Medio Oriente Nuove Guerre

ERDOGAN E LA TRAPPOLA TURCA

Ugualmente false si sono rivelate le previsioni di chi credeva che stesse formandosi un’alleanza turco-russa, della quale l’affare S400 avrebbe simboleggiato la nascita, perché Ankara e Mosca sono più divise che mai, nonostante la collaborazione apparente e la campagna faziosa e martellante che le vorrebbe dipingere unite contro l’Occidente. In realtà, come dimostrato dalle recenti schermaglie violente in Siria, durante le quali sono stati anche uccisi quattro ufficiali del Fsb, la tensione fra i due paesi sembra essere tornata ai livelli del 2015, quando le forze armate turche abbatterono un Sukhoi-24 russo lungo il confine con la Siria.

Erdogan è anche colui che, pur ambendo ufficialmente all’adesione all’Ue, sta perseguendo una politica di espansione neo-imperiale all’interno della stessa e delle sue aree di influenza, come la penisola balcanica e il mar Mediterraneo centro-orientale, utilizzando l’arma migratoria a scopo di ricatto per tenere sotto scacco costante Bruxelles. Inoltre, pur facendo parte dell’Alleanza Atlantica, Ankara è in aperto conflitto con alcuni suoi membri, Grecia in primis.

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La trappola turca a Ue e Russia

Le azioni turche nel panorama internazionale conducono ad una sola spiegazione: la Turchia non crede nelle alleanze. Ogni legame viene instaurato per raggiungere obiettivi di breve-medio termine ed è essenzialmente a-ideologico, pragmatico, e basato su una logica a somma zero, ossia sull’idea che solo una delle due parti possa e debba beneficiare completamente del partenariato temporaneo; quella parte è Ankara.

È così che Ankara accetta di tenere al suo interno tre milioni di richiedenti asilo mediorientali, ma chiede in cambio (impone) sei miliardi di euro per il loro mantenimento, pur traendo già beneficio dal loro sfruttamento come manodopera a basso costo, e minaccia continuamente Bruxelles di porre fine all’accordo per ottenere nuove concessioni.

Una linea strategica molto simile è seguita nei confronti del Cremlino, la cui posizione è tanto debole, ricattabile e vulnerabile quanto quella europea. Erdogan è riuscito a reinventarsi sostenitore di Bashar al-Assad, ma ha chiesto in cambio (imposto) alla controparte russa il controllo indiretto sulla Siria settentrionale, ufficialmente per formare un cordone avente funzione anticurda e antiterroristica. A concessione ottenuta, però, ha aumentato le proprie pretese e rielevato la pressione su Damasco e Mosca, come palesato dai recenti scontri con l’esercito siriano e dal ricorso a forze irregolari islamiste impegnate (anche) in attività antirusse.

Lo stesso copione si sta adesso ripetendo in Libia, che nel dopo-Gheddafi si è trasformata in una terra di conquista, la cui condizione anarchica ha attirato le attenzioni di nuove potenze, come Russia, Egitto, Arabia Saudita, infrangendo i sogni egemonici di Parigi. A Tripoli come a Damasco, russi e turchi sono su fronti contrapposti perché le ragioni di divergenza superano quelle di convergenza, al di là della versione diffusa dalla narrativa dominante.

Il modus operandi turco non è indicativo di una semplice visione opportunistica delle relazioni internazionali, nella declinazione più negativa del termine, ma anche di un’altro elemento: quando il Sultano inaugura la diplomazia del corteggiamento, al tempo stesso punta già al tradimento.

L’accordo con Washington?

I rapporti fra Ankara e Washington sono notevolmente migliori rispetto a quelli con Bruxelles e Mosca e la linea dura dell’amministrazione Trump nel corso della crisi diplomatica legata alla detenzione del pastore protestante Andrew Brunson potrebbe in parte contribuire a spiegare le ragioni di tale rapporto.

La Casa Bianca, infatti, contrariamente all’Ue, non ha ceduto né alle minacce né ai ricatti, dando vita ad una mini-guerra commerciale, accompagnata da attacchi speculativi, che nell’arco di poche settimane ha convinto Erdogan a fare un passo indietro, abbandonare la retorica dello scontro, ed acconsentire alla liberazione di Brunson.

È possibile che Trump, una volta ristabilita la gerarchia di potere e dei ruoli, abbia convinto Erdogan ad elevare la conflittualità con l’Ue e la Russia, che sono fra i principali obiettivi dell’agenda estera insieme alla Cina, e questo spiegherebbe la politica della massima pressione esercitata sulla prima e il doppiogiochismo ingannevole attuato contro la seconda.

La trappola turca, tuttavia, potrebbe colpire anche Washington nel medio e lungo periodo, perché l’obiettivo finale di Erdogan, e dell’elite culturale che lo circonda, resta la completa libertà di manovra nelle relazioni internazionali. Questa particolare congiuntura storica richiede una posizione antagonistica verso Bruxelles e Mosca, ma la lunga tradizione di Ankara di cambi di campo e doppiogiochismi sottili lascia aperta la possibilità di una storica giravolta contro la Casa Bianca.

 

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