Europa: un nano dai piedi d’acciaio in mezzo a giganti dai piedi d’argilla

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Ogni previsione azzardata dai grandi politologi europei e statunitensi nel dopo-guerra fredda si è avverata: la fine della storia di Francis Fukuyama, lo scontro di civiltà di Samuel Huntington, la guerra fra McMondo e Jihad di Benjamin Barber, il ritorno al medioevo, e le guerre civili molecolari di Hans Magnus Enzensberger. Ma come è possibile? Dev’esserci una contraddizione. E invece no.

L’Europa, intesa come Unione Europea, è realmente entrata in una fase di illusione post-storica, dove è proprio il prefisso “post-” a caratterizzare ogni elemento della nuova civiltà europea: post-identitarismo, post-cristianesimo, post-liberalismo, post-verità, post-eroismo.

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Il resto del mondo, Stati Uniti inclusi, ha reagito agli effetti omologanti, distruttivi e massificanti della globalizzazione liberista e relativista tentando di recuperare e difendere la propria identità, frenando la corsa verso la fine della storia. Questo è quanto sta accadendo nella Turchia di Erdogan, negli Stati Uniti di Trump, nella Russia di Putin, nell’India di Modi, nella Cina di Xi, nel Giappone di Abe, nell’Israele di Netanyahu, e in ogni altra potenza di rilievo dell’arena internazionale.

Il sacro nelle relazioni internazionali sembrava un ricordo, la religione una costruzione sociale destinata a svenire di pari passo con la modernizzazione ma è soltanto il Vecchio continentea scoprirsi ateo, logoro e in crisi di identità. Nel resto del mondo, invece, il sentimento religioso è in crescita tanto quanto l’attaccamento alla bandiera.

Eppure, l’Europa può ancora tentare un ultimo sforzo egemonico. Dove per egemonico non si intende imperialismo ottocentesco, ma rivalsa, ritorno legittimo nell’alveo dei grandi giocatori mondiali, rinata capacità di essere ancora il punto di riferimento culturale del resto del pianeta.

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L’Unione europea è spesso definita, a ragione, un gigante economico ma nano politico. La Russia, invece, è il gigante dai piedi d’argilla per antonomasia. Eppure mentre la prima è incapace di difendere i propri interessi all’interno dello stesso continente – basti pensare all’espansionismo turco neo-ottomano nei Balcani o nel Mediterraneo centro-orientale – la seconda è capace di difenderli in tutto il globo, anche ricorrendo alla forza – lo abbiamo visto in Siria, ma anche in Venezuela e Nicaragua, seppure con tinte diverse.

La differenza fra l’Ue e “gli altri” è che la prima è immersa in un esiziale sonno post-storico, essenzialmente liberale, che rifugge e rifiuta la realpolitik e la sola idea che per esistere occorra avere un’identità da difendere; gli altri, invece, essendo ancora attori storici, vedono il mondo per quel che è, anarchico, insicuro, pronto ad esplodere, retto da egoismi e menzogne, dove non esistono alleanze ma partenariati temporanei, di convenienza.

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L’Europa si sta condannando ad un futuro di marginalità e irrilevanza, ma c’è ancora tempo, ci sono ancora le risorse, ci sono ancora le idee, pur se iniziano a scarseggiare gli uomini e gli statisti. Il duo Macron-Merkel è nato con grandi premesse, ma fintanto che continuerà a pensare da un’ottica post-storica non sarà in grado di portare a compimento il sogno di una nuova politica europea, di una Ue riformata, di una Ue autonoma.

Il fatto che Emmanuel Macron sia il più abile e prestigioso statista europeo in circolazione è il sintomo più evidente della condizione febbrile che attanaglia l’Europa. Promuove il patriottismo europeo gollista, ma ambisce a ridurre l’Italia ad una propria colonia, vorrebbe emanciparsi dalla sfera d’influenza statunitense ma poi esegue ogni diktat che viene imposto dalla Casa Bianca, dalla politica interna (web tax) a quella estera (Iran, Siria, Venezuela). Macron ha le idee, ma non il coraggio di metterle in pratica. L’Europa è un nano in tal senso: può, ma non vuole e ha deciso da sola di non volere agire.

Ma i piedi dell’Europa, contrariamente a quelli del resto del mondo, come Cina (che vive di commercio internazionale), India (che continua ad essere flagellata da tremende contraddizioni che ne mineranno lo sviluppo anche nei prossimi decenni), Russia (in tremendo inverno demografico), Stati Uniti (anch’essi travolti dall’onda dell’auto-odio liberal e con una classe politica miope quanto la nostra), sono d’acciaio.

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L’Ue è il mercato più grande del mondo, davanti a quelli statunitense e cinese, ha la densità di distretti industriali e parchi tecnologici più alta del mondo, ha fra i migliori centri di formazione accademica e scientifica del mondo, ed è l’unica regione geopolitica in cui (r)esiste un capitalismo misto, dove mercato e stato sociale si incontrano e si complementano, che è estremamente importante per la salvaguardia del benessere collettivo. Soprattutto, l’Europa, intesa non come Ue ma come regione-civiltà, possiede un’eredità storico-culturale unica al mondo, dalla quale può attingere per ritrovare se stessa e rientrare nell’alveo delle grandi potenze.

L’Europa, nel corso della sua millenaria storia, è stata l’unica civiltà al mondo capace e volente di creare delle ideologie e dei modelli di società universalistici: il cristianesimo, l’illuminismo, il comunismo. Senza dimenticare che la stessa idea di stato, il diritto, la scienza moderna, sono “invenzioni” europee che sono state poi esportate nel mondo. Sono questi elementi a rendere le fondamenta della civiltà europea di acciaio. Ma più a lungo durerà il sonno post-storico, più rapidamente quell’acciaio si ossiderà. L’Europa riparta dal passato ed esca dal futuro.

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