Continua la tensione nel Mediterraneo orientale tra le Grecia e Turchia

Atene non è degna dell’eredità bizantina. Il successore di Bisanzio fu l’Impero Ottomano.

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“La Grecia non è degna dell’eredità bizantina. Il successore di Bisanzio fu l’Impero Ottomano, ha proseguito Erdogan. Atene rifiuta di prendere lezioni dalla storia e si comporta come uno pseudo-uomo nel Mediterraneo. La Turchia otterrà ciò di cui ha diritto nel Mediterraneo orientale, nell’Egeo e nel Mar Nero. Non faremo concessioni”. Queste le più recenti dichiarazioni di Recep Tayyip Erdogan, in risposta alle contromisure adottate da Atene per impedire – o rallentare – l’avanzata turca nelle acque del Mediterraneo di competenza greca e cipriota.

Il taglio provocatorio delle dichiarazioni di Ankara rischia di favorire un più rapido aggravamento delle relazioni di Grecia e Turchia, a totale vantaggio della seconda. Pronunciate in un giorno non casuale – il 26 agosto, anniversario della disfatta bizantina a Manzikert contro le forze turche (1071) – le parole di Erdogan non devono tuttavia trarre in inganno. E’ vero che il Primo Ministro Turco gode di condizioni vantaggiose in politica interna, dove il consenso rimane stabile, e in politica estera, approfittando delle politiche di retrenchment degli Stati Uniti in Medi Oriente e della crisi pandemica, ma deve anche confrontarsi con una condizione economica preoccupante che, presto o tardi, potrebbe minare la stabilità del suo governo.

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Non è un caso, infatti, che i due hotspot della politica estera Turca passino attraverso le sorti della guerra civile in Libia e dell’esplorazione delle acque orientali del “fu” Mare Nostrum. Minimo comun denominatore fra l’incremento dell’impegno militare turco in Nord Africa – pur fiancheggiata dalla NATO – e nelle acque del mediterraneo orientale – ai danni di Atene e Nicosia – è infatti la sicurezza energetica, ovvero l’approvvigionamento di Gas e Petrolio a basso costo. Assicurandosi il primato sui giacimenti del Mediterraneo orientale e del Mar Nero, non è un segreto, la Turchia intende raggiungere due obbiettivi.

Dare nuovo respiro all’economia, acquisendo le risorse necessarie per finanziare l’ambizioso programma politico, in primis, e “riaprire” la Sublime Porta a tutti i territori su cui esercita il suo peso geopolitico, in secundis. In tal senso sarà di fondamentale importanza per Ankara vincere il duello con Ryadh per la guida del mondo Sunnita, riproponendosi come potenza egemone nel vicino Oriente a distanza di quasi un secolo dalla dissoluzione dell’Impero ottomano.

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Non ultimo, la Turchia continuerà a estendere la propria sfera di influenza nell’Asia centrale, intessendo legami politici e commerciali con i paesi turcofoni post-sovietici e proseguendo le politiche di “buon vicinato” inaugurate dalla Presidenza Turgut Ozal (1989-1993). Se le politiche di Erdogan in Libia, Mediterraneo orientale, Balcani e Asia centrale avranno successo non può ancora essere detto, tale la complessità degli schieramenti in seno alla comunità internazionale. Là dove Erdogan avanza in Libia il Leader egiziano Al-Sisi schiera l’esercito, là dove Erdogan avanza in Siria riceve avvertimenti da Mosca, Washington e Tel Aviv, là dove Erdogan avanza nel Mediterraneo potrebbe presto ricevere risposte dai competitors regionali, come già dimostrato dall’inizio delle esercitazioni – nella giornata di ieri – delle marine militari di Italia, Francia e Grecia nelle acque di Cipro. Sembrava che con l’abolizione del Califfato, la proclamazione della Repubblica da parte di Ataturk e la trasformazione kemalista della Turchia in un moderno Stato Nazione tutto fosse cambiato. Ci sbagliavamo, il “malato d’Europa” è tornato.

Di Samuele Vasapollo.

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