Beirut: incidente o attacco? Tutte le possibili piste

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Quest’oggi, venerdì 7 agosto, Hassan Nasrallah, il segretario di Hezbollah, il partito ed organizzazione militare di ispirazione sciita libanese, ha voluto pronunciare un discorso alla luce delle crescenti tensioni nel Paese. Il discorso avrebbe dovuto essere reso pubblico il 5 agosto, perché aveva come argomento Israele, ma è stato posticipato a causa della tragedia di Beirut e aggiornato di nuovi contenuti.

Parliamo di un fatto che è già entrato negli annali di storia: l’esplosione del porto di Beirut è stata inserita nell’elenco delle più violente esplosioni non-nucleari della storia, avendo provocato un terremoto di magnitudo 3.3 e danni ambientali maggiori della cosiddetta “Madre di tutte le bombe” sperimentata dagli Stati Uniti tre anni fa in Afghanistan. Parliamo di una forza di distruzione di poco inferiore a quella che ha devastato Hiroshima e Nagasaki per forza di distruzione; secondo Andrew Tyas, esperto di esplosivi all’università di Sheffield, “[l’esplosione è stata] più potente di [quella producibile da] qualsiasi arma convenzionale”.

Nell’attesa che il popolo libanese si riprenda dallo choc, il bilancio delle vittime aumenta con il passare delle ore. Al momento si registrano 157 morti, oltre 5mila feriti e 300mila sfollati. Gran parte delle riserve nazionali di grano è andata distrutta, oltre il 50%, e interamente inagibile è il porto, dal quale transitava oltre il 60% delle merci in entrata e uscita.

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Abbiamo analizzato il discorso di Nasrallah e ne trascriviamo qui alcuni spezzoni. Crediamo sia importante, soprattutto perché Israele e Hezbollah hanno iniziato ad accusarsi reciprocamente a neanche un’ora dall’esplosione. Analizzare i discorsi è un imperativo del nostro lavoro, perché per mezzo delle parole è possibile decifrare significati e comprendere quali potrebbero essere le evoluzioni future.

“Oggi non parlerò della tensione tra Hezbollah e il nemico israeliano, ma solo dell’esplosione in Libano […] oggi parlerò di una e una sola questione […] siamo di fronte a un disastro umanitario, sociale e nazionale. Lo stato di paura in cui milioni di persone sono entrati a causa dell’incidente è preoccupante. La paura del popolo libanese è un grandissimo pericolo: è un incidente con molte conseguenze, in tutte le dimensioni […] Beirut appartiene a tutti noi, indipendentemente dalla religione”.

L’obiettivo di Nasrallah è chiaro: rafforzare l’unità nazionale e fare leva sul fatto che, per tramite della coalizione nota come il Movimento dell’8 marzo, ha del potere di controllo sull’attuale esecutivo. In un paese come il Libano o si punta alla coalizione o è guerra, parliamo del Paese più religiosamente pluralistico del Medio Oriente, dove convivono (e si scontrano anche) musulmani sciiti, sunniti e alauiti, il gruppo etnoreligioso dei drusi, e i cristiani maroniti, cattolici, greco-ortodossi e armeno-ortodossi. Ognuno di questi gruppi è a sua volta spalleggiato da formazioni paramilitari, come le celebri Falangi Libanesi, perciò il conflitto è sempre dietro l’angolo: insomma, una vera e propria “polveriera etnoreligiosa“.

Tra gli altri punti interessanti del suo discorso vi è un commento collegato alle dichiarazioni di Donald Trump, secondo il quale si sarebbe trattato di un “terribile attacco”, al quale fa seguito un’accusa agli Stati Uniti, ritenuti i responsabili dello stato d’assedio che è costretto ad affrontare il Paese.

“C’è una crisi di regime, una crisi di stato, persino una crisi di esistenza. Se le autorità libanesi falliranno in questo dovere, non ci sarà speranza [per il Libano]”.

La distruzione del porto di Beirut avrà delle profondissime conseguenze per l’intera regione Nord Africa e Medio Oriente: il primo porto del Mediterraneo Orientale, il terminale del corridoio transmesopotamico sognato da Teheran, il centro vitale dell’economia libanese. Pur essendo gestito in maniera mista, ovvero mescolando pubblico e privato, sembra che il controllo sull’infrastruttura fosse de facto esercitato dal cognato di Nasrallah. Non sorprende quindi che il malcontento stia montando verso il Partito. Secondo i detrattori, il cognato sapeva dell’hangar 12 o avrebbe dovuto, essendo intitolato alla supervisione della movimentazione dei container, alla gestione dei magazzini, all’attracco delle navi, e così via.

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A questo proposito, Nasrallah ha mantenuto un profilo basso, tentando di aggirare e rigettare le accuse di un possibile coinvolgimento (anche solo negligenza) dietro la tragedia, come evidenziato dal seguente passaggio:

“Non governiamo il porto, né lo amministriamo, né interferiamo in esso, né sappiamo cosa sta succedendo lì… la nostra responsabilità è la resistenza [contro Israele]. Sappiamo di più sul porto di Haifa che sul porto di Beirut.”

Riassumendo, questi sono i punti chiave del discorso:

  • Richiamo alla solidarietà.
  • Gli Stati Uniti hanno messo sotto assedio il Libano.
  • Viene negato qualsiasi coinvolgimento di Hezbollah con il magazzino e con qualsiasi cosa succedesse nel porto.
  • Enfasi sul fatto che Hezbollah sta aiutando le vittime attraverso la sua rete di aiuto sociale.
  • Vengono chieste indagini ed una presa di responsabilità.
  • Viene lodata la Francia e l’intervento del Presidente Emanuel Macron.
  • Lanciate critiche all’indirizzo dei media arabi per aver diffuso bufale disinformazioni circa il ruolo di Hezbollah nella tragedia.
  • Nessuno riferimento ad Israele, in precedenza accusato da fonti dell’organizzazione di aver condotto un “sabotaggio”.

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Per quanto riguarda la tragedia, queste sono le principali teorie su quanto accaduto e dietro ognuna di esse si nasconde della verità.

1) La tesi della negligenza. Il nitrato di ammonio era da anni stipato nell’hangar 12 e nessuno se ne curava per via di un miscuglio micidiale di trascuratezza e corruzione. Le fiamme sarebbero partite in maniera accidentale durante dei lavori di manutenzione che hanno provocato l’esplosione del capannone, generando un effetto domino che ha travolto l’intero porto.

2) La tesi dell’attentato. Qualcuno ha provocato l’esplosione, inserendo degli inneschi che vista la situazione non troveremo mai, o tramite dei nuovi tipi di missili che le videocamere normali non riescono a catturare. Potrebbero essere stati dei gruppi terroristici, dissidenti di Hezbollah (ma non abbiamo notizia di faide interne), oppure Israele. Donald Trump ha parlato espressamente di “attacco”, anche se è stato smentito dal Pentagono.

Vignetta satirica apparsa dopo il discorso del segretario di Hezbollah, Nasrallah.

Che si tratti di incidente o di attacco, sappiamo alcune cose:
1) Israele è da tempo alla ricerca dell’arsenale segreto di Hezbollah ed è possibile che fosse stipato nell’hangar 12. Se di attacco si è trattato, sapeva delle armi ma non del nitrato, oppure lo sapeva ma ne ha sottovalutato la dimensione e quindi gli effetti.
2) Nell’edificio, oltre al nitrato, è stato fatto capire che c’erano quintali di ordigni. Questo il motivo per cui nessuno entrava nell’hangar e per cui lo stesso nitrato è rimasto intoccato. Di chi erano queste armi? Hezbollah?
3) Non c’è unanimità da parte degli esperti che hanno analizzato i video: alcuni ritengono che il colore del fumo e delle fiamme sia compatibile solo con quello del nitrato, altri vedono colorazioni tipiche di materiale militare.
4) L’esplosione sta già avendo conseguenze politiche e geopolitiche, e tutte a detrimento di Hezbollah, accusato di essere il motivo della corruzione dilagante, del malessere e dell’arretratezza del Libano. La Francia è già entrata in partita, altri ne approfitteranno, il risultato complessivo potrebbe essere la fine di Hezbollah e la conseguente uscita dell’Iran dal Libano.

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L’ultimo punto è estremamente importante, il più importante, al di là del fatto che si sia trattato di un incidente o di un attacco. Siamo testimoni della politicizzazione dell’evento in chiave anti-iraniana e anti-Hezbollah, e se la tragedia può essere stata frutto del caso, il dopo- non lo è affatto.

Quel porto era vitale tanto per il Libano che per l’asse della resistenza. Era il punto di entrata principale degli armamenti e degli altri beni provenienti dal resto del mondo e destinati a Hezbollah. Senza quel porto sarà impossibile consolidare l’asse della resistenza e si complicheranno incredibilmente i piani dell’organizzazione di muovere un’eventuale guerra ad Israele da Nord qualora Teheran dovesse decidere di vendicare la morte del generale Qasem Soleimani, ucciso durante un raid statunitense in territorio iracheno la notte 3 gennaio 2020.

L’Iran e Hezbollah dovranno trovare un nuovo snodo, ma i piccoli porti libanesi, come quello presente nel distretto di Tripoli o quello di Tiro, o Latakia, non hanno le capacità strutturali per sostenere il riorientamento integrale del flusso commerciale e non sarà possibile potenziarli nel breve periodo.

Ma ci sono anche dei vincitori:

  • La Francia, che ha approfittato immediatamente della situazione per provare a ristabilire il proprio ruolo di mandatario del Libano, rispolverando ambizioni neocoloniali mai totalmente seppellite.
  • La Russia, che ha allestito un ingentissimo esercito di aerei- e navi-ospedale, tentando la carta della diplomazia umanitaria per estendere i suoi tentacoli da Damasco a Beirut e consolidare il proprio dominio (appena acquisito) di potenza nel Mediterraneo Orientale
  • Israele, per ovvie ragioni, per via della (nuova) distruzione del Libano e dell’inevitabile riduzione di potere al quale andrà incontro Hezbollah per via dell’effetto congiunto giocato dalla perdita del porto e dalle proteste popolari, che sicuramente stanno venendo pilotate dall’esterno per incendiare la situazione e accelerare la fuoriuscita dalla scena dei soldati di Dio.

Le settimane successive saranno decisive per il destino di Hezbollah, per la sua stessa esistenza, che dovrà trovare un modo per affrontare la crisi di legittimità ed elaborare una nuova strategia di adattamento ad un contesto mutato, che non è più quello del 2006, l’apogeo del consenso, ma quello del 2020, in cui l’asse Washington-Riad-Tel Aviv ha riscritto gli equilibri di potere nell’intera area geopolitica Medio Oriente e Nord Africa.

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[Immagine sfondo: Siria, tra le rovine della distrutta Idlib un pittore siriano disegna il Bandiera libanese in solidarietà con le vittime di Beirut]

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