Giù le mani da Willy!

Si chiederanno mai Cathy La Torre o Matteo Salvini che cosa significa nascere in una periferia abitata quasi esclusivamente da pregiudicati, crescendo all’ombra di operazioni di polizia, omicidi e risse? Che cosa significa crescere in una società che condanna la Camorra ma esalta Gomorra.

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Willy Monteiro Duarte, un nome che avrete sicuramente sentito in questi giorni. Parliamo di un 21enne che è stato brutalmente ucciso a Colleferro (comune della città metropolitana di Roma) da un branco composto da quattro coetanei perché intromessosi in una rissa: aveva tentato di fare da paciere tra i quattro energumeni e il suo amico. Si tratta di Francesco Belleggia, 23 anni, Mario Pincarelli, 22 anni e dei fratelli Gabriele e Marco Bianchi di 25 e 24 anni. Sono tutti accusati di omicidio preterintenzionale in concorso. Erano già conosciuti alle forze dell’ordine: chi per lesioni, chi per spaccio di droga, chi per botte, risse e minacce. Il tentativo è finito in tragedia: i quattro, alla fine, se la sono presa con lui e lo hanno ammazzato a calci e pugni, forti sia della possenza fisica che del fatto di essere artisti marziali.

Cos’ha a che fare questa storia con la geopolitica? Nulla. Cos’ha a che fare con la politica e, più in generale, con la nostra missione di combattere il degrado socioculturale della nostra civiltà? Molto. Anzi, moltissimo.

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Partiamo da questo presupposto: giù le vostre mani (grondanti di sangue) da Willy! Neanche il tempo di organizzargli il funerale e già Facebook è pieno di post di politici, come Cathy La Torre, e pagine e giornali che stanno facendo sciacallaggio per i loro sporchi fini. C’è chi vuole far passare l’omicidio come la manifestazione più palese del razzismo capillare del popolo italiano, perché i quattro corrisponderebbero all’identikit del fascidiota medio: abitante della periferia, muscoloso, tatuato, elettore della Lega, licenza elementare/media, xenofobo.

C’è chi si chiede, ancora più vergognosamente: e se fossero stati quattro neri a uccidere un bianco?! Sicuramente ne staremmo parlando di più. Stendiamo un velo pietoso. C’è chi invece vuole far passare l’omicidio per perseguire un’agenda antigovernativa, imputando all’esecutivo la morte di Willy: il governo si occupa dei clandestini e delle mascherine mentre le periferie sono preda della delinquenza e del crimine.

Hanno torto entrambe le parti e il motivo è soltanto uno, così semplice, così duro da digerire: abbiamo perso il controllo della nostra gioventù. Ed è successo molto tempo fa. Il fatto è che oggi iniziamo a vederne i frutti: assenza di valori, assenza di rimorso e pentimento dopo un crimine, omicidi commessi “per noia”, violenza come strumento per raggiungere lo scopo, incapacità di dialogare, criminali e personaggi discutibili elevati al rango di modelli comportamentali.

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Le istituzioni sociali non riescono più a fare presa sulla gioventù italiana: le scuole ne sono semplicemente incapaci e sono, spesso, esse stesse dei luoghi di formazione per i futuri criminali (si pensi al bullismo dilagante nei nostri istituti); le chiese sono semi-vuote e scomparsa la generazione nata fra i ’40 e i ’60 probabilmente chiuderanno i battenti; le famiglie hanno perso ogni legittimità a partire dagli anni ’60 (la sociologia è concorde all’unanimità su questo, chi proviene dalle università ci darà ragione) assistendo ad una “rottura generazionale” che ha condotto i genitori a “liberalizzare” l’educazione dei figli, appianando la dimensione autoritaria in favore dell’accondiscendenza tout court.

Che i politici e le stelle dei social la smettano di fare propaganda sulla carne di questo giovane eroe, morto per difendere un amico da un branco di “nuovi barbari” (come li ha meravigliosamente ribattezzati Matteo Carnieletto in un articolo-denuncia pubblicato su Il Giornale), e inizino a capire che in questa storia c’è tutto meno che il razzismo.

Questa è una rissa finita in tragedia: una delle tante, troppe. Morire per uno sguardo di troppo, per una sigaretta rifiutata, per difendere un amico da dei bulli. Questa è la dannata quotidianità delle periferie italiane e non ci sorprende affatto che politica & sciacalli vari se ne siano accorti adesso: loro vivono nelle comunità chiuse, escono soltanto per andare in ufficio, passeggiando esclusivamente nelle vie dell’alta moda e ignorando completamente l’esistenza di quartieri-dormitorio e ghetti che circondano le metropoli in cui abitano. Se ne ricordano soltanto quando è il momento di chiedere voti o quando non si può proprio chiudere un occhio, come nel caso di Willy.

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E sapete perché stiamo scrivendo questo articolo-denuncia? Perché noi, che lavoriamo per la difesa dell’interesse nazionale, ci stiamo chiedendo che senso abbia dedicare un’intera esistenza a rendere grande il nostro Paese se questi sono gli abitanti del suo oggi e del suo domani.

Ripartiamo da Willy, ma facciamolo sul serio. Che le scuole siano ciò che debbono essere: luoghi di istruzione e formazione personale. Che le famiglie tornino ad essere ciò che furono e debbono essere: luoghi di sviluppo, crescita e maturazione, dove la formazione del carattere e dell’io non avviene regalando tutto ma alternando il bastone e la carota. Che lo Stato trovi dei modelli comportamentali da far seguire alla gioventù: prendiamo atto della morte della religione e della fine della chiesa cattolica quale induttore di valori nella gente; che lo Stato lavori affinché si trovino degli enti alternativi ai quali delegare la formazione dei suoi figli. Per concludere, condanniamo fermamente l’assassinio di questo giovane, un vero e proprio martire, e speriamo che la giustizia faccia il suo corso, infliggendo il massimo della pena possibile ad ognuno dei quattro omicidi.

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Ci chiediamo questo: è davvero (solo) colpa loro? Si chiederanno mai Cathy La Torre o Matteo Salvini che cosa significa nascere in una periferia abitata quasi esclusivamente da pregiudicati, crescendo all’ombra di operazioni di polizia, omicidi e risse? Che cosa significa crescere in una società che condanna la Camorra ma esalta Gomorra, pompandolo in ogni canale ma obbligando gli attori alla solita paternale della durata di un minuto: “è solo un film, siate onesti”? Quale può essere l’impatto ambientale di un quartiere fuori dal controllo statale, come Tor Bella Monaca o Scampìa, sulla psiche di un giovane? In breve: abbiamo creato noi le condizioni per questo sfacelo sociale, permettendo che le periferie diventassero ciò che sono e che i nostri giovani diventassero questi involucri senz’anima che sono adesso?

Facciamoci queste domande e diamo loro anche delle risposte: lo dobbiamo a Willy. Il futuro di una nazione non si gioca soltanto sull’arena internazionale, lo si gioca su campi molto meno visibili: scuole, periferie, famiglie, centri città.

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