Russia e Cina, lo scontro invisibile

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15 giugno e 2 luglio 2020, due date da ricordare e imprimere bene nella memoria.

Il 15 giugno è la data in cui sono state formulate delle accuse gravissime nei confronti di Valery Mitko, eminente scienziato russo e presidente dell’Accademia Artica di San Pietroburgo. Mitko si trovava ai domiciliari da febbraio, era stato accusato di aver passato dei segreti di stato. Trovate le prove, ma non il destinatario delle sue soffiate. Dopo quattro mesi di accurate indagini, la scoperta scioccante ed inaspettata: Mitko stava vendendo informazioni ultra-sensibili (piani russi per l’Artico, carte sulla tecnologia nucleare e ipersonica, ed altro ancora) ad una potenza al di là di ogni sospetto: non gli americani, ma i cinesi.

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Il 2 luglio è la data in cui è caduto il 160esimo anniversario della fondazione di Vladivostok. Anniversario che qualcuno, a Pechino, non ha gradito per niente, ricordando al Cremlino che quella città è stata storicamente cinese ed è passata sotto sovranità russa nel corso del “secolo dell’umiliazione”, attraverso uno dei tanti trattati iniqui che hanno smembrato l’impero cinese. Quel qualcuno a cui i festeggiamenti di quest’anno non sono andati giù è Shen Shiwei, uno dei più popolari giornalisti della Repubblica Popolare Cinese ed una delle grandi firme che scrivono per il Global Times, il quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese (PCC). I politologi di tutto il mondo sono unanimi su una cosa: il Global Times non dice parola che il PCC non voglia.

Shiwei ha, in seguito, tentato di stemperare la tensione alimentata dal suo commento via Twitter, tentando di addossare la colpa per il contenzioso diplomatico scaturito agli indiani.

“Per favore, siate professionali, nessun battibecco! [Tutta colpa di] alcuni media indiani! Questo tweet riporta che la celebrazione dell’ambasciata russa di Vladivostok richiama [a noi cinesi] gli amari ricordi di quei giorni umilianti del 1860. Niente a che fare con rivendicazioni territoriali, visto che c’è un trattato sulle frontiere.

In effetti, è impossibile ignorare e trascurare il ruolo giocato dagli internauti indiani che, in massa, sono corsi sotto il post incriminato per mostrare supporto alla Russia e invitare la Cina a fare il passo più lungo della gamba, il passo falso: avere il coraggio di tirar fuori la questione dei territori perduti coi trattati iniqui con la Russia. Non avverrà, almeno non adesso. Ma in futuro non è da escludere che la Cina possa effettivamente riaprire la questione. Vi spieghiamo perché.

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Al momento è di fondamentale importanza per entrambi i paesi proseguire il partenariato costruito all’indomani della rivoluzione ucraina del 2014. All’inizio era soltanto la Russia ad averne bisogno, necessitava di aria da respirare, ovvero capitale cinese con cui aggirare il regime sanzionatorio legato alla Crimea e al Donbass. Oggi, a sei anni di distanza, Mosca e Pechino hanno bisogno di questo partenariato in egual modo, nonostante la rivalità di fondo che, da secoli, le divide.

Vladimir Putin e Xi Jinping sono soliti definirsi “migliori amici” così come Unione Sovietica e Repubblica Popolare Cinese celebrarono la propria alleanza dandole carattere fraterno: le due sorelle comuniste, la maggiore (sovietica) e la minore (cinese). Fratellanza, o meglio sorellanza, che si mostrò facile al crollo e, infatti, a fatica superò i dieci anni d’età.

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Nel 1961, la PRC denunciò formalmente il revisionismo di Nikita Kruschev, nel 1964 Mao Tse Tung dichiarò pubblicamente che l’Estremo oriente e la Kamchatka erano state strappate alla Cina, nel corso di un incontro con esponenti del Partito Socialista Giapponese, e nel 1966, il PCC approvò una risoluzione mirante ad ottenere dal Cremlino un riconoscimento formale dell’iniquità dei trattati di Aigun (1858) e di Pechino (1860) con i quali l’impero zarista sottrasse dei territori al decadente impero cinese. L’obiettivo, seppur non dichiarato, era chiaro: riavere indietro parte della Manciuria esterna, nella quale giace Vladivostok.

La combinazione di questi eventi mise in allarme i sovietici che, così, iniziarono ad ammassare uomini ed armi lungo il chilometrico confine con la Cina per prepararsi all’evenienza di un conflitto che, in effetti, poi esplose nel 1969, lungo il fiume Ussuri, proprio nella Manciuria esterna. Ignote le cause: ad un certo, sovietici e cinesi cominciarono semplicemente a spararsi.

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Passano i decenni, ed anche i secoli, ma le rivalità restano in piedi. Materialismo storico e geofilosofia sono le chiavi di lettura ideali per capire il perché. Nel 2020 come nel 1969 e come nel 1858, Russia e Cina continuano ad essere rivali naturali, negli stessi teatri di conflitto e per le stesse ragioni. Entrambi i paesi giacciono sul cuore della terra ed hanno ambizioni egemoniche nel Pacifico, nell’Artico, nell’Asia centrale turcofona e nell’Indosfera. Entrambi i paesi sono, anche, costretti ad affrontare il muscolarismo statunitense e solo questo li ha spinti a preferire la collaborazione all’aperto antagonismo. Come abbiamo visto, però, neanche il contenimento duro e multidimensionale dell’amministrazione Trump è bastato per placare le velleità espansioniste cinesi sui tradizionali cortili di casa di Mosca.

Non c’è paese appartenente alla sfera d’influenza del Cremlino nel quale, ormai, non siano presenti anche i cinesi: Venezuela, Siria, Bielorussia, Serbia, Moldavia, Mongolia, gli -stan dell’Asia centrale ex sovietica. Il meccanismo è sempre lo stesso: i cinesi propongono ai russi di mettere denaro sul tavolo, denaro di cui i russi non dispongono, e di spartirsi il paese in aree determinante; ai cinesi le infrastrutture, ai russi la sicurezza. In questo modo, il Cremlino continua ad esercitare il controllo sui propri cortili di casa, evitando che le potenze occidentali si espandano. Il prezzo da pagare, però, è elevato e, a volte, il cortile passa di proprietà. È quanto accaduto in Turkmenistan, il primo -stan a sperimentare il cambio di proprietà, dove, in meno di un decennio, i cinesi hanno comprato tutto e sfruttato l’energia (il gas) per trasformare il paese in un proprio feudo, di cui detengono il debito estero e controllano l’economia in qualità di primo partner commerciale.

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È dentro la Russia, però, che si sta combattendo la battaglia più aspra fra i due “alleati”. Si è perso il conto, ormai, degli oblast che sono stati conquistati dal capitale cinese, come quello ebraico (dove più del 90% delle terre arabili ha proprietari cinesi che impiegano manodopera cinese che coltiva prodotti da inviare in Cina), delle foreste siberiane che vengono periodicamente bruciate “da ignoti” per alimentare il traffico nero del legname, i cui acquirenti sono le industrie cinesi, e dei progetti controversi promossi da multinazionali cinesi per sfruttare le risorse naturali dell’orso russo.

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Il caso più emblematico è senza dubbio rappresentato dalla recente controversia del lago Baikal, scoppiata l’anno scorso. Il governo russo aveva dato semaforo verde ad un progetto da 28 milioni di dollari presentato dalla firma cinese Baikal Lake Water Industry e dalla compagnia russa, ma di proprietà cinese, AquaSib, per la costruzione di un impianto di raccolta e imbottigliamento dell’acqua dolce, da estrarre dal settimo lago più grande del mondo, da destinare ai consumatori cinesi. La dura reazione dei locali aveva colto di sorpresa le autorità russe, portando alla sospensione dei lavori di costruzione del cantiere in attesa che il dialogo tra società civile e istituzioni portasse dei frutti.

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Ma il governo ha dovuto infine fare un passo indietro, perché i residenti non erano disposti a scendere a nessun compromesso né a tollerare alcun “furto dell’acqua” da parte cinese: chiedevano l’annullamento in toto del progetto. E lo hanno ottenuto, a marzo 2019.

La Cina è inoltre fortemente interessata all’Artico e all’accapparramento delle sue preziose riserve di risorse naturali che, presto, saranno estraibili per via del surriscaldamento climatico. Dopo decenni di cauta timidezza, nel 2019 è stato pubblicato il libro bianco sull’Artico, delineante la strategia cinese per il polo nord, svelando le ambizioni di Pechino sulla regione in quanto “paese quasi-artico”. Per convincere la Russia a condividere il monopolio dell’area, la Cina ha investito miliardi di dollari nello sviluppo di siti strategici, come l’impianto Yamal Lng, aprendo anche alla possibilità di una “rotta polare” della nuova via della seta.

In questo contesto di competizione aperta con l’Occidente e di competizione nascosta con la Cina si inquadrano alcuni degli emendamenti che Vladimir Putin ha voluto inserire nella nuova costituzione come, ad esempio, il divieto di cessione di territori e la supremazia della “nazione russa” sulle altre nazioni che compongono la federazione. Entrambi gli emendamenti mirano a ridurre la minaccia posta dal separatismo che, lungi dall’essere un fenomeno ristretto al Caucaso settentrionale, negli anni recenti ha attecchito anche nelle repubbliche della Siberia e dell’Estremo oriente. Di solito, noi inclusi, puntiamo il dito contro la Turchia e l’Occidente, indicandoli come principali attori interessati all’implosione della Russia, ma non sorprenderebbe affatto scoprire degli yuan dietro alcuni regionalismi.

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[illustrazione di Craig Stephens]

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