Americhe Europa

La Cina e il futuro dell’ordine globale dopo la crisi del Covid-19

-di Antonio Marrapodi, autore e redattore presso il Termometro Geopolitico

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Il nuovo secolo cinese” o “Il nuovo ordine globale cinese” sono due dei temi più ricorrenti analizzati dagli analisti internazionali sia in Occidente che in Asia. In effetti, in molti stanno cercando di comprendere non solo quale sia la strategia della Cina per diventare una potenza globale da un punto di vista economico ma anche tutte le sfide con cui Pechino dovrà misurarsi nel perseguimento dei suoi ambiziosi piani, soprattutto dopo la crisi economica scatenata dal Covid-19.

Per questo motivo, è necessario analizzare il ruolo della Cina nell’attuale ordine internazionale da tre diverse prospettive: economica, militare e politica.

Innanzitutto, la Cina è un impero di fatto che si comporta come se fosse un classico stato-nazione. Questo assunto si basa principalmente sulla spettacolare crescita economica cinese degli ultimi anni. Oggi, il potere economico della Cina rispetto a quello degli Stati Uniti supera, in termini relativi, quello dell’Unione Sovietica di almeno due o tre volte. Sebbene la crescita sia ora rallentata a causa dell’epidemia di Coronavirus, coloro che credono che la Cina seguirà presto il modello giapponese, cadendo in stagnazione economica, hanno quasi certamente torto. Anche se, dopo la crisi di Covid-19, i dazi sui beni cinesi rimarranno alti, la Cina ha un vasto mercato interno in grado di alimentare l’ascesa economica del paese per gli anni a venire.

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Inoltre, il resto dell’Asia – che è una regione molto più grande ed economicamente più dinamica di quanto non fosse l’Europa occidentale all’inizio della guerra fredda – teme la Cina abbastanza da astenersi dal contenerla con dazi e barriere commerciali. Questa situazione potrebbe anche spiegare i tentativi di Pechino di firmare con paesi europei come Italia, Francia e Germania accordi economici legati alla Belt and Road Initiative (simbolo per eccellenza del tentativo di riorganizzare il continente euroasiatico). Per tale motivo, è probabile che l’Europa diventerà la prossima arena in cui la Cina cercherà di espandere il più possibile la sua influenza e il suo soft power attraverso strumenti economici. A questo proposito, la crisi scaturita dal Covid-19 costituisce la migliore opportunità per Pechino di attuare la sua strategia in Europa e rafforzare inoltre le sue relazioni con l’Europa meridionale e i Balcani inviando loro enormi quantità di aiuti medici. Inevitabilmente, questa situazione innesca altre forme di competizione con gli Stati Uniti che, in cambio, stanno cercando di impedire che gli Stati europei accettino aiuti cinesi e firmino accordi economici con Pechino. All’interno di queste dinamiche si colloca soprattutto l’Italia che, per la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo, risulta particolarmente appetibile per le grandi potenze. 

In secondo luogo, è in termini militari e strategici che la concorrenza tra Stati Uniti e Cina è più difficile da valutare. Da un lato, gli Stati Uniti hanno un enorme vantaggio militare sulla Cina: oltre venti volte più armi nucleari, aeronautica e marina di gran lunga superiori e un budget per la difesa almeno tre volte maggiore di quello cinese. Inoltre, Washington ha anche importanti alleati storici in Asia come la Corea del Sud e il Giappone e potenziali alleati come l’India e il Vietnam nel vicinato cinese i quali godono di notevoli capacità militari. Al contrario, la Cina non gode di alleanze equivalenti nell’emisfero occidentale. D’altro canto, soprattutto nell’ultimo decennio, è tuttavia vero che l’equilibrio di potere in Asia si sia sensibilmente spostato a favore della Cina. Pechino ha infatti sviluppato missili balistici terrestri, oltre che velivoli e navi in ​​grado di rafforzare la superiorità militare nel suo immediato “cortile di casa” e allo stesso tempo impensierire le basi statunitensi nel Pacifico. In altre parole, Pechino ha il potenziale per sostenere la sua crescita militare in modo più rapido e completo di quanto Mosca abbia mai potuto fare durante la guerra fredda.

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In terzo luogo, da un punto di vista politico, l’estrema centralizzazione del potere in Cina potrebbe avere conseguenze ambigue nel prossimo futuro. Innanzitutto, non è chiaro quanto si sia dimostrato realmente efficace nella gestione dell’emergenza del Covid-19, come riuscirà a gestire il malcontento ad Hong Kong e se avrà successo nella difficile sfida di riunificarsi con Taiwan entro il 2050 (così come promesso dal Presidente Xi Jinping) espandendo la propria influenza nel Mar Cinese Meridionale. D’altro canto, i punti di forza del sistema politico cinese risiedono senza dubbio sia nel miglioramento senza precedenti degli standard di vita che nel nazionalismo cinese. A questo proposito, l’incessante propaganda del Partito Comunista Cinese (PCC) sulla grandezza della Cina e sulle minacce poste dagli Stati Uniti e dal mondo esterno allo sviluppo di Pechino, rendono il popolo cinese estremamente orgoglioso delle sue conquiste. In questo senso, attraverso un uso ad hoc della storia, il PCC si presenta come l’unico scudo tra la prosperità della Cina e un futuro di sfruttamento da parte delle potenze occidentali. Tuttavia, questa situazione aumenta le tensioni con alcune democrazie occidentali che accusano Xi Jinping di governare il popolo cinese con mezzi autoritari nel tentativo di ridurre anche le limitate libertà per le quali la popolazione ha combattuto durante l’era riformista di Deng Xiaoping. Inoltre, la volontà del PCC di aumentare il suo controllo sul modo in cui sono gestite le imprese ha sollevato molte preoccupazioni in Occidente. Huawei, che sta sviluppando la tecnologia 5G, è solo l’esempio più rilevante di come queste politiche potrebbero influire sulla sicurezza nazionale di quegli Stati europei – alleati di Washington – interessati ad acquisire tale tecnologia.

Per concludere, il ruolo che Pechino svolge nell’arena globale continuerà a plasmare l’ordine internazionale e le relazioni cinesi con Washington e l’Europa. Tuttavia, al fine di giungere ad una coesistenza costruttiva, gli Stati Uniti dovranno rafforzare sia la gestione delle crisi con Pechino, sia la propria capacità di dissuasione, proprio come durante la Guerra Fredda.

In ogni settore, i due paesi devono trovare compromessi e accordi per ridurre i rischi di conflitti involontari ma anche per scoraggiare i conflitti intenzionali. In questo senso, gli accordi economici potrebbero rivelarsi strumenti efficaci. Secondo alcuni analisti americani, il primo passo – dalla improbabile realizzabilità politica – dovrebbe essere quello di alleviare i crescenti attriti economici subordinando l’accesso della Cina ai principali mercati alla sua volontà di adottare riforme politiche ed economiche interne. Per far questo, occorrerebbe sfruttare il peso combinato di alleati e partner statunitensi in Europa e in Asia al fine di “modellare” le prossime scelte cinesi in tutti i settori. 

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Ma cosa accadrebbe se questa utopistica visione di parte dell’establishment statunitense non dovesse realizzarsi? Molto probabilmente, l’epidemia di Covid-19 e la guerra commerciale accelererebbero il decoupling tra l’economia americana e quella cinese. Questo scenario implicherebbe la fine della globalizzazione e l’inizio di un processo di regionalizzazione che dividerà il mondo in due distinte sfere di influenza: una guidata da Washington e l’altra da Pechino. In altri termini, uno scenario simile a quello degli anni ’30, quando, dopo la crisi finanziaria del 1929, l’ordine globale fu rimodellato in tre distinte sfere di influenza: una guidata dalle potenze marittime anglosassoni, l’altra sotto l’influenza delle potenze fasciste e la terza rappresentata dall’Unione Sovietica. In questo contesto, Mosca potrebbe nuovamente essere l’ago della bilancia.

La speranza è che questa volta le conseguenze saranno diverse.

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[photo by Financial Times]

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