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Un giorno ci separa dal 2020 ma abbiamo la totale certezza di una cosa: il decennio che ci attende oltre l’orizzonte sarà molto più conflittuale, turbolento e sanguinoso di quello che stiamo per lasciare alle spalle.

Potremmo categorizzare in questo il ventennio appena conclusosi:
2000-2010: la decade della guerra al terrore, con il focus delle potenze occidentali quasi esclusivamente posto sulla lotta all’internazionale jihadista in ogni angolo del pianeta. Considereremo anche la Russia all’interno di questa categoria, pur essendo un giocatore sui generis a metà fra Europa e Asia. Sullo sfondo dell’attenzione dedicata al terrorismo islamista, però, accadevano anche alcuni eventi che, silenziosamente, gettavano semi le cui conseguenze sono germogliate solo durante la decade successiva. Ci riferiamo soprattutto all’espansione di Nato ed Unione Europea nell’Europa centro-orientale e balcanica, alla de-cattolicizzazione a ritmi serrati dell’America centro-meridionale, ai cambi di regime avvenuti nel mondo islamico, all’ascesa globale della Cina.

2010-2019: i semi maturano, escono i primi frutti.

La guerra al terrore a guida statunitense ha causato degli enormi vuoti di potere che sono stati sfruttati dall’Iran per realizzare il sogno di un corridoio transmesopotamico da Teheran a Beirut, il cui compimento è una minaccia per la sicurezza nazionale di Israele e Arabia Saudita. Il complesso militare-industriale statunitense corre ai ripari riciclando la dannosa, perché strategicamente miope, elite democratica favorendo l’elezione di Donald Trump.

Viene immediatamente annullato l’accordo sul nucleare, con la scusante che sia controproducente, e avviata una strategia di “massima pressione” per facilitare un cambio di regime in Iran o, comunque, per creare uno stato di caos permanente.

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Approfondimento della situazione geopolitica Iraniana: Il contenimento infinito contro l’Iran.

L’allargamento EU-NATO rivela i suoi motivi: il contenimento antirusso non è mai finito, è solo proseguito senza far rumore approfittando della grave situazione interna che affligge il paese: economia barcollante, secessionismi in fermento ovunque, radicalizzazione religione delle comunità islamiche. L’Ucraina è la linea rossa per il Cremlino, anche perché ha un valore che trascende la mera strategia: è la culla dell’antico e millenario mondo russo. L’asse Bruxelles-Washington impone un duro regime sanzionatorio contro Mosca con l’obiettivo di inibire crescita economica e sviluppo dei settori strategici nel medio-lungo periodo.

La de-cattolicizzazione dell’America latina, controbilanciata dall’aumento del peso delle chiese evangeliche, porta a stravolgimenti politici, oltre che sociali, rivelandosi una strategia georeligiosa statunitense per egemonizzare il subcontinente: gli evangelici votano populisti di destra atlantisti e rigettano lo storico fascino per le sinistre antiimperialiste e l’antiamericanismo, supportano in toto ogni punto dell’agenda estera di Washington (soprattutto il sionismo e la guerra al terrore).

La Cina, che per decenni ha fondato la propria prosperità grazie agli investimenti occidentali e alle delocalizzazioni di ogni grande corporazione multinazionale esistente, va’ adesso fermata: quel capitale è stato utilizzato per emanciparsi da una condizione di sottosviluppo e sottomissione iniziata a metà ‘800, ed il Partito Comunista al potere è intenzionato a rivalersi sull’Occidente per il cosiddetto “secolo dell’umiliazione“. L’amministrazione Trump apre il fronte anticinese: commercio, Huawei, nuova via della seta, i primi colpiti.

Ed anche in questo, fra il 2010 ed il 2019 sono stati posati dei semi che germoglieranno nei prossimi anni e che ci permettono di elaborare un’analisi di scenario.

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Medio Oriente. Le pressioni sull’Iran sono destinate a continuare ed aumentare, anche se Trump non dovesse essere rieletto e gli succedesse un democratico. L’obiettivo finale è un cambio di regime che – attenzione – potrebbe anche avvenire sotto mentite spoglie. Ci riferiamo alla possibilità che venga eletto un riformatore che, pur mantenendo integra la rivoluzione khomeinista in apparenza, scardinerebbe in ogni punto l’attuale sistema di potere – ovviamente ciò sullo sfondo di grandi purghe. L’Iran vive sotto sanzioni dal 1979, perciò può resistere, ma peserà sul suo destino l’inevitabile ruolo di Russia, Cina, India… ed anche Turchia. Le prime tre possono offrire un supporto economico e diplomatico molto significativo che, comunque, non assumerà la forma di un’alleanza. Russia e Cina sono interessate a mantenere in vita il regime khomeinista perché antiamericano, anche perché i motivi di attrito superano quelli di collaborazione. Comunque sia, se il contenimento antirusso ed anticinesse dovesse raggiungere livelli critici (ed è altamente possibile), non è da escludere che i tre paesi possano pensare ad una coalizione antiegemonica.

L’alleanza instabile anti-Iran, può funzionare? Washington-Riad-Tel Aviv: un triangolo destinato a finire

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La Turchia continua ad essere uno strumento degli Stati Uniti per mantenere instabilità nel Vicino e Medio oriente e creare pressioni sull’ormai scomoda Unione Europea, ma Erdogan è conosciuto per l’arte del doppiogiochismo e non ha mai nascosto il sogno di rendere il paese completamente autonomo dai blocchi di potere. Coerentemente ha sostituito Egitto come sponsor dei Fratelli Musulmani, l’Arabia Saudita come sponsor della causa palestinese, ha riesumato la retorica dello scontro con Israele e, nonostante l’esistenza di molte contraddizioni e secondi fini, si è avvicinato a Russia, Cina e Iran. In Israele, Mossad e Shin Bet hanno recentemente chiuso la campagna acquisti di farsi-parlanti e avviato la ricerca di turcofoni, un’azione molto emblematica. La Turchia cerca di diventare protagonista dell’area mediterranea, ma Israele è fortemente contrario all’idea di avere un vicino così influente, gli Stati Uniti saranno costretti a prendere una decisione in merito ad Ankara che, a quel punto, dovrà a sua volta fare una scelta di campo definitiva: Occidente od Oriente. Il graduale smantellamento delle basi Nato dalla Turchia, con il trasloco in Europa delle armi atomiche, è un altro segno premonitore. Sarà la Turchia, e non l’Iran, il vero “game-changing factor” nel determinare il destino degli equilibri di potere regionali. La Turchia continua ad essere dipendente economicamente dal rapporto con l’UE e vulnerabile agli attacchi economico-finanziari occidentali, perciò continuerà ad essere ricattabile. Se la Erdoganomics riuscisse a traghettare il paese da questa condizione di dipendenza, allora potremmo assistere al cambio di campo, con il supporto, non più altalenante, dato a Russia, Cina e Iran.

Come si prepara l’Unione Europea contro la Turchia? Una strategia europea per la Turchia di Erdoğan.

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Russia. Lo scenario è molto complesso perché nelle stanze dei bottoni euroamericane si stanno discutendo due strategie: una, suggerita da Henry Kissinger, mira a creare una frattura con la Cina ed usare il paese contro Pechino, secondo uno schema già collaudato durante l’era Nixon ma in maniera inversa (Cina vs Russia); la seconda preme per un contenimento simultaneo di Russia e Cina perché ritenute egualmente pericolose. Probabilmente assisteremo a questo: un contenimento duro caratterizzato da periodiche aperture per creare la rottura desiderata al tempo stesso evitare che la Russia torni ad essere una grande potenza. Tali aperture sono già in corso (basti pensare alla recente svolta filorussa di Emmanuel Macron, che sta facendo pressione per rimuovere il regime sanzionatorio e convincere l’asse Visegrad-Baltici a calare il livello dello scontro), ma la durezza è ancora saldamente lì (gasdotti nuovo oggetto d’attacco). La Russia, in questo contesto, dovrà fare una scelta di campo che determinerà in maniera inequivocabile, e senza via di ritorno, il suo destino: Europa o Asia. Peseranno due fattori, oltre il contenimento, su questa scelta: il dopo-Putin, il comportamento della Cina. Il dopo-Putin perché al paese occorre un successore tanto lungimirante e capace quanto l’attuale presidente, anche perché Caucaso e Siberia sono in fermento (secessionismi etnici, terrorismo islamista) ed è altamente probabile che assisteremo ad una nuova ondata di terrore nel paese funzionale a mantenere il paese debole e concentrato internamente e, magari, approfittare della scomparsa della vecchia classe politica per tentare “il grande passo“: balcanizzare la Russia. Il comportamento della Cina sarà altrettanto fondamentale perché il Cremlino è sempre più infastidito dalle azioni predatorie del partner in Siberia e nell’Estremo oriente, e le recenti elezioni hanno confermato che l’opinione pubblica sta velocemente ridirezionando i propri suffragi verso partiti che promettono di rivedere profondamente il rapporto con Pechino, come quello Comunista e Nazionalista.

Cina. La guerra fredda con gli Stati Uniti è appena iniziata. Il capitolo commerciale si concluderà lentamente, ma nuovi si apriranno: spazio, Artico, Antartide, Africa, Asia. I paesi della Nuova Via della Seta saranno minacciati dal terrorismo islamista, ma anche quei paesi che, pur senza essere alleati della Cina, sono eccessivamente sbilanciati in suo favore. Pensiamo ai recenti attacchi di Natale in Burkina Faso, che dal 2015, l’anno in cui è stata adottata una nuova politica estera pro-cinese (rotti i legami con Taiwan, sì a investimenti cinesi, allontanamento dall’Occidente) è caduto in un vortice di instabilità violentissimo, +700 morti e +550mila sfollati, senza precedenti storici e che perciò ha colto impreparate le autorità. L’obiettivo finale, come nel caso iraniano, è un cambio di regime. La Nuova Via della Seta non dev’essere completata, si farà ricorso al terrorismo e agli arresti civili per paralizzare interi paesi, pilotare rivoluzioni colorate a cui seguiranno nuovi esecutivi anticinesi, far fuggire gli investitori. Aumenterà la pressione su Hong Kong, sul Tibet e sullo Xinjang, ma anche sui paesi bagnati dal mar cinese meridionali e sull’India e i suoi satelliti. La Russia sarà il “game-changing factor” perché è fortemente esposta nell’Asia centro-meridionale ed orientale e può aiutare la Cina a “sopravvivere” alle crescenti ostilità provenienti dal vicinato, ma la Cina dovrà chiarire la sua posizione in merito i suoi movimenti all’interno della Russia e delle ultime sacche di influenza di Mosca nel continente (Caucaso, Asia centrale) ed accettare che un nuovo ordine mondiale post-americano non può essere costruito in maniera indipendente.

Leggi anche: Il nuovo secolo americano contro il sogno cinese

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Il Giappone probabilmente resterà nell’orbita americana e la sua ri-militarizzazione provocherà gravi problemi di sicurezza sia per la Cina che per la Russia, quest’ultima sta tentando faticosamente di risolvere la disputa sulle Curili proprio per convincere la classe politica ad una storica “svolta filorussa”, ma difficilmente accadrà perché i giapponesi sono pesantemente sottomessi all’influenza americana ed il trauma degli attacchi nucleari dell’agosto 1945 ha intrappolato politici e popolazione in una sorta di bolla, la stessa in cui è rinchiusa la Germania.

Gli anni 2020-2029 segneranno l’entrata della guerra fredda Occidente-Oriente nella sua vera, prima fase, perché la decade che si appresta a terminare è stata solo un riscaldamento. Una cosa è certa: scorrerà molto sangue sulla Pechino-Mosca e se i due paesi dovessero essere sconfitti, perché divisi da intelligenti stratagemmi, si dovrà attendere molto tempo prima nuovi egemoni emergano e vogliano sfidare l’ordine internazionale americano-centrico.

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