Perché la Polonia vuole uscire dalla Convenzione di Istanbul?

l risultato delle elezioni polacche tenute il 22 luglio ha decretato la vittoria di Andrzej Duda e del partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS), culla della Polonia profonda, rurale, cattolica e identitaria.

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Autore Marco Ghisetti.

Questa vittoria conferma la volontà della Polonia di continuare lungo un percorso iniziato almeno dal 2015 che l’ha fatta ergere, insieme all’Ungheria di Victor Orban, a bastione del populismo europeo. Un decisivo passo avanti in questa direzione è rappresentato dall’iniziativa del ministro polacco della Giustizia, Zbigniew Ziobro, di presentare al Ministero della famiglia, del lavoro e delle politiche sociali una mozione per richiedere l’uscita della Polonia dalla “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, altresì nota come “Convenzione di Istanbul”. Il ministro polacco, infatti, ritiene che la Convenzione “contenga elementi ideologici, che reputiamo dannosi”, poiché essa includerebbe “la costituzione del cosiddetto genere socio-culturale in opposizione al sesso biologico”. L’ideologia di genere sarebbe, continua il politico polacco, “più distruttiva del comunismo”.

La Convenzione di Istanbul spiegata in quattro petali

Cosa prevede la Convenzione.

I timori di Ziobro non sembrano essere privi di fondamento. Nel testo della Convenzione la parola “gender” (genere) compare 25 volte, termine con il quale “ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini” (art. 3.c). Siccome la Convenzione “[Riconosce] che il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure [sic] e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne” (Preambolo), essa impegna le parti firmatarie ad implementare “le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini” (art. 12.1). Essa impone inoltre ai contraenti di promuovere e mettere in atto, “regolarmente e ad ogni livello, delle campagne o dei programmi di sensibilizzazione” (art. 13.1), oltre alle “azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto” (art. 14.1).

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Ideologia e demografia.

Per quanto il fattore ideologico dietro questa iniziativa sia certamente rilevante, sarebbe un errore ritenere che la volontà di ritirare la Polonia dalla Convenzione sia semplicemente dovuto alle radici ideologiche di un governo “sovranista-nazionalclericale” (definizione di la Repubblica). Dietro questa iniziativa vi sono anche dei precisi calcoli di realpolitik, con cui il governo del PiS intende far ergere la Polonia in una vera e propria potenza regionale.
Il Warsaw Enterprise Institute, uno dei maggiori centri di ricerca polacchi, già durante il precedente governo del PiS (2015-2020) aveva dichiarato che quello “demografico” era una delle “quattro sfide principali” da superare per creare una Polonia “forte e sicura”. Le attuali debolezze demografiche della Polonia, secondo il WEI, consistono nel doppio fattore della emorragia emigratoria e del basso tasso di natalità (uno dei più bassi d’Europa). Infatti, in prospettiva, si calcola che, con l’attuale tasso di natalità, la popolazione polacca diminuirà di 5,3 milioni di unità e che l’età media raggiungerà i 51 anni entro il 2050. Questo senza contare il massiccio fenomeno emigratorio, che ha visto, soltanto nei primi 10 anni successivi all’entrata della Polonia nell’UE nel 2004, non meno di 2 milioni di polacchi emigrare in altri paesi dell’Unione.

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Nel suo precedente governo, il PiS è effettivamente riuscito ad ottenere i primi timidi aggiustamenti demografici: l’emigrazione è diminuita a seguito di un notevole sviluppo economico, che ha visto la Polonia ottenere lo status di economia pienamente sviluppata dell’indice di Russell. A ciò va aggiunta una recente e consistente immigrazione dai paesi dell’Europa orientale, in particolare dall’Ucraina. La natalità, inoltre, è aumentata di 0,2 punti a seguito di ingenti politiche demografiche e sovvenzioni statali, raggiungendo i 1,4 punti nel 2019. Tuttavia, al fine di raggiungere il “livello minimo di sostituzione” di 2,1, sia il WEI che il PiS ritengono che sia necessario “rafforzare la posizione legale e sociale della famiglia”. Lo stesso Ministero della Famiglia, d’altronde, ha fatto eco esattamente alle rivelazioni del WEI quando ha affermato che il fattore culturale, e quindi non solo quello economico, è tra i fattori che maggiormente influenzano la decisione delle coppie di formare famiglie stabili e numerose. I vari obblighi legali a cui la Convenzione di Istanbul vincola i contraenti, come quello di promuovere politiche sensibili al genere e cambiamenti nei comportamenti tradizionali degli uomini e delle donne, non possono che entrare in conflitto con la pretesa del governo del PiS di aumentare il tasso di natalità polacco, che è una delle sfide principali che il governo ritiene di dover superare per far diventare la Polonia una potenza regionale “forte e sicura”. Considerazioni ideologiche e demografiche sono quindi ciò che guida la volontà polacca di uscire dalla Convenzione di Istanbul. Naturalmente, qualora la Polonia uscisse e registrasse ulteriori successi demografici ed economici, essa ispirerebbe ulteriormente i movimenti populisti dell’Europa occidentale.

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