Geopolitica Nuove Guerre

Covid-19, lezioni di realpolitik da Israele

Il mondo sta vivendo la più grave pandemia della storia recente dai tempi dell’influenza spagnola e le lezioni di pragmatismo, realpolitik e geopolitica non mancano.

Le stiamo ricevendo dall’Italia, inerte e inerme tanto a livello internazionale quanto a livello domestico, le stiamo ricevendo dalla Francia, che ha costretto i nostri servizi segreti ad entrare in campo per proteggere i nostri asset strategici dagli attacchi speculativi d’oltralpe, le stiamo ricevendo dalla “guerra degli aiuti” di Stati Uniti e Cina, e le stiamo ricevendo anche da Israele.
Piccola ma grande potenza, sin dalla fondazione nell’ormai lontano 1948, diplomazia segreta e realpolitik spinta fino all’eccesso han tradizionalmente caratterizzato l’operato degli statisti, dei militari e delle spie al servizio di Tel Aviv. Oggi, in tempo di grande crisi, da Israele abbiamo imparato alcune lezioni molto importanti. La prima è che lo stato liberale e di diritto può essere sospeso per fronteggiare una situazione di straordinarietà senza essere accusati di autoritarismo dai grandi media occidentali, come accaduto all’Ungheria di Viktor Orban.
Benjamin Netanyahu ha dato il via libera all’entrata dei servizi segreti per la sicurezza interna, lo Shin Bet, nella partita contro il Covid-19 autorizzando schedature di massa, monitoraggio da remoto dei cittadini, utilizzo di tecniche e metodi della lotta al terrorismo islamista per sorvegliare meglio la popolazione. Sono anche arrivate critiche dalla stampa e dall’opposizione circa il presunto trattamento preferenziale nell’effettuare i test diagnostici riservato ai cittadini di religione ebraica e a detrimento di quelli di religione islamica.

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La seconda grande lezione è che si possono utilizzare forza e minaccia, anche e soprattutto in tempi di emergenza, nel nome della difesa dell’interesse nazionale, mettendo da parte etica e moralismi di sorta – lasciandoli alle democrazie liberali dell’Europa occidentale.
Stiamo parlando del modo in cui l’esecutivo ha raccolto in tempi record tutto il materiale igienico-sanitario ed ospedaliero di cui il paese aveva impellente bisogno, affidando al Mossad, il servizio segreto per l’estero, l’onere di reperire – con qualsiasi mezzo, ma a nessun costo – mascherine protettive, tute, occhiali, strumentazione ospedaliera di vario tipo.
Fra il 20 marzo e la prima settimana di aprile, il Mossad ha portato nel piccolo stato medio-orientale più di 200 apparecchi respiratori, 20 milioni di mascherine chirurgiche di diversi tipi (dal modello semplice al tipo N95). La raccolta è stata rapida ed indolore ma in alcun modo è stata basata sulla volontarietà: i “donatori” sono stati “costretti” a soddisfare le esigenze di Tel Aviv, sebbene non sia dato sapere né come né perché, ma è la stessa dirigenza del Mossad ad averlo affermato, lo stesso Netanyahu ha descritto in termini molto generalisti l’operazione, senza scendere nei dettagli.
I paesi “costretti” a donare hanno voluto mantenere l’anonimato ma sembra certo che le operazioni abbiano luogo in Germania, Egitto, Arabia Saudita, Marocco, Oman, Emirati Arabi Uniti e India.
Riguardo quest’ultima, Netanyahu ha “invitato” Modi ad “evitare egoismi” di sorta ottenendo dall’omologo indiano esportazioni di medicinali e beni ospedalieri verso Israele – non si sa pagate o gratuite.
L’India aveva imposto il blocco verso l’export di tali beni, valido per tutto il mondo, alla luce dell’emergenza Covid-19 e del bisogno di dedicare la produzione industriale a soddisfare le esigenze interne, trattandosi di dover coprire i bisogni di oltre un miliardo di persone. Netanyahu ha ottenuto che tale blocco venisse congelato in via privilegiata per Israele.

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Infine, fra il 4 e il 5 aprile, negli aeroporti israeliani sono atterrati 11 voli della El Al provenienti dalla Cina dove sono stati acquistati milioni di articoli, fra mascherine, indumenti protettivi e strumentazione ospedaliera.
È interessante perché si è trattato di merce regolarmente comprata, con il Ministero della Difesa a fare da tramite con le aziende cinesi, mentre nei giorni scorsi al Mossad era stato dato l’incarico di ottenere “donazioni forzose” da diversi paesi.

Quindi, cosa lega e cosa distingue Israele, Germania, Arabia Saudita e Cina?

Potenze economiche, veri e propri giganti per alcuni aspetti (la Cina più di tutti), ma mentre Berlino e Riad sono potenze regionali semi-autonome, entrambe dipendenti dall’agenda estera di Washington, Tel Aviv e Pechino non hanno alcun tipo di restrizione nelle loro libertà di manovra, possiedono il dono di essere completamente indipendenti.
Spesso si sostiene che Tel Aviv sia l’instrumentum regni di Washington nel Medio oriente: è vero il contrario, da decenni ormai, è la prima a guidare e dettare l’agenda estera del secondo – molte iniziative dell’amministrazione Trump hanno favorito più gli interessi israeliani che statunitensi, nonostante i gravi rischi (riconoscimento di Gerusalemme quale capitale unica e indivisibile di Israele, accordo del secolo, assassinio di Qasem Soleimani).
Tel Aviv ha potuto e voluto costringere Riad a cedere al ricatto, alle pressioni e alle minacce, perché nel partenariato strategico che le unisce, la prima guida e la seconda ascolta e acconsente. Idem per le altre petromonarchie e potenze del mondo islamico, dipendenti a vario titolo per la loro stabilità dai rapporti intrattenuti con il trio Stati Uniti-Arabia Saudita-Israele.
Ma non la Cina nessuna pressione era possibile, neanche solo lontanamente immaginabile e considerabile, perché dall’altra parte del tavolo c’era la seconda potenza economica del pianeta e prima ed unica candidata a sfidare l’impero americano. E quindi, una volta trovato il necessario, in maniera completamente gratuita, e ricordato agli interlocutori quali sono le relazioni di potere nella regione, il governo ha potuto permettersi di spendere e negoziare, da potenza di prima classe a potenza di prima classe. Realpolitik, nient’altro. L’Italia potrebbe e dovrebbe raccogliere la lezione e
imparare.

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