Geopolitica

COVID19: Il grande vincitore non è la Cina, ma la Turchia

La penisola balcanica è la regione del Vecchio Continente più colpita dall’emergenza pandemica. Romania e Serbia guidano la classifica, possedendo il maggior numero di infetti e morti della regione, ma la verità è che tutti i paesi balcanici sono a rischio, sono delle bombe ad orologeria sanitarie: infrastrutture sanitarie scarse, carenti e sottosviluppate, industria dei beni medico-ospedalieri virtualmente inesistente e dipendente dalle importazioni straniere, diffusione a macchia d’olio di ghetti etnici a composizione rom dove mancano i più basilari servizi igienici e dove, infatti, contagi e morti aumentano a vista d’occhio.

In Romania, un’intera città, Tandarei, è stata messa in quarantena, e in tutto il paese si registrano violenze e addirittura scontri fra le forze dell’ordine e i rom, intolleranti alle restrizioni sui movimenti. Lo stesso primo ministro è intervenuto, invitando la comunità a collaborare, sullo sfondo di precedenti interventi da parte dei leader rom. Tutto inutile. E questo accade mentre a Suceava e Focsani vengono chiusi due ospedali: troppi i medici contagiati, troppi i pazienti morti.

È vero, i paesi balcanici si sono dimostrati, nuovamente, il ventre molle d’Europa, saranno fra i grandi sconfitti a crisi rientrata, come anche l’Italia, ma c’è comunque un vincitore nella regione: la Turchia.

La Turchia ha riempito di ingenti donazioni ogni paese della penisola, in coordinamento con la NATO: Bosnia Erzegovina, Serbia, Bulgaria, Kosovo, Albania, Macedonia del Nord, Montenegro, Romania. Gli aiuti sono stati particolarmente consistenti in Serbia, che è al centro di una grande partita geopolitica giocata insieme/contro a Russia, Cina, Stati Uniti ed Unione Europea.

A Belgrado, nei giorni scorsi, è atterrato un aereo militare, partito dalla base di Incirlik, che ha scaricato 100mila mascherine protettive, 2mila tute protettive, 1500 test diagnostici. Inoltre, i grandi privati turchi sono corsi in aiuto di Ankara. È il caso della compagnia turca Tasyapi, che in Serbia sta ricostruendo la rete stradale e che due anni fa ha vinto l’appalto per la costruzione dell’autostrada Sarajevo-Belgrado, e che ha donato 25 posti letto per la terapia intensiva, cinque aspiratori medici ed uno chirurgico.

E mentre i politici di questi paesi, dalla Bulgaria alla Serbia, lanciano invettive all’indirizzo di Bruxelles, lamentando assenze e ipocrisie, non si contano più i ringraziamenti verso Ankara, le dichiarazioni sulla presunta “fratellanza” che lega i popoli slavi e non-slavi dei Balcani ai turchi.

“In un momento difficile come questo, noi stiamo anche costruendo la nostra politica futura. La Serbia ricorderà sempre coloro che l’hanno aiutata”

(Aleksandar Vulin, ministro della difesa serbo)

“Neanche una sola maschera è arrivata dai paesi dell’Unione Europea”.

(Krasimir Donchev Karakachanov, ministro della difesa bulgaro)

Colpisce (o forse no?) il fatto che i paesi che Ankara sta aiutando siano stati, in passato, sotto dominio turco, nel corso dell’epoca ottomana, coerentemente con l’agenda estera erdoganiana di espansione neo-imperiale su tutti quei territori che nei secoli passati furono sottomessi alla Sublime Porta.

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Colpisce, soprattutto, che la Turchia si stia coordinando con la NATO, un segno dei tempi che prova la nostra teoria: nessuna alleanza russo-turca, ma semplice matrimonio di convenienza sorto per soddisfare tanto esigenze estemporanee quanto gli interessi statunitensi. È possibile, infatti, che gli Stati Uniti volessero gli S400 russi, per analizzarli. Fra Erdogan e Trump i rapporti sono, oggi, idilliaci, e la Turchia, per voce del ministero degli esteri, ha dichiarato in questi giorni che è pronta ad acquistare armamenti dagli “alleati”, ossia i paesi NATO, inclusi i Patriot, e che “non attenterà mai all’integrità dell’alleanza”.

Niente accade per caso, soprattutto ora, perché in questa crisi si stanno riscrivendo equilibri e relazioni di potere. La Turchia è il grande vincitore, non soltanto perché sta sfruttando l’occasione per espandere la sua influenza nei Balcani ma anche per ciò che sta facendo in altri terreni: Ucraina, Caucaso meridionale, Asia centrale.

Tre teatri in cui Ankara sta agendo da protagonista, cavalcando l’onda della crisi per portare avanti la propria diplomazia degli aiuti. Il rapporto con l’Ucraina è migliorato sensibilmente da quando si è insediato Volodymyr Zelensky alla presidenza di Kyev, con il quale è stata siglata una serie di accordi di cooperazione, dall’economia alla difesa, e che ha mostrato particolare attenzione al tema dei tatari, molto caro ad Ankara.

L’Ucraina ha ricevuto tanti aiuti quanti ne ha ricevuti la Serbia, e come essa anche l’Armenia, l’Azerbaigian ed i paesi dell’Asia centrale ex sovietica, gli -stan. Quando si scrive di Turchia si scrive di neo-ottomanesimo, ma la verità è che questa visione è solo una parte di una più ampia agenda geopolitica che comprende al suo interno anche panturchismo e turanismo.

Il primo mira ad espandere l’influenza di Ankara in tutti paesi e quelle regioni del mondo abitate da popolazioni turcofone, quindi gli -stan ma anche territori sotto sovranità altrui come la Gagauzia moldava e le repubbliche autonome siberiane. Il secondo si rifà ad un movimento di pensiero tardo ottocentesco che puntava ad unificare i popoli provenienti delle steppe siberiano-mongoliche, accomunati da parentele linguistiche e culturali, come sono ad esempio turchi ed ungheresi. E non è un caso che i legami fra Ankara e Budapest siano stati migliorati negli anni recenti proprio all’insegna del “turanismo”, che oggi è materia di studio nei curricula universitari ed è il vettore ideologico che ha permesso a Budapest di entrare in Asia centrale, aderendo al Consiglio Turco.

Ma tornando alla Turchia, il Covid19 la sta aiutando, quindi, ad aumentare la propria esposizione tanto nei Balcani quanto in altre aree di interesse critico per la Russia: Ucraina, Caucaso meridionale, Asia centrale.

Turchia, che ricordiamo, sta agendo in coordinamento con la NATO, un fatto importantissimo dal punto di vista strategico: è la prova che avevamo ragione, con la Russia era semplice doppiogioco. Ma, come abbiamo anche scritto, la Turchia è innatamente imperiale, una potenza che ha ereditato secoli di storia e conquiste, da qui le tensioni con l’Occidente – perché lo scopo ultimo è avere maggiore autonomia, più libertà di manovra, saldare dei rapporti di rispetto e non di subalternità con i partner euroamericani.

Se la Turchia aumenta la sua influenza, conseguentemente la aumenta anche l’Occidente. Questo è il punto focale della nostra analisi. Assisteremo ad un ampliamento dello scontro con la Russia in ognuno di quei teatri citati, -stan in particolare.

Un altro terreno che abbiamo soltanto citato è la Bosnia Erzegovina, stato federale composto da una repubblica a maggioranza bosniaca e da una a maggioranza serba. Abbiamo scritto sulla nostra pagina Facebook, nei mesi scorsi, che si sta lentamente giungendo ad uno scenario neo-iugoslavo nel paese, per via delle tensioni montanti fra bosniaci, serbi ed anche croati.

E questa piccola repubblica è al centro di una battaglia degli aiuti di cui non si parla: Turchia (e NATO) stanno riempiendo di aiuti la repubblica bosniaca, mentre Russia, Cina e Serbia stanno riempiendo di donazioni, personale medico e denaro la repubblica serba. Il ministero degli esteri bosniaco si è lamentato addirittura in sede europea, denunciando l’arrivo a Sarajevo di “aiuti selettivi“: gli aerei atterrano, poi i carichi vengono rapidamente trasferiti a Banja Luka (ndr. capitale della repubblica serba), lasciando poco e niente ai bosniaci. Sullo sfondo: una società sempre più polarizzata e divisa su base etnica, mondo politico sempre più radicalizzato, le mosse dei grandi giocatori. Vedremo i risultati nel dopo-Covid19. Il Montenegro e la Macedonia del Nord sono ormai perduti, la repubblica serba di Bosnia è l’ultima carta rimasta a Mosca nei Balcani (Serbia a parte), ed è probabile che verrà giocata.

Vedremo se basterà la diplomazia degli aiuti a consentire ad Ankara di realizzare i propri sogni egemonici a detrimento di Mosca ma, intanto, una cosa è certa: scordiamo i vecchi equilibri, stanno saltando uno dopo l’altro, e nuovi scontri, più intensi, si palesano già all’orizzonte.

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