Epstein Files – Parte I

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Questa storia inizia dalla fine, il 20 luglio di quest’anno, a New Brunswick, in New Jersey. Un uomo, travestito da dipendente della FedEx, bussa alla porta di casa Salas, fingendo di dover effettuare la consegna di un pacco. Qualcuno apre: è un uomo, adulto, potrebbe essere l’obiettivo. Il finto fattorino, che in realtà è un assassino, estrae la pistola e spara. Uccidendolo. Ferisce anche un altro presente. Poi scappa.

La vittima è Daniel Anderl, il figlio di Esther Salas, giudice distrettuale di altissimo profilo nel panorama della giustizia statunitense che è nota per aver gestito dei casi sensibili in passato e che si sta attualmente occupando di alcune indagini sulla Deutsche Bank. L’assassinio ha scioccato gli Stati Uniti e la politica, locale e nazionale, ha già twittato le proprie condoglianze al giudice Salas; questo dovrebbe rendere l’idea sulla caratura del personaggio di cui stiamo parlando. A questo punto sorgono le domande e, soprattutto, vi chiederete: cosa ha a che fare questo con il caso Epstein? Forse qualcosa, forse niente. Infatti, occorre fare una premessa: quando si parla di certi argomenti, o si apre l’orecchio per ascoltare tutto, oppure lo si copre e ci si chiude nella sordità.

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Il caso (o il destino, come si preferisce) ha voluto che sul fascicolo sul quale sta lavorando la Salas sia comparso il nome del defunto finanziere e predatore sessuale, Jeffrey Epstein. In che modo e perché? Epstein era diventato cliente della banca tedesca nel 2013 ed è proprio all’interno di essa che si è reso protagonista di manovre strane, bonifici e giroconti dalle cifre astronomiche diretti a, o provenienti da, gli alti papaveri dell’alta società e dell’alta politica mondiale. La Salas sta indagando (anche) su questo; aveva iniziato da poco in realtà.

Che la Deutsche Bank sia a conoscenza di qualcosa sul defunto cliente non è dato sapere, ma certo è molto emblematico che la banca si sia detta “dispiaciuta” di averlo accettato. E noi rispondiamo: e perché dovrebbe? Dispiaciuta per i suoi crimini sessuali, scoperti a pochi giorni dalla morte prematura in carcere, o dispiaciuta perché consapevole che al suo interno stesse avvenendo qualcosa di sporco? La Salas risponderà a queste cose; o meglio avrebbe dovuto. Infatti, pensiamola così: forse l’obiettivo non era il giudice – nel senso, forse l’obiettivo non era l’eliminazione fisica del giudice quanto metterle addosso a paura, spaventarla, spingerla a fare un passo indietro, magari dimenticare che sulle carte che sta leggendo ci sia il nome di Epstein. Lo scopriremo presto.

High-Profile Deutsche Bank Jeffrey Epstein Case Assigned To Judge ...
A destra la giudice Esther Salas
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Torniamo a New Brunswick. Chiunque abbia organizzato l’attentato a Casa Salas sa il fatto suo: non ha voluto lasciare tracce e non ha voluto che lo strumento sopravvivesse per parlare. Infatti, a poche ore di distanza dall’attentato e dall’apertura di una vastissima caccia all’uomo, il corpo del fattorino-assassino è stato ritrovato senza vita. Curioso, vero?

Quello che è ancora più curioso è che la vicenda stia rapidamente assumendo i contorni di una strage maturata per ragioni personali, politiche o passionali. Il presunto assassino sarebbe stato l’avvocato Roy Den Hollander, e secondo le malelingue avrebbe potuto agire per rivalersi sulla Salas per via di vecchi conflitti risalenti al passato e maturati proprio in sede giudiziaria.

Hollander era un volto molto noto negli Stati Uniti, attivista anti-femminista, frequentatore dei salotti televisivi e convinto repubblicano, aveva lavorato presso i migliori studi del paese e si era incontrato in tribunale diverse volte con la Salas. Anche in questo caso, occorre precisare: Hollander sta venendo dipinto come un attivista anti-femminista, il classico “angry white male” (maschio bianco arrabbiato) all’americana, ma in realtà era specializzato nel settore delle pari opportunità e ha difeso tanti clienti di sesso maschile quanti di sesso femminile.

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Gli inquirenti si stanno chiedendo: cos’ha spinto un celebre avvocato a compiere un simile gesto? Perché proprio la Salas? Perché proprio ora? Perché il bisogno di travestirsi da fattorino della FedEx? E, soprattutto, perché uccidersi? Sembra che si stia assistendo ad una sorta di regolamento di conti, tutto interno alla giustizia e alla politica, a base di strani suicidi, arresti eccellenti, personaggi celebri che ad un certo punto perdono il senno e diventano degli assassini. Il filo conduttore è uno: Epstein.

Quasi un anno è passato da quella notte del 10 agosto scorso in cui il finanziere e amico dei potenti Jeffrey Epstein si è tolto la vita. O, almeno, così è stato detto. Pochi ricordano, forse, che a pochi giorni dall’arresto, il 23 luglio, Epstein si era risvegliato con delle ferite al collo. Disse di non avere ricordo dell’incidente, di quelle contusioni, ma di non escludere che qualcuno avesse potuto cercare di aggredirlo nella notte, approfittando del suo insolito sonno profondo. Un sonno dal quale era sempre più difficile svegliarsi, che aveva iniziato a colpirlo nei giorni seguenti all’incarcerazione. Forse Epstein era solo depresso: da un attico ad una cella, comprensibile. O forse qualcuno lo stava drogando? Fatto sta che, il mattino del 9 agosto, il compagno di cella viene trasferito, poiché sospettato dalle guardie penitenziarie di essere l’assalitore notturno che aggredisce il finanziere caduto in disgrazia, e che quella sera Epstein non fu controllato sebbene avrebbe dovuto esserlo ogni trenta minuti, come da protocollo.

Cosa sia accaduto dalle nove di sera fino alle sei del mattino sarà per sempre un mistero. Infatti, per uno strano malfunzionamento le telecamere davanti la cella di Epstein quella notte non avrebbero funzionato, mentre le guardie si sarebbero addormentate. Quella stessa notte, Epstein avrebbe deciso di togliersi la vita, strangolandosi con le lenzuola del letto, e il suo corpo fu ritrovato il giorno seguente, alle 6 e 30 del mattino.

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Nei prossimi approfondimenti indagheremo a fondo la figura di Epstein, spiegando nei dettagli cosa ne ha causato la detenzione ma anche i suoi precedenti, sempre per reati di natura sessuale, e chi e perché avrebbe potuto volerne la morte. E prima di lasciarvi, un consiglio: a chiunque vi accusi e tenti di screditarvi affibbiandovi l’etichetta del “complottista”, rispondetegli con questi due nomi: Michael Baden e Ari Ben-Menashe.

Baden, classe 1934, è un medico forense e patologo di fama nazionale. Ha lavorato ai casi John Fitzgerald Kennedy, O. J. Simpson, Lara Clarkson, Michael Brown e, più recentemente, anche al caso George Floyd, sul corpo del quale ha eseguito un’autopsia su richiesta della famiglia.

Baden è famoso perché è bravo, il suo parere è richiesto ovunque, ed è spesso ospite del programma televisivo Autopsy della HBO. Baden è uno di coloro che hanno esaminato il cadavere di Epstein ed è l’unico che abbia espresso dubbi con l’ipotesi del suicidio. Il motivo? I traumi sul collo; eccessivi, come se fosse stato strangolato piuttosto che essersi strangolato. Si tratterebbe di ferite “più compatibili ad un omicidio che ad un suicidio”; e lui di omicidi e suicidi ne ha visti a migliaia in cinquant’anni di carriera. Il verdetto di Baden è chiaro: omicidio.

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La sua tesi non è neanche irrealistica, pensandoci bene: le telecamere non hanno registrato nulla, le guardie in servizio si erano addormentate; qualcuno avrebbe potuto accedere alla cella approfittando della situazione, compiere l’omicidio e poi rientrare nella cella. Sì, perché ad uccidere Epstein potrebbe stato un detenuto, se di omicidio si è trattato, considerando che nello stesso carcere in cui era rinchiuso si trovano i pezzi grossi del crimine organizzato transnazionale, da Cosa nostra americana ai cartelli della droga messicani. Assumere un assassino, là in mezzo, non sarebbe per niente difficile.

E adesso arriviamo a Ben Menashe. Protagonista di numerosi eventi misteriosi della guerra fredda, ha operato a lungo in Africa, tra Zimbabwe e Mali, e ha diversi alias: lobbista, imprenditore agricolo, trafficante di armi, mediatore politico, assassino a contratto. Ma soprattutto, Ben Menashe è un ebreo iraniano, nato a Teheran, che spostatosi in Israele con la famiglia è entrato nel Mossad. Custode di tanti segreti, forse troppi, è scampato a diversi attentati contro la sua vita e da anni vive in Canada; esce raramente di casa, disprezza le automobili e la tecnologia; per sopravvivere alle tattiche di guerra postmoderne dei suoi nemici, che forse sono i suoi ex colleghi, ha dovuto abbracciare la premodernità.

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Ben Menashe parla poco, perché odia il pubblico e la notorietà, ma negli ultimi mesi ha iniziato a rilasciare alcune interviste degne di nota e ruotanti attorno Epstein. Secondo Ben Menashe, Epstein sarebbe stato un agente operativo del governo israeliano, o meglio dei servizi segreti israeliani, per conto del quale avrebbe messo su una rete internazionale di traffico di minorenni destinata a soddisfare i vizi, i piaceri e le perversioni dei ricchi e dei potenti di tutto il mondo. A che pro? Filmarli, registrarli, ricattarli.

In effetti, le “feste” di Epstein, alla quale partecipavano sia politici ed imprenditori che il mondo dello spettacolo statunitense, erano molto riservate e per parteciparvi era necessario, anzi obbligatorio, innanzitutto ricevere un invito del finanziere stesso e, in secondo luogo, accettare di viaggiare sul posto a bordo dell’aereo privato messo a disposizione da Epstein stesso.

A small building on the opposite end of the Caribbean island estate of Jeffrey Epstein on Little St. James.
Un piccolo edificio a Little St. James, la tenuta dell’isola caraibica di Jeffrey Epstein
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Nessuno con il permesso di venire coi propri mezzi e nessuno che potesse sapere l’esatta localizzazione del luogo in cui aveva luogo la festa, o meglio l’orgia criminale con delle minorenni, drogate e violentate e chissà cos’altro. Epstein era paranoico, molto. Del resto, sapeva di condurre un’attività criminale e ripugnante e di voler pesare attentamente ogni singolo passo. Negli ultimi tempi, però, Epstein aveva iniziato ad utilizzare anche le proprie isole private come sedi orgiastiche e per la conduzione di strani rituali, sempre coinvolgenti attori, musicisti e politici, e a base di droga, sesso ed occultismo.

Curiosamente, tutto veniva registrato tutto su computer: gli ospiti, l’ora di arrivo e l’ora di ripartenza, anche i nomi delle ragazzine presenti alle feste, la cui età andava dai 10 ai 16 anni. Non erano delle semplici feste, non lo erano mai. Perciò ci invitiamo bene a rileggere la lista dei nomi da noi pubblicata, nomi che apparterebbero ai presunti frequentatori di alcune di quelle isole. Lista la cui veridicità non è ancora stata confutata.

Ma torniamo a Ben Menashe. La sua opinione è che Epstein fosse entrato in contatto con il Mossad negli anni ’80 attraverso Robert Maxwell (1923 – 1991), il re dell’industria mediatica anglosassone e padre di Ghislaine, la fidanzata di Jeffrey.

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Maxwell, proprio come Epstein, era ebreo e i servizi segreti della madrepatria, Israele, avevano bisogno di agenti (ebrei) che ne difendessero l’interesse nazionale nel mondo. Come? Sfruttando le debolezze dei ricchi occidentali, spesso legate al sesso, per metterli in trappola e costringerli a fare ogni cosa che Israele avrebbe voluto – pena la rivelazione al pubblico mondiale dei loro peccati, dei loro crimini.

“Israele lo negherà, ma Jeffrey Epstein è stato messo in contatto con gli israeliani e con l’intelligence militare da Robert Maxwell”

E adesso, prima di finire, alcune domande: Parliamo di una rete criminale durata per più di un decennio alla quale hanno preso parte centinaia di persone (forse di più) e, sicuramente, un numero ancora maggiore di ragazzine, reclutate o rapite. Che cosa ne è stato di loro, di queste vittime di cui nessuno parla? Qualcuno è mai morto? O peggio, qualcuno è mai stato ucciso?

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Il procuratore Denise N. George, che è fra coloro che stanno montando il caso, ha raccolto testimonianze anonime di ragazzine che hanno provato a fuggire a nuoto da alcune proprietà di Epstein situate nelle isole Vergini. La “festa” era finita, ma non erano state liberate; dalla disperazione qualcuna cercò di scappare a nuoto ma fu prontamente catturata dalla “sicurezza”. Cosa ne è stato di lei/loro? Chiediamo giustizia e non chiamateci complottisti: a violentare queste bambine, perché di questo si tratta a 11 anni, erano ministri, nobili, grandi imprenditori e banchieri, gente che ha in mano le redini di intere nazioni e questo dovrebbe preoccuparci.

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