Cile 1973: un golpe mediatico

<< Non vedo alcuna ragione, per cui dobbiamo sederci e aspettare di vedere che un paese diventa marxista, soltanto perché il suo popolo è irresponsabile! >>

(Henry Kissinger)

Santiago del Cile, prime luci dell’alba del 11 settembre 1973. Le forze armate cilene lanciano un assalto terra-aria contro la Moneda, il palazzo presidenziale, che terminerà in un bagno di sangue durante il quale perderà la vita anche l’allora capo di stato, Salvador Allende.

È la fine della cortissima e turbolenta esperienza socialista, durata solo tre anni, ed è l’inizio di una feroce dittatura militare retta da una giunta guidata dal generale Augusto Pinochet, che durerà fino alla transizione democratica dei primi anni ’90.

Potrebbe essere uno dei tanti capitoli che compongono quel lungo romanzo che è stata la guerra fredda, se non fosse per un’anomalia: in Cile, la tradizione dell’interventismo militare negli affari pubblici e politici, molto comune al resto dell’America latina, era quasi assente, e la società era una delle più coese e meno conflittuali della regione, mentre l’economia era una delle più dinamiche e sviluppate.

La domanda viene naturale: che cosa accadde realmente quella notte?

Il timore che il carismatico marxista Allende potesse conquistare la presidenza del paese latinoamericano aveva spinto la CIA ad aumentare l’esposizione statunitense nella società, nell’economia, nella cultura e nella politica, fin dai primi anni ’60. La campagna elettorale del 1964 fu ribattezzata la <<campagna del terrore>> per via delle violenze che ebbero luogo, coinvolgendo sostenitori dei diversi schieramenti.

La <<campagna del terrore>> fu connotata da un vasto ricorso, da parte della CIA, alla guerra psicologica. Tutte le stazioni radiofoniche di Santiago città e provincia ricevettero denaro per trasmettere quotidianamente spot e giornali radio in favore della Democrazia Cristiana e contro i partiti di sinistra, paventando una deriva dittatoriale di stampo sovietista in caso di una loro vittoria.

Furono affissi migliaia di manifesti e distribuiti volantini ritraenti l’esercito sovietico a Santiago, plotoni d’esecuzione castristi; le stesse immagini furono anche trasformate in pitture murali in diverse città. In giugno, il primo mese di campagna elettorale, furono distribuiti volantini al ritmo di 3mila al giorno.

La Democrazia Cristiana fece stampare e diffondere 100mila copie dell’enciclica anticomunista Divini Redemptoris di Pio XI, attribuendo l’iniziativa a cittadini indipendenti, per stimolarne la lettura. Il Partito Radicale fu infiltrato, e gli esponenti corrotti spinti a manifestare sia atteggiamenti anticomunisti, per impedire che si formasse un’alleanza con Allende, che estremisti, per mettere in evidenza la natura moderata dei democristiani agli occhi dell’elettorato. Inoltre, per mezzo della propaganda nera, furono attribuite dichiarazioni e documenti mendaci al Partito Comunista.

Nella sola, prima settimana di campagna elettorale, la propaganda radiofonica interessò più di 40 stazioni radio nella provincia di Santiago, adibite alla trasmissione continua di spot (20 al giorno), notiziari (24 al giorno) e talk show (26 al giorno) di natura anticomunista.

I quattro vertici delle forze armate cilene promotori del golpe del 1973.

La propaganda assunse contorni internazionali: furono riproposti articoli di editoriali esteri inerenti la minaccia comunista, dato risalto ad un <<messaggio delle donne del Venezuela al popolo cileno>> e all’appoggio dei politici latinoamericani alla Democrazia Cristiana. Il clima di terrore creato e il consenso costruito attorno a Frei Montalva, permisero alla DC di vincere le elezioni con il 56% dei voti, ancora oggi la percentuale più alta di tutta la storia elettorale del Cile, formando il primo gabinetto monocolore dal secondo dopoguerra.

Montalva, però, si rivelò incapace di difendere gli interessi dei cileni, una semplice espressione di piccoli ma potenti gruppi di interesse (come i latifondisti e le multinazionali nordamericane delle risorse minerarie) e gli ultimi anni della sua presidenza furono connotati da scontri di piazza quasi quotidiani, coinvolgenti praticamente ogni settore sociale ed economico. Allende si trasformò un’icona popolare, proprio grazie al candidato scelto dagli Stati Uniti per dirigere il paese. Decise di ripresentarsi alle elezioni del 1970, alla guida di una coalizione di sinistra nota come “Unidad Popular”, e la CIA riattivò la macchina propagandistica nell’aspettativa di un risultato simile a quello di sei anni prima.

La campagna anti-Allende ricalcò essenzialmente la strategia adottata nel 1964: largo impiego dei mezzi di comunicazione – stampa e radio in primis per diffondere il timore d’una deriva stalinista – utilizzo strumentale di movimenti di destra e d’azione civica, propaganda nera per spaccare la coalizione e l’alleanza con la Confederazione Sindacale Nazionale, infiltrazione nel Partito Radicale per causarne lo sfaldamento e ridurre il bacino potenziale di voti che avrebbe potuto offrire all’Unidad Popular, affissione di migliaia di manifesti per le strade raffiguranti l’entrata dell’esercito sovietico a Santiago, prigionieri politici a Cuba e immagini dell’invasione della Cecoslovacchia, distribuzione di racconti di dissidenti sovietici, pubblicazione di editoriali quotidiani anticomunisti da parte de <<El Mercurio>>. Oltre 5 milioni di cileni furono raggiunti dalla propaganda giornalistica, radiofonica e murale, un importantissimo bacino di potenziali voti, considerando che il Cile all’epoca era abitato da 9,5 milioni di persone.

COVID19, LEZIONE DI REALPOLITIK DA ISRAELE.

Nonostante il clima di terrore costruito dalla macchina propagandistica della CIA, l’Unidad Popular vinse le elezioni del 4 settembre, ottenendo il 36,3% dei suffragi: non abbastanza per ottenere la maggioranza assoluta dei seggi nel congresso, ma comunque un evento di portata storica, trattandosi della prima vittoria di un presidente dichiaratamente marxista in elezioni democratiche in America Latina.

Da quel giorno, il Cile diventò oggetto di una guerra ombra a base di atti terroristici, sabotaggi economici, sfruttamento di quinte colonne, promozione di instabilità sociale, polarizzazione e divisione di classe, terrorismo psicologico, infiltrazioni di spie nelle istituzioni.

In soli tre anni, l’economia più sviluppata del cono sud subì un’involuzione, arretrando ad uno stato quasi pre-capitalistico, a causa di quel che Allende definì l’embargo invisibile: commercio con i paesi occidentali interrotto, niente più prestiti e aiuti allo sviluppo da parte di banche occidentali e organizzazioni internazionali, attacchi speculativi contro la valuta nazionale.

In soli tre anni, la società più coesa e meno conflittuale del cono sud fu portata a combattere una guerra intestina, divisa in due opposti e ben separati estremismi: filo-fascisti e filo-comunisti. Gli attentati, gli omicidi politici e le maxi-manifestazioni divennero la normalità fra il 1972 ed il 1973.

Sullo sfondo di questi eventi, l’opinione pubblica fu costantemente bombardata da operazioni psicologiche guidate dall’impero mediatico della famiglia Edwards, godente di un monopolio nel mondo dell’informazione cilena, mentre le forze armate erano state infiltrate da spie, generali importanti erano stati corrotti e gli incorruttibili erano stati barbaramente uccisi, come il comandante René Schneider. I media imputarono ogni omicidio, incluso quello di Schneider, ad Allende, accusato di essere il regista occulto di ciò che stesse accadendo, di essere in combutta con cubani e sovietici per trasformare il paese di una dittatura comunista.

Stati Uniti: è rivoluzione (colorata)

I giornali, le radio e le televisioni invitarono i cileni a scendere in piazza, invitarono l’esercito a consumare un colpo di stato per ripristinare l’ordine costituzionale, invitarono gli imprenditori a scioperare dalla produzione. Nell’aprile 1973, la rivista <<Que Pasa>> pubblicò un elenco di oltre cento persone morte nelle proteste tenutesi nei due anni di governo, insieme alla lista di proprietari terrieri morti di infarto dopo l’espropriazione, imputando ogni morte ad Allende.

In luglio, il comandante Arturo Araya, figura di spicco del fronte lealista, fu ucciso da un commando di Patria y Libertad, un movimento fascista finanziato dalla CIA, sebbene il mondo editoriale ruotante attorno <<El Mercurio>> scrisse che dietro l’omicidio ci fossero dei militanti socialisti legati all’eversione cubana di concerto con il capo del Gap, la guardia presidenziale.

Sullo sfondo di questi eventi, Carlos Prats, l’allora comandante in capo delle forze armate, era diventato bersaglio di un piano volto a screditarne l’immagine e la stabilità psicologica agli occhi dell’opinione pubblica. Fu coinvolto in alcuni incidenti, durante uno dei quali sparò ad Alejandrina Cox, una civile scambiata per un terrorista, poi strumentalizzati per mobilitare le donne contro di lui in diverse manifestazioni. La campagna denigratoria fu ampiamente appoggiata dalla stampa, tra cui <<El Mercurio>>. Questo spinse Prats a rassegnare le dimissioni. Fu sostituito da Augusto Pinochet, una persona sulla quale lo stesso Henry Kissinger, a capo delle operazioni in Cile, aveva delle riserve e che aveva scartato dalla lista dei papabili golpisti.

Eppure fu proprio lui, l’11 settembre, a guidare le forze armate contro Allende. Fu convinto dalla sequela di operazioni sotto copertura, di ogni natura (militare, economica, psicologica, ecc.), e di reale paura per il futuro del paese. Gli Stati Uniti avevano vinto: Allende era caduto.

Ultimi attimi di vita di Salvador Allende durante l’assedio e la successiva presa del Palavio de La Moneda da parte dei militari.

La storia del golpe dell’11 settembre 1973 è l’esempio più emblematico di come sia possibile generare caos e pilotare rivoluzioni e colpi di stato anche in paesi considerabili “a rischio zero”, ossia paesi socialmente uniti ed economicamente forti. In realtà, ogni paese è potenzialmente destabilizzabile, anche le grandi potenze, e tutto ciò che occorre è una strategia multidimensionale che sappia sfruttare ogni variabile sociale, culturale, politica ed economica che caratterizza un paese.

Il Cile era sviluppato, ma la sua economica troncata, perché dipendente dal commercio con l’estero e mono-settoriale. L’embargo invisibile dell’amministrazione Nixon lasciò il paese senza sbocchi nei mercati internazionali, con riflessi inevitabili sul sistema produttivo che, a loro volta, spinsero i lavoratori a protestate. Equilibrio sociale e collaborazione interclassista si ruppero.

Le forze armate erano leali alla costituzione, senza esperienze significative di intrusioni negli affari pubblici, e il loro attaccamento al bene nazionale fu utilizzato contro di esse: i personaggi scomodi furono eliminati e, spesso, la loro scomparsa fu attribuita ad un “complotto cileno-cubano-sovietico”, e i meno devoti alla bandiera furono corrotti. Le istituzioni persero la loro colonna portante.

Ma fu l’informazione, o meglio, il pluralismo dell’informazione, che per il pensatore liberale è fonte di ricchezza ma per uno stratega abile ed esperto è un’arma, il vero leitmotiv del colpo di stato. Furono i media a polarizzare l’opinione pubblica, aizzando le folle contro il governo, demonizzando Allende sino al punto tale da far dubitare gli stessi lealisti della sua vera natura, di chi fosse, di cosa volesse. Furono loro, gli alleati del sabato, a tradirlo la domenica. Nessuno si fidava più di Allende, né i suoi generali né il suo popolo: Allende doveva morire e i media sono i suoi assassini.

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