Primi segnali di caos nei balcani.

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Con la diffusione del Covid-19 in tutta l’Europa e nel resto del mondo, la scarsa fiducia nel funzionamento delle istituzioni e la lenta risposta della comunità europea nell’affrontare l’emergenza, hanno alimentato il ritorno in massa di milioni di immigrati nel proprio paese di origine. Un ritorno che ha accentuato anche i problemi con le minoranze etniche locali. Sono lavoratori occasionali, la maggior parte provengono dai paesi dell’est e vedono il lavoro stagionale come l’unica fonte finanziaria sicura durante tutto l’anno. Sono anche quelli che alimentano ogni anno il “tunnel a basso costo”, dal paesino disperso nelle campagne dell’est verso le imprese e aziende dell’ovest. Un tunnel che genera ogni anno miliardi di introiti per le aziende europee e parallelamente, grazie alle rimesse monetarie dei lavoratori stagionali, equivale ad aumento del PIL per i paesi dell’est.

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Con l’emergenza Covid19 questo fenomeno di massa ha portato al ritorno di mezzo milione di persone in Romania dall’estero, tra cui migliaia di rom con cittadinanza rumena. Una volta a casa, la coesistenza con le comunità autoctone non è stata pacifica. Dai primi giorni si sono diffuse guerriglie urbane in tutta la Romania, scontri fra polizia e rom, causando feriti gravi e arresti, soprattutto a Bucarest, la capitale. Una rivolta a Rahova, quartiere di Bucarest, finisce in televisione e in politica. Un “leader” rom invitava i connazionali a violare la quarantena, riprendendosi nel corso di una festa all’aria aperta da lui organizzata, con una folla intenta a insultare la polizia ed il popolo rumeno e invitandoli ad “intervenire” per fermarli.

La polizia e le forze speciali sono poi intervenute, dando vita ad una guerriglia urbana durata un’intera sera: sassaiole, scontri fisici. Nove arresti, decine i feriti in ospedale. Il sindacato di polizia rumeno prende le difese delle forze speciali, accusate di aver utilizzato la forza in maniera eccessiva, e pubblica addirittura un “meme” ritraente il leader della rivolta rom, prima e dopo l’intervento delle forze dell’ordine, ossia prima e dopo essere stato picchiato nel corso degli scontri, con il volto tumefatto.

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La foto in questione, corredata dalla seguente descrizione, è stata pubblicata dal sindacato di polizia rumeno: “Gest impresionant făcut de Tyson după ce a auzit de scandalul din Rahova. Și-a făcut tricou cu Spartacus-Iubitorul de femei pentru a arăta că este alături de el”.
Traduzione fedele: “Gesto impressionante fatto da [Mike] Tyson dopo che ha saputo dello scandalo di Rahova. Si è fatto una maglia con Spartacus [il leader della rivolta rom di Bucarest], l’amante delle donne, per mostrargli vicinanza”.

Perché è significativa? Non si tratta di un meme apparso su un profilo qualunque, ma dalle forze dell’ordine rumene, ossia un’istituzione. Il paese è in rivolta, le forze di polizia e sicurezza parlano di “epidemia di violenza” da parte della comunità rom, la situazione è fuori controllo e dilagano le violenze nel paese, da Nord a Sud. La Romania non è l’unico paese dei Balcani in cui la convivenza fra autoctoni e minoranza rom è divenuta ancora più difficile per via del Covid-19: l’esercito è stato impiegato in Bulgaria per sorvegliare i ghetti etnici, lo stesso è avvenuto in Serbia. Maggiori controlli anche in Ungheria e Macedonia, dove le autorità lamentano continue violazione del lockdown da parte della comunità sinti/rom. Parliamo di comunità insofferenti verso lo status quo e qualche potenza potrebbe essere interessata a sfruttare le divisioni etniche per espandere la propria influenza. Pensiamo all’India, che ufficialmente è garante della protezione dei rom europei e ha degli accordi in essere in tal senso con la Romania.

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Ma pensiamo soprattutto alla Turchia, il cui protagonismo all’interno della comunità rom della Bulgaria ha creato tensioni a livello politico recentemente, quando un’operazione di polizia ha smantellato un circuito terroristico di rom, radicalizzati da predicatori pagati da Ankara. Alcuni di essi, a decine, si sono poi recati in Siria a combattere con lo Stato Islamico.

LEGGI: COVID19: Il grande vincitore non è la Cina, ma la Turchia.

Cosa ha a che fare questo con la geopolitica? nei Balcani è in corso una rivoluzione demografica per via di una serie di fattori e fra il 2050 ed il 2100 mentre le popolazioni autoctone diminuiranno, i rom diventeranno (o meglio, dovrebbero/potrebbero) la maggioranza in Romania, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Serbia. Questo genere di trend si ripercuote a livello politico, influenzando di riflesso la sfera geopolitica e regionale. Come nel caso del leader della repubblica serba di Bosnia, per la prima volta, parla esplicitamente della possibilità di secessione “qualora Sarajevo dovesse fallire nel capire gli interessi serbi”. Per ora, intanto, si chiede maggiore autonomia.

L’esempio della Moldavia e la piccola repubblica autonoma di Gagauzia è illuminante. La piccola regione autonoma è abitata dai gagauzi, un popolo turco e gruppi rom. Erdogan recentemente ha riportato in vita le loro aspirazioni, delegando la TIKA (Agenzia Turca per lo Sviluppo) alla ricostruzione della repubblica: strade, ospedali, biblioteche, parchi, edifici. Spuntano le prime moschee ed anche i primi convertiti all’islam. E sullo sfondo del COVID19, le autorità gagauze annunciano che presto a Comrat, capitale della repubblica, verrà aperto un consolato turco. Gli stessi media moldavi si chiedono il perché.

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Bucarest ha chiesto alla Turchia e Polonia, partner e membri NATO di aumentare la loro esposizione nel piccolo vicino, coordinando gli sforzi per migliorare la campagna di aiuti nell’ambito della lotta al Covid-19. Forti le dichiarazioni di Traian Basescu, l’eminenza grigia del mondo politico rumeno, che accusa la Russia di voler destabilizzare l’Est Europa e riscrivendo la storia, spiega che per la Romania è una necessità stringere i rapporti con la Turchia ed allontanare lo spettro russo da Bucarest, Chisinau e Mar Nero perché… nei secoli passati, dell’epoca ottomana, Ankara ha trattato con rispetto Bucarest, dandole molta autonomia e non perseguitando in alcun modo la comunità ortodossa, contrariamente a Mosca che era guidata da ambizioni di sottomissione e persecuzione religiosa.

Ma la civiltà europea e i popoli balcanici non hanno forgiato le loro identità combattendo gli ottomani? Non è stata la Russia, insieme agli austro-ungarici, a liberare i Balcani?

Il discorso di Basescu sarebbe valido nei confronti della Polonia, paese in cui i russi hanno tentato un programma, anche abbastanza feroce, di assimilazione culturale per de-cattolicizzare la popolazione e russificarla anche linguisticamente. Ma parlare di Turchia alleata storica dei popoli balcanici e di Russia persecutrice è anti-storico. Eppure, la geopolitica è anche questo: le chiamano “memory wars”, le guerre della memoria, e in questo periodo di rinnovato scontro egemonico fra Ovest ed Est e rappresentano un fenomeno diffuso. Si pensi all’attenzione per quel che riguarda il ruolo più o meno marcato attribuito agli Stati Uniti nella sconfitta del Nazismo in Europa, a discapito del sostanziale aiuto sovietico e viceversa per avere un esempio lampante.

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