Bielorussia. Lukashenko, l’opposizione in piazza e il Cremlino. Che cosa sta accadendo?

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Minsk, prime luci dell’alba del 29 luglio. Una gigantesca operazione di polizia scuote la tranquillità della capitale. Centinaia di agenti appartenenti alle forze dell’ordine e all’antiterrorismo fanno irruzione in un complesso alberghiero trattenendo in arresto 32 persone ivi ospitate dal 25 luglio. Negli stessi minuti, nel Sud del Paese, altri agenti utilizzano la geolocalizzazione telefonica per trarre in arresto un’altra persona.

In totale gli arresti saranno 33. Gravissime le accuse nei loro confronti: pianificazione di attacchi terroristici in vista delle elezioni presidenziali del 9 agosto, le più tese e le più geopoliticamente importanti della storia della Bielorussia indipendente. Per la prima volta, infatti, esiste un’opposizione ad Aleksandr Lukashenko capace di portare in piazza decine di migliaia di persone, e sia il presidente uscente che i suoi rivali parlano apertamente di allontanarsi dalla Russia, di vedere il futuro del paese altrove, un po’ più ad Occidente.

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Comunque vadano le elezioni, a Minsk si sta scrivendo la storia. Ma torniamo all’operazione antiterrorismo.

Gli arrestati sono 33, i loro nomi sono stati trasmessi in televisione, e questo è il loro identikit: cittadinanza russa, appartenenza alla compagnia militare privata ufficiale del Cremlino, il Gruppo Wagner. Tutto torna: Lukashenko nell’ultimo anno si è allontanato da Vladimir Putin, posticipando all’ultimo minuto – e a tempo indefinito – la fusione tanto attesa fra Bielorussia e Russia, della quale si parla da anni, iniziando a comprare petrolio statunitense e avendo telefonate sempre più frequenti con gli uomini dell’amministrazione Trump; quei mercenari sono stati chiaramente inviati da Mosca per seminare caos nel Paese e tentare il colpo di mano, o meglio il colpo di Stato. Fine della storia.

Eppure, no, qualcosa non quadra. Nessuno dei 33 era in possesso di armi e nei giorni precedenti alla maxi-operazione aveva avuto luogo un’importante telefonata fra Lukashenko e Putin durante la quale i due avevano avuto modo di discutere della riesumazione dei lavori per la fusione fra Russia e Bielorussia e il presidente di quest’ultima aveva rassicurato l’omologo russo che nessuno strappo sarebbe occorso. Ma poi la svolta: i servizi segreti di un Paese straniero, che non è stato rivelato, hanno fatto una soffiata ai colleghi di Minsk: un piccolo esercito composto da oltre 200 professionisti della destabilizzazione avrebbe varcato illegalmente i confini del Paese in attesa delle elezioni del 9 agosto con l’ordine di seminare il caos e avvicinare le forze armate e le forze d’opposizione per produrre un cambio di regime e detronare lo scomodo Lukashenko.

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Quella soffiata non è stata presa sottogamba e i servizi segreti bielorussi hanno iniziato ad indagare, ritenendo che quel gruppo di “strani” turisti russi potesse far parte di quell’esercito. Strani, perché? Perché sarebbe stato il loro stile di vita a trarli in inganno: disinteresse verso i servizi di intrattenimento forniti dall’albergo, no alcol, no festini, vestiario militare. Chiaramente dei soldati.

Sì, dei soldati, ma non crediamo che si trovassero a Minsk in vista di un golpe e vi spieghiamo perché. Punto primo: non erano armati. Punto secondo: nei quattro giorni di permanenza nell’albergo non erano usciti dal complesso né effettuato chiamate/inviato email a terzi presenti sul territorio; ovvero nessun contatto con l’esterno, con potenziali quinte colonne. Punto terzo: è altamente possibile che il gruppo si trovasse a Minsk “in sosta”, ovvero che stesse rincasando da una missione appena conclusa all’estero, forse in Libia o in Ucraina orientale.

Belarus President Alexander Lukashenko (2nd R) watches Independence Day parade in Minsk, on July 3, 2013. Belarus celebrates tomorrow Independence Day, an official holiday marking the day in 1944 when the Red Army liberated Minsk from Nazi troops during the World War II. AFP PHOTO / BELTA / POOL/ NIKOLAI PETROV (Photo credit should read NIKOLAI PETROV/AFP/Getty Images)

Il modo in cui la vicenda sta venendo trattata è la prova più che un indizio che si tratti di una messinscena elettorale: discorsi in televisione di Lukashenko che si presenta alla nazione quale unico candidato in grado di difendere la sovranità e l’indipendenza del Paese, la principale rivale del presidente che porta in piazza oltre 50mila persone per cantare slogan antirussi, militari dispiegati dalle caserme alle strade su ordine del presidente ufficialmente per scovare i restanti elementi sovversivi ma praticamente utilizzati per arrestare civili che tifano per l’opposizione.

Sì, siamo di fronte ad una probabile montatura per stringere un elettorato insofferente attorno a sé, ma questa è una di quelle montature dalle quali difficilmente si può tornare indietro. Nel caso Lukashenko tornasse sui suoi passi e liberasse gli arrestati, rivelerebbe all’opinione pubblica il bluff messo in piedi, nel caso le accuse si traducessero in effettive condanne, i rapporti con Mosca raggiungerebbero il punto più basso di sempre.

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Quindi, cosa fare? Una sola soluzione: cambiare posizionamento geopolitico, finalizzare il percorso iniziato poco meno di un anno fa che ha gradualmente avvicinato la Bielorussia all’Occidente e l’ha allontanato dall’alleato storico e di lunga data, la Russia. Facciamo un riepilogo e dopo vi spiegheremo perché la Bielorussia è importante.

  • Settembre 2019: visita dell’allora consigliere per la sicurezza John Bolton a Minsk; il più alto ufficiale statunitense a mettere piede nel Paese dai tempi di Clinton. Obiettivo della visita: convincere Lukashenko che le operazioni dell’Alleanza Atlantica non sono dirette a minare la sicurezza fisica della Bielorussia ma della Russia; preparare il terreno per futuri colloqui e convincere Lukashenko ad aumentare la collaborazione con i partner occidentali iniziando dallo stringere rapporti con la Polonia, l’Ucraina e i Paesi Baltici.
  • Ottobre – dicembre: Lukashenko cambia idea sulla E40, un corridoio acquatico pensato per unire il Mar Baltico al Mar Nero e solidificare l’area Baltici-Visegrad-Ucraina in unico blocco geoeconomico nettamente separato dalla Russia. La Bielorussia, fino ad allora contraria, apre e conclude rapidamente negoziati con la Polonia e l’Ucraina e inizia i lavori al suo interno per la costruzione del corridoio.
  • Ottobre – dicembre: entrano in stallo i negoziati per la fusione fra Russia e Bielorussia, nonostante le pressioni del Cremlino.
  • Dicembre: Lukashenko inizia a lamentarsi per i prezzi degli idrocarburi di origine russa, chiedendone una revisione al ribasso.
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  • Gennaio 2020: membri del governo bielorusso iniziano a parlare pubblicamente della necessità di sviluppare una forma di collaborazione con l’Alleanza Atlantica; scoppia la crisi energetica fra Minsk e Mosca.
  • Febbraio: visita a Minsk di Mike Pompeo, segretario di Stato degli Stati Uniti, che propone a Lukashenko di acquistare petrolio americano “nella quantità desiderate e a prezzi competitivi”.
  • Marzo: lunga telefonata fra Pompeo e l’omologo bielorusso, Uladzimer Makey, durante la quale viene reiterata l’offerta di vendere petrolio americano e viene detto di comunicare a Lukashenko che gli Stati Uniti supporteranno integralmente la strada del Paese verso l’indipendenza (ovvero: se vi allontanate da Mosca, non vi lasceremo soli).
  • Aprile – oggi: la campagna elettorale entra nel vivo, iniziano gli arrestati dei manifestanti e dei rivali nella corsa alla presidenza, tutti accusati di essere sul libropaga del Cremlino.
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  • Giugno: Il mese si apre con lo storico arrivo di oltre 80mila tonnellate di petrolio americano per il mercato bielorusso nel porto lituano di Klaipeda e prosegue con perquisizioni nella Belgazprombank che conducono ad una piccola crisi diplomatica con la Russia, acuitasi con l’arresto del suo ex amministratore delegato, e oggi candidato alla presidenza, Viktor Babariko. A metà mese, Lukashenko dichiara che è stato sventato un colpo di Stato nel Paese, una “rivoluzione colorata in stile Maidan”, la cui regia si trova all’estero. Nello stesso mese, il presidente bielorusso attende la Parata della Vittoria a Mosca ma, come vi avevamo fatto notare (occhio ai dettagli: sempre!), decide di non indossare la Medaglia di San Giorgio (simbolo del mondo russo).
  • Luglio: aumentano gli arresti, la propaganda elettorale assume caratteri sempre più antirussi. Vladimir Putin prova a smorzare la tensione con diverse telefonate e incaricando il proprio portavoce, Dmitrij Peskov, di mantenere un profilo quanto più basso possibile sulle elezioni.

A questo punto, cerchiamo di capire perché la Bielorussia è così importante. È uno degli ultimi tre baluardi del Cremlino in Europa, ecco perché. Gli altri due sono Serbia e Moldavia, quest’ultima sempre più in bilico e anch’essa oggetto di crescenti attenzioni da parte euroamericana. Trascinare la Bielorussia via dall’orbita russa significa proseguire sul percorso indicato dal defunto stratega Zbigniew Brzezinski, secondo il quale l’unico modo per eliminare le interferenze russe nel Vecchio Continente sarebbe stato quello di privare la Russia dei suoi storici possedimenti: Balcani, Ucraina, Bielorussia, Caucaso meridionale.

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Una volta consumati dei cambi di regime, ed inglobati i Paesi nell’Occidente per tramite dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica, la Russia avrebbe cessato di essere un impero eurasiatico per diventare un “impero asiatico”. A quel punto, però, gli Stati Uniti avrebbero dovuto lavorare in maniera ardua per evitare che l’acquisizione di una dimensione asiatica potesse portare alla nascita di una unholy alliance (alleanza profana) fra Russia, Cina e Iran; della quale Brzezinski temeva il potenziale distruttivo. Brzezinski è morto, ma il suo sogno è vivo e vegeto e sta venendo ultimato. Russia, Cina e Iran farebbero bene ad aprire i libri da lui scritti, in particolare “La Grande Scacchiera“, ed unirsi per trasformare in realtà anche i suoi incubi.

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