Lezioni di economia dall’emergenza Coronavirus.

A causa dell’epidemia di coronavirus, ufficialmente ribattezzato Covid-19 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, paesi ad economia troncata come l’Italia stanno subendo gravi danni economici già adesso, nell’immediato, e le prospettive per il medio-lungo termine non sono per
nulla rosee: turismo internazionale azzerato, produzione industriale verso l’estero affossata a causa di embarghi taciti, flussi da e per l’estero di varia natura pesantemente colpiti.
Quanto sta accadendo è l’ennesima prova, se ancora ce ne fosse il bisogno, della natura esiziale del liberismo, della sua variante neo-, che trasforma economie forti e indipendenti (o quasi) in economie dipendenti dall’import-export, privando simultaneamente lo stato delle sue vitali funzioni di imprenditore, investitore e regolatore.


Se c’è una lezione di economia che si può apprendere dall’epidemia in corso è che più debole è uno stato, tanto più soffre il sistema-paese. Questo non significa che occorre abbattere per intero il sistema economico contemporaneo, demonizzare il libero scambio, chiudersi al mondo optando per involuzioni autarchiche in stile nordcoreano.
Il sistema attuale, ancora permeato dei valori e delle logiche di Bretton Woods, va quantomeno rivisitato, così come la nostra adesione cieca a esso. Le favole della mano invisibile, dell’anti-economicità del protezionismo e della produzione in casa, e del vantaggio comparato, hanno avuto presa soltanto in paesi predisposti alla sottomissione verso potenze maggiori, come l’Italia ad esempio.

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All’interno della stessa Unione Europea, che sulla carta è il sogno realizzato degli utopisti liberali e liberisti, esistono profonde divisioni ed asimmetrie, la cui forbice si amplia con il passare dei mesi, causate ed esacerbate dalle politiche liberiste. Esistono stati, come Francia e Germania, che pur essendo aperti al libero scambio continuano a mantenere un controllo esclusivo e privilegiato di tipo statale o parastatale dei settori strategici e che aiutano il settore esportatore in vario modo, ricorrendo a politiche di tipo mercantilista e nazionalista. Anche loro, la Germania soprattutto, stanno subendo le ripercussioni economiche del Covid-19, poiché esposte nel commercio internazionale, ma proprio perché “forti”, in riferimento alle dimensioni dello stato nelle loro economie e nel loro mercato, non saranno condannate a subire lo stesso arresto economico che sta sperimentando l’Italia.

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L’Italia può ripartire ed essere capace di sostenere aspirazioni di rinascita egemonica soltanto ad una condizione: riappropriarsi del suo destino, e quindi anche dell’economia. Il turismo internazionale può essere sostituito da quello domestico così come l’export può essere riorientato al mercato interno, o comunque verso “paesi amici” anche in situazioni di reale emergenza, sviluppando adeguate politiche di supporto al consumo, di tutela ed espansione della classe media, di sostegno alla piccola e media impresa, che ha storicamente rappresentato e caratterizzato il sistema-Italia. La globalizzazione ha arricchito pochi, impoverito molti: ha arricchito chi ne ha compreso la natura e le potenzialità sin dall’inizio e ha impoverito chi ha scambiato le favole per dogmi indiscutibili.


La crisi economica del 2007-2008, i cui effetti ancora si sono sentono nel Bel Paese, la rivalità con le potenze maggiori nell’UE, l’acquisita consapevolezza che il mercato e l’industria italiane stanno soccombendo per via della concorrenzialità feroce dei beni provenienti dal mondo in via di sviluppo e, oggi, l’ennesima esperienza che sotterrerà per diversi mesi la nostra economia, ossia il mondo che si chiude a noi per via dell’epidemia di Covid-19 nonostante le nostre frontiere sempre aperte, dovrebbero spingere la nostra classe politica, ma anche quella economica, a fare un j’accuse e lavorare ad un ripensamento globale della nostra politica economica.
Sovranità ed economia sono inestricabilmente legate, cedendo la prima volta si perde la seconda e viceversa; il coronavirus ce lo ha ricordato.

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