A proposito di Winston

– Di Riccardo Avignone

L’8 giugno 1949 veniva pubblicato per la prima volta 1984 di George Orwell, il romanzo distopico per antonomasia conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Si tratta di un titolo da sempre sulla bocca di tutti i manifestanti del mondo che, rivendicando per una causa o per un’altra la propria voglia di rivalsa contro un mondo sempre più orwelliano, scendono in piazza a far sentire la propria voce.
Una protesta avvenuta recentemente a Londra mi ha spinto a riflettere portandomi successivamente a voler scrivere questo articolo. In particolare è lo scatto riportato come copertina ad avermi colpito: un manifestante del movimento Black Lives Matters vicino ad una statua di Winston Churchill vandalizzata con la scritta “was a racist” (IT: era un razzista).

Chi era Churchill?

Churchill, primo ministro inglese durante la Seconda guerra mondiale, guidò la resistenza dell’Europa libera contro il Nazismo di Adolf Hitler, il male dei mali, resistendo ad anni di bombardamenti devastanti. L’Inghilterra divenne così il punto di riferimento per il mondo libero, luogo di salvezza per molte persone perseguitate dalla follia nazionalsocialista. Grazie a personaggi come lui e il generale americano Eisenhower oggi possiamo protestare liberamente, esprimere dissenso politico, votare alle elezioni e deturpare monumenti che non ci piacciono.

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Ma Churchill era davvero un razzista, al pari di tutti gli uomini della sua epoca. Nel caso specifico era un sostenitore della superiorità dei bianchi a discapito di tutte le altre etnie.

Si trattava di caso straordinario nel panorama politico della sua epoca? No. Bisogna tenere conto che dal punto di vista degli occidentali,  colonizzatori del mondo sin dal XV° secolo, l’uomo di cultura non-europea è stato un sub-umano selvaggio e inferiore per credenze, modi di vita e capacità intellettuali, almeno fino all’Ottocento inoltrato.

La visione del mondo tramandata da generazioni e generazioni di uomini europei, era filtrata dalla cultura dei primi esploratori a contatto con civiltà diverse e per questo giudicate inferiori. L’unico mezzo che questi conquistatori conoscevano per “esportare la civiltà” (non vi suona familiare?) era la forza, ovvero la colonizzazione e lo sfruttamento delle risorse mascherate come missioni di acculturazione e rivelazione evangelica.

La schiavitù nel Nuovo Mondo

Durante la metà dell’Ottocento, negli Stati Uniti d’America, la situazione era diversa. In queste terre, i discendenti dei primi coloni avevano ricevuto la forza lavoro direttamente dall’Africa tramite la Tratta degli schiavi. Sembra scontato, ma in questi tempi di revisione del passato è necessario sottolineare che non esistevano le questioni politiche e sociali riguardo ai rapporti con le minoranze. O almeno non come le intendiamo oggi.

Negli stati del sud degli States, la schiavitù era vista come un mezzo lecito e legalmente riconosciuto per raggiungere il benessere e la ricchezza.  A testimonianza di ciò, Roberto Giammanco riportava nel suo libro pubblicato da Laterza a Bari nel 1967, Black Power, una citazione estrapolata dal Farmer’s Journal del 1853:

“Ma per quale scopo credete che il padrone tenga gli schiavi? Per accumulare ricchezze grazie al loro lavoro. Non è un desiderio naturale?”

COVID19, LEZIONE DI REALPOLITIK DA ISRAELE.

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“Realismo economico” di altri tempi? In ogni caso, la citazione presa in oggetto non ci deve indurre in errore perché una verità non ne esclude un’altra. Non si deve infatti pensare che questo atteggiamento fosse inconsapevole e innocente. I padroni erano convinti della propria supremazia etnica ed evitavano accuratamente che gli schiavi imparassero a leggere e scrivere onde evitare una presa di coscienza di “classe” da parte della loro manodopera.

Prendiamo in esame un altro esempio oltre a quelli già citati di Churchill e della tratta dei neri negli Stati Uniti.

Tra i pionieri della lotta contro la schiavitù troviamo, nel corso del Cinquecento, Bartolomè de Las Casas (1484-1566). Grazie ai suoi scritti in difesa degli indigeni americani, tra cui spicca la Brevisima relación de la destrucción de las Indias del 1542 indirizzata a Carlo V, egli riuscì ad ottenere dall’imperatore delle condizioni migliori per gli schiavi indios sfruttati nelle encomiendas.

La storia sarebbe perfetta se terminasse qui. Ma Bartolomè de Las Casas fu anche uno dei primi a suggerire all’imperatore la deportazione e l’impiego degli schiavi neri nelle colonie oltreoceano, salvo poi ritrattare tale posizione. Il “Vecchio mondo” da cui proveniva, paternalistico (missione acculturatrice delle società inferiori) e colonialista (sfruttamento delle risorse, umane e territoriali, a favore di investitori privati o pubblici) non poteva non influenzare anche chi aveva idee che oggi definiremmo progressiste.

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L’analisi storica

Ma per dare un giudizio sugli avvenimenti del passato non si può utilizzare il metro di giudizio odierno: bisogna calare gli avvenimenti e le parole nel proprio contesto storico-culturale. La parola razzismo ha lo stesso significato oggi come allora?  Bartolomé de Las Casas era buono o cattivo? E Churchill? Rispondere a queste domande  senza aver indagato e studiato non ci porta alla verità, ma ad un becero revisionismo storico.

Non possiamo cancellare il passato, possiamo solo analizzarlo.

Rubando le parole di Sieyès, un pensatore francese del Settecento a cui è attribuito il merito di “aver aperto e chiuso la Rivoluzione francese” possiamo dire che:

“Il passato è passato dirà qualcuno. Io rispondo invece che […] la conoscenza di ciò che si sarebbe dovuto fare può portare alla conoscenza di ciò che si farà.”

STATI UNITI: E’ RIVOLUZIONE (COLORATA)

Per questi motivi -e non solo- bisognerebbe cominciare ad insegnare bene la Storia nelle scuole, stimolando la curiosità e il pensiero critico nelle generazioni di domani. Perché se in un paese “dell’Occidente evoluto”, come l’Italia si definisce, è ancora impossibile affrontare l’argomento Fascismo senza che si venga attaccati da ogni dove, allora vuol dire che c’è qualcosa che non va.

Il risultato di due più due non è cinque, ma se vogliamo che continui ad essere così dobbiamo difendere il passato, nel bene e nel male.

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Approfondimenti

Giammanco Roberto,  Black Power – potere negro, Editori Laterza, Bari, 1967.

The Farmer’s Journal

Anniversario pubblicazione 1984 di George Orwell

Dichiarazione dei diritti dell’uomo, 1789

Perché rimuovere le statue dei confederati?

Bartolomè de Las Casas – Wikipedia

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