Corea del Nord: quando la pazzia è strategia

In queste settimane la penisola coreana è tornata sotto la luce dei riflettori internazionali a causa di un rapido deterioramento dei rapporti bilaterali tra Seul e Pyongyang.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso sarebbero stati alcuni volantini propagandistici lanciati in direzione di Pyongyang da alcuni gruppi di esuli nordcoreani residenti a Seul. Il gruppo è stato sanzionato dalla polizia sudcoreana, ma non è bastato a placare l’ira di Pyongyang che, prima, ha chiesto scuse ufficiali, e poi ha iniziato a strumentalizzare il gesto con fini propagandistici, rispolverando il sempreverde spaventapasseri dell’unificazione imposta dall’esterno.

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Tutto ha inizio ai primi di giugno. Il 4, Kim Yo-jong, sorella del leader supremo, ha accusato la Corea del Sud di aver lanciato migliaia di “volantini antidemocratici nella Repubblica popolare di Corea“. Seul ha rapidamente risposto alla provocazione degli esuli, intraprendendo un’azione legale contro di loro. L’attacco propagandistico al quale si riferisce Pyongyang non è consistito nel semplice lancio di volantini “pro-democrazia”, ma anche di pacchi di riso. Come hanno oltrepassato il confine? Alcuni pacchi e volantini sono stati legati a palloncini, altri messi all’interno di bottiglie ed affidati al moto del mare.

Ovviamente, il gesto non è piaciuto per niente in Corea del Nord, dove sono stati accusati di essere “un affronto alla nostra dignità”.

Video mostrato dalla Nord Corea della distruzione dell’ufficio creato nel 2018 per facilitare lo scambio e la cooperazione tra le due Coree.

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Le reazioni da parte nordcoreana non si sono limitate alla sfera verbale: nei giorni scorsi è stato distrutto l’ufficio di collegamento intercoreano, situato nella regione industriale nordcoreana di Kaesong, 10 chilometri a nord della zona demilitarizzata tra le due Coree. Sono state inviate da Pyongyang altre truppe in due zone demilitarizzate dalla Nord Corea. Intanto si nota sempre di più la presenza all’interno della gerarchia nordcoreana di Kim Yo-jong, la sorella del leader supremo. È stata lei ad avvertire lo scorso venerdì della distruzione dell’edificio simbolo della cooperazione tra le due coree. Ultimo gesto aver respinto l’offerta dei vertici militari del presidente Sud coreano, Moon Jae-in di mandare nella Repubblica Popolare inviati speciali per riavviare immediatamente i colloqui. L’onore di annunciare l’eminente escalation contro il nemico numero uno l’ha avuto Kim Yo Yong, sorella del leader nordcoreano.

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“Abbiamo già interrotto tutte le linee di comunicazione tra le due parti”

L’escalation delle ultime settimane ci ha fatto riflettere su quanto sta accadendo in Corea del Nord.

Girano molte indiscrezioni e teorie su chi sostenga realmente Kim Jong Un e, ognuna, contiene un briciolo di verità.
La Corea del Nord è funzionale al contenimento della Corea del Sud, appendice degli Stati Uniti in Estremo oriente, è così dapprima che scoppiasse la guerra di Corea. Le basi per la divisione risalgono agli anni ’30, seconda guerra mondiale e guerra fredda le hanno trasformate in realtà.
Ne consegue che, naturalmente, Cina e Russia siano interessate a mantenere Pyongyang uno stato sovrano e indipendente e mantenere il conflitto congelato. Unificazione significherebbe scenario di estensione democratica all’intera penisola, quindi armi e truppe statunitensi fino ai confini di Russia e Cina.

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Vero, però, che la Corea del Nord ha legami molto intensi con gli Stati Uniti, più di quanto si creda generalmente. Trump ha provato a sfruttare la diplomazia segreta con Pyongyang, in piedi da decenni, per portare a casa dei successi, ma non ci è riuscito. Emblematiche, a tal proposito, le recenti dichiarazioni del ministro degli esteri nordcoreano, Ri Son-gwon: “la domanda è se è necessario continuare a stringere la mano [di Trump] a Singapore, poiché vediamo che non vi è alcun miglioramento oggettivo nelle relazioni tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti”. Perché tali parole? Beh, non dimentichiamoci che l’opzione nucleare su Pyongyang (attacco preventivo, per la precisione) non è mai stata rimossa dalla Casa Bianca, neanche da Trump. Trump che, ricordiamo, aveva fatto della normalizzazione con la Corea del Nord uno dei punti cardine della propria agenda estera.

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LE RELAZIONI CON RUSSIA E CINA.

Negli ultimi anni si è assistito all’allontanamento della Corea del Nord dalla Cina. Come mai? Difficile saperlo, ma smontiamo un mito: la dinastia Kim è sempre stata più filorussa che filocinese, nonostante i cinesi abbiano fatto per Pyongyang molto più di Mosca. Pensiamo al semplice fatto che nel 1950 si rischiò che la guerra fra Coree degenerasse in una guerra fra Cina e Stati Uniti. Fratellanza asiatica, un elemento identitario molto importante ma, a quanto pare, non è abbastanza.
Oggi la Russia invia più aiuti umanitari alla Corea del Nord di quanti ne mandi la Cina. Ogni settimana partono giganteschi treni merci da San Pietroburgo, carichi di cibo ed altri beni, con destinazione Pyongyang. La Russia invia anche petrolio.
Una crisi con Seul non è nell’interesse cinese: ciò che manca a Xi in questo periodo è una guerra lungo i propri confini. Anche le schermaglie con l’India vanno interpretate come chiare provocazioni: si sta tentando di “accerchiare” la Cina, sfruttando i punti deboli del vicinato geografico.
Kim strumento di Xi? No, smontiamo questo mito. Non è un burattino, un automa, è un capo dalle grandi abilità strategiche che è riuscito a piegare gli Stati Uniti alla sua volontà. Pyongyang è riuscita laddove Teheran ha fallito: nuclearizzare il proprio arsenale.
E non crediate che non siano stati uccisi scienziati nordcoreani, che non siano stati eliminati membri della famiglia Kim. La Corea del Nord ha subito lo stesso trattamento dell’Iran, ma l’aiuto russo e cinese ha avuto i suoi effetti.
Sappiamo bene che si può interpretare la crisi con Seul come un tentativo cinese di creare problemi agli Stati Uniti ma, secondo noi, non è così. Qui è la Cina che ha da perdere, essendo sotto una grandissima pressione internazionale sin dallo scoppio della pandemia.

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PAZZO? NON PROPRIO

Kim Jong Un è spesso dipinto come un folle: avrebbe sterminato metà della famiglia, sognava un arsenale nucleare per poter radere al suolo Washington. Il tempo ci ha poi fatto scoprire due cose: i parenti che si ritiene siano stati uccisi non sono mai morti, era propaganda occidentale, e le armi nucleari (che ha ottenuto) non sono state utilizzate contro nessuno e, vi diciamo di più, non lo saranno – a meno di rischi diretti e gravissimi per la sicurezza nazionale e l’integrità territoriale di Pyongyang.

Ciò che sta facendo Kim è inquadrabile all’interno di un contesto strategico molto preciso che prende il nome di “teoria del pazzo”. Si tratta di un pensiero elaborato negli Stati Uniti fra il 1950 ed il 1953, proprio nel corso della guerra di Corea. All’epoca, Washington minacciò Pechino di essere pronta all’utilizzo delle armi nucleari contro le città nordcoreane e cinesi. Forse non lo avrebbero fatto, ma l’obiettivo era quello di spaventare il neonato regime comunista e indurlo ad uscire dalla battaglia. Le minacce funzionarono: la Cina continuò a rifornire di armi l’alleato nordcoreano, insieme ai sovietici, ma ritirò le truppe.

Si riparlò di teoria del pazzo in occasione della guerra del Vietnam. Anche qui, l’amministrazione Nixon minacciò i nordvietnamiti di nuclearizzare il loro paese se avessero continuato a resistere ma Ho Chi Minh, il leggendario leader dei vietcong, che aveva assistito alla distruzione indiscriminata di centinaia di chilometri quadrati di foreste e città da parte dell’aviazione statunitense, decise di proseguire ugualmente le belligeranze. E vinse.

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Di solito è un errore fare di tutta l’erba un fascio ma, negli stereotipi, c’è sempre un pizzico di verità. Uno stereotipo che riguarda i popoli dell’Estremo oriente è che gli piaccia studiare la storia. I giapponesi dell’era Meiji hanno costruito una grande potenza da zero, studiando e apprendendo dalle grandi civiltà europee e dagli Stati Uniti, così hanno fatto i sudcoreani del secondo dopoguerra, e così hanno fatto i cinesi, che non hanno mai dimenticato il secolo dell’umiliazione e che, per loro, è come se fosse accaduto l’altro ieri. Allo stesso modo, la storia viene studiata nei dettagli anche in Corea del Nord e Kim Jong Un ha deciso di comportarsi come il proprio acerrimo rivale: fare il pazzo, ma rimanendo lucido.

Quell’apparente pazzia gli è valsa l’opportunità storica, ed irripetibile, di costruire un arsenale nucleare e riuscire a piegare gli Stati Uniti al suo volere. D’altronde, Kim Jong Un ha più volte ribadito che non avrebbe mai permesso che uno scenario iraqeno o libico si verificasse nel suo paese. In entrambi i casi, lo sappiamo, anche Saddam Hussein e Muammar Gheddafi avevano tentato (invano) di potenziare gli arsenali dei loro paesi. Non essere riusciti nell’impresa è costato loro la vita.

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Kim Jong Un tiene sia alla sua vita che all’esistenza del regime costruito dal nonno, un regime che definire “comunista” è estremamente semplicistico ed errato, perché l’ideologia Juche è molto di più: è una religione civile e politica, uno stile di vita, un insieme di valori, una visione del mondo. Pensiamo al semplice fatto che la pratica religiosa a Pyongyang non è mai stata scoraggiata in stile sovietico o cinese: i Kim sono noti estimatori del cristianesimo, in particolare della sua variante russo ortodossa, e l’attuale leader supremo ha anche invitato Papa Francesco ad effettuare una visita nel paese.

Kim Jong Un, pazzo? No, tutt’altro. Uno stratega molto lucido che fingendo di essere folle e disposto ad invadere Seul e bombardare le isole statunitensi nel Pacifico è riuscito a fermare il grilletto di Washington, decidendo di giocare una partita ad alto rischio i cui risultati possibili erano soltanto due: vittoria totale (bomba atomica) o sconfitta totale (attacco preventivo e cambio di regime). La storia ha dato ragione a Kim: fare i pazzi funziona.

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