un totale di circa 222 milioni. Queste cifre trovano conferma nei bilanci di previsione delle due camere: la spesa prevista per il 2019 per i compensi dei parlamentari è infatti di 225 milioni.

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Rappresenta un suicidio democratico in piena regola. La democrazia funziona quando vi è la qualità nella rappresentanza e nell’elettorato. Se in entrambi manca, ridurre il numero del primo o del secondo non risolve il problema, ma lo accentua, creando delle élite privilegiate. A tutti i sostenitori della riforma pongo una semplice domanda: I parlamentari fino ad oggi raramente hanno seguito l’indirizzo politico emerso dalle urne. Credete veramente che riducendone il numero inizieranno a fare politica? Noi cittadini dovremmo affrontare il problema che sta alla base della malapolitica, che è l’ignoranza della comunità. Nel momento in cui il corpo elettorale è malato dal virus dell’ignoranza, non è capace di capire e criticare le proposte e voterà quelle più semplici che danno benefici immediati, e la rappresentanza soffrirà del virus. Se gli elettori non sono lungimiranti, non lo saranno nemmeno i rappresentanti. Dovremmo cominciare a comportarci con i parlamentari come ci comportiamo con i professionisti che noi incarichiamo. Prima di andare da un professionista ci informiamo e, in base alle notizie, scegliamo il più bravo, poiché lo paghiamo per portare un beneficio.

Questo ragionamento dobbiamo applicarlo alla politica, visto che i rappresentati li eleggiamo e li paghiamo tramite le nostre tasse. Dobbiamo cominciare ad informarci, a ragionare sulle proposte e a pretendere di eleggere le persone capaci. Lo slogan “uno vale uno” è ingannevole, perché si rifà al principio di uguaglianza dei cittadini, ma se non opportunamente declinato da questi, può distruggere la società. È giusto che tutti i cittadini siano uguali, ma ognuno deve fare il mestiere per cui ha studiato. Di conseguenza, non tutti possono fare politica, come non tutti possono fare il medico o il meccanico. Occorre studiare. Questo ragionamento vale ancora di più per la politica, visto che deve governare fenomeni complessi che il cittadino spesso non comprende.

In sintesi, cerchiamo di migliorare noi stessi per migliorare la società, anziché amputare la rappresentanza.

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[Fonte1, Fonte2 ]

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