Henry-Lévi e Tikhanovskaya: una foto, un solo significato.

Pochi giorni fa Svetlana Tikhanovskaya, l’autoelettasi presidente della Bielorussia, ha incontrato Bernard Henry-Lévi, un filosofo ed intellettuale francese molto influente e conosciuto nei circoli di potere francesi, spesso definito “l’eminenza grigia dei liberali”.

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Autore Marco Ghisetti.

Pochi giorni fa Svetlana Tikhanovskaya, l’ormai, autoelettasi presidente della Bielorussia, ha incontrato Bernard Henry-Lévi, un filosofo ed intellettuale francese molto influente e conosciuto nei circoli di potere francesi, spesso definito “l’eminenza grigia dei liberali”. Dopo l’incontro, Lévi ha definito Tikhanovskaya “musa della rivoluzione bielorussa” ed incoraggiato i paesi occidentali ad offrire tutto il sostegno necessario all’“opposizione democratica bielorussa”. Tale appoggio non si è fatto attendere: il parlamento europeo non ha riconosciuto Lukashenko come presidente legittimo della Bielorussia, nominandolo anzi persona non grata all’interno di tutto il territorio dell’Unione, mentre la Commissione Europea sta preparando sanzioni economiche contro la Bielorussia e fornendo sostegno politico, diplomatico e mediatico agli oppositori del governo, ritenendo Tikhanovskaya il legittimo presidente della Bielorussia. L’incontro di Lévi con Tikhanovskaya è di una importanza simbolica enorme. Infatti, questa non è la prima volta che Lévi offre il proprio sostegno ed il proprio peso intellettuale ad una “transizione democratica”.

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Nel 1999, Lévi sostenne l’Armata di liberazione cosovara (un gruppo composto da un folto numero di combattenti wahabiti e salafisti), invitando la NATO a bombardare la Serbia ed a completare l’opera di smembramento della Jugoslavia. Nello stesso anno sostenne i separatisti della Cecenia, i quali, se fossero riusciti nel tentativo di staccarsi dalla Russia, avrebbero probabilmente causato una reazione a catena che avrebbe replicato lo smembramento jugoslavo su un territorio di dimensioni continentali e dotato di armamento nucleare. Nel 2003 Lévi sostenne la “rivoluzione delle rose” in Georgia, che portò al governo un esecutivo che implementò un’opera di privatizzazione selvaggia degli assetti statali costruiti durante il periodo sovietico e iniziò ad avvicinarsi alla NATO e la UE. Sempre in Georgia, a seguito di un’altra “rivoluzione colorata” nel 2008, che comportò lo scoppio di una guerra di Ossezia meridionale, Lévi chiese all’Alleanza Atlantica di fare pressione militare a Mosca affinché smettesse di sostenere i separatisti georgiani.

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Lévi ha anche giustificato ideologicamente quelle da lui definite “primavere arabe”, cioè quegli eventi che hanno comportato la destabilizzazione di ampie regioni del Mediterraneo meridionale ed orientale e che hanno anche avuto “l’effetto collaterale” di far scoppiare le migrazioni di massa verso l’Europa. Per esempio, nel 2011 ha sostenuto il “Consiglio nazionale di transizione” libico, definendolo il “legittimo rappresentante del popolo libico” ed organizzando un incontro tra il Consiglio ed il presidente francese Sarkozy. Poco dopo cominciò la campagna aerea contro Gheddafi, che ridusse l’intera Libia da Stato del Nord Africa più florido e stabile a polveriera incendiaria. Nel 2013 ha invitato i paesi occidentali ad intervenire contro il governo di al-Assad nella guerra civile siriana: un cruento conflitto innescato da potenze straniere che ha fatto sprofondare uno dei paesi religiosamente più tolleranti e stabili del Vicino Oriente in una guerra civile che perdura da dieci anni. Nel 2014, in Ucraina sostenne il colpo di Stato che portò al governo alcuni elementi profondamente russofobi di estrema destra, governo subito riconosciuto come legittimo dall’Unione Europea, causando una profonda crisi politica ed economica tra Russia ed Europa, tutt’oggi
irrisolta. E adesso Lévi ha incontrato Tikhanovskaya.

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Una teologia a geometria variabile.

L’opera di Lévi si caratterizza per essere una delle più fortunate opere di teleologizzazione dei diritti umani da esportazione a geometria variabile. Ovvero, la sua opera esplica una chiara funzione strumentale facilmente spiegabile: quando i circoli di potere di cui Lévi, consapevolmente o meno, fa da intellettuale organico, si trovano tra i piedi uno Stato non allineato, il capo di Stato di quel paese viene dipinto dal circo mediatico e giornalistico di proprietà dei medesimi circoli di potere, come un hitleriano dittatore baffuto e sanguinario, magari di nome Milosevic Sadistikovic o Saddam al-Malvaggh, che perseguita il proprio popolo proprio mentre questi cerca eroicamente ma inutilmente di aprirsi alla democrazia, al liberalismo e a Wall Street. Così facendo, si giustifica la “soluzione Dresda”, cioè un’operazione di guerra umanitaria il cui obbiettivo dichiarato è di diffondere i diritti dell’uomo in quello Stato tramite un coatto cambio di regime. Tale teologia dei diritti umani è a geometria variabile poiché non si applica ad uno Stato pienamente inserito all’interno delle suddette logiche di potere. Infatti, le proteste fatte in nome della democrazia contro Lukashenko incontrano il sostegno di Lévi, e si cerca di preparare la Bielorussia ad una “transizione democratica”, ma le proteste fatte, per esempio, dai gilet gialli contro un governo ed un sistema che li stava (e sta ancora) pauperizzando ed escludendo da ogni processo di decisione democratica concernente il futuro economico e politico dei francesi, no. Lévi ha infatti espresso delle parole davvero poco lodevoli nei confronti dei gilet gialli, cioè uno dei maggiori movimenti di protesta registratisi in Francia dal tempo della Comunale di Parigi, definendoli, molto significativamente, “movimento xenofobo” e “ciarpame neofascista (per essere precisi ha evocato le camicie brune di hitleriana memoria) […] e non ha visto l’intimo dramma di questa popolazione […] messa sempre più ai margini”.

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Il risultato di questa geometria variabile è che i dimostranti che protestano contro Lukashenko sono dei democratici che sfidano un dittatore fascista e la “soluzione Dresda” si applica alla classe dirigente bielorussa, mentre i gilet gialli che protestano per le medesime ragioni sono loro, e non il governo, ad essere degli xenofobi fascisti di hitleriana memoria, e perciò la “soluzione Dresda” viene attivata contro i manifestanti.

L’obbiettivo di sempre: l’accerchiamento completo della Russia.

Ripercorrendo l’ordine ed il modo in cui sono avvenute le rivolte sostenute da Lévi, si può notare che tutte le suddette rivolte sono avvenute seguendo una logica di potenza ben precisa. Ovvero, privare la Russia di ogni potenziale alleato europeo o mediterraneo per accerchiarla completamente: l’estensione della NATO nell’ex cortile di casa sovietico, la distruzione della Jugoslavia e l’aggressione NATO e USA alla Serbia, il finanziamento di gruppi separatisti e russofobi in Russia, Ucraina e Georgia, il sostegno a gruppi wahabiti e salafisti nel Vicino Oriente e nel Caucaso, la distruzione manu militari di Stati mediterranei e vicino-orientali, ed ora il sostegno ad alcuni gruppi bielorussi, sono eventi che si comprendono in questi termini. L’obbiettivo di questa teologia a geometria variabile non è di dar voce e aiutare legittime aspirazioni democratiche (altrimenti sarebbero stati sostenuti anche i gilet gialli, mentre non sarebbero stati sostenuti colpi di Stato fatti da gruppi di estrema destra in Ucraina, o insurrezioni di matrice wahabita e salafista in
Cossovo, Cecenia e Siria), ma di promuovere a forza di “spallate democratiche l’unificazione del Pianeta sotto l’egida di Washington, campione dell’Umanità”.

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L’apparizione di Lévi, grande cantore dell’esportazione dei diritti dell’uomo a geometria variabile, a fianco di Tikhanovskaya, politica il cui programma è precisamente il divorzio tra Russia e Bielorussia, è perciò facilmente comprensibile nei seguenti termini: in Bielorussia si è pronti ad attuare, violentemente o meno si vedrà, un cambio di regime, e gli interessi del potere saranno camuffati da “motivazioni umanitarie pseudo-universalistiche”.

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