Una strategia europea per la Turchia di Erdoğan

Fra Unione Europea e Turchia è guerra fredda. La comune appartenenza della maggior parte dei paesi europei e della Turchia all’Alleanza atlantica non è più motivo di coesione, e probabilmente lo è stato per un breve periodo durante lo scontro con l’Unione sovietica.

I rapporti si sono raffreddati con gli Stessi Uniti, con i quali Erdoğan è stato addirittura coinvolto in una mini-guerra commerciale all’apice della crisi diplomatica legata alla detenzione del pastore evangelico Andrew Brunson. Il contenzioso, infine, si è risolto nel migliore modi: il pastore è stato rilasciato e le accuse su di lui gradualmente cadute, e Donald Trump ha posto fine alle schermaglie commerciali per potersi dedicare a fronti più importanti.

Ma gli Stati Uniti possono permettersi di ignorare la Turchia, perché estesi su un altro continente e distanti, anche da un punto di vista storico e culturale, dalla dialettica di scontro che ha invece caratterizzato nei secoli i rapporti fra le potenze europee e la Sublime porta.

Quella dialettica è stata ripresa da Recep Tayyip Erdoğan ed è stata trasformata in azione, cogliendo di sorpresa gli statisti di un’unione sovranazionale inglobante 28 paesi che, teoricamente, sarebbe ancora capace di una qualche proiezione di potenza al di fuori dei propri confini e che invece, nella pratica, si ritrova ostaggio dell’agenda muscolarista di un governante autoritario.

Il 29 agosto l’aviazione turca ha compiuto ben 70 violazioni dello spazio aereo greco e, durante una di queste, ha anche simulato il bombardamento di un’isola greca. L’Ue ignora queste manovre e la Grecia ha anche smesso di inoltrare proteste verbali all’ambasciatore.

Ma prima di questo c’è stato anche l’incidente diplomatico con l’Italia causato dal caso della Saipem-1200 lungo le coste cipriote, e la campagna elettorale per la presidenza a suon di slogan islamisti, antieuropei e anticristiani.

Lo stato profondo turco è consapevole di godere di una rendita di posizione perpetua garantita dalla posizione geostrategica dell’Anatolia e, perciò, ne sfruttando al massimo le potenzialità nell’ambito di un disegno di potere neo-imperiale interamente a detrimento dell’Ue.

Non sarà facile risolvere cinque anni di malapolitica e miopia strategica, ma abbandonare ogni velleità risolutoria significherebbe perdere influenza, credibilità e potere nello stesso Vecchio continente – dato che la Turchia porta avanti piani avanzati di spionaggio in Germania e Paesi Bassi ed è interessata a giocare un ruolo di primo piano nei Balcani occidentali nell’ambiti della cosiddetta “strategia neo-ottomana”.

Il successo di Erdoğan è legato al suo pragmatismo, l’insuccesso europeo è legato al nostro liberalismo. I realisti si approcciano alle relazioni internazionali seguendo i dettami di Thomas Hobbes e Hans Morgenthau, comprendendo bene il significato di anarchia, stato di natura, e interesse nazionale. I liberali credono che anarchia e sicurezza possano essere sconfitte attraverso fiducia e libero commercio: e si sono sempre sbagliati.

Ciò che noi proponiamo è una strategia estremamente realista, a tratti rigida e passibile di scatenare reazioni uguali e superiori da parte turca, ma destinata a vincere e ridisegnare i rapporti bilaterali Bruxelles-Ankara a favore dell’Ue perché basata su una consapevolezza che i nostri statisti sembrano ignorare: i 28 hanno il potere e la ricchezza, la Turchia non ha né l’uno né l’altro e perciò sta puntando tutto sul muscolarismo.

Partiamo dalla sfera militare. La Nato è composta da 29 paesi, Turchia inclusa, di cui 21 sono membri dell’Unione europea. La Turchia nella Nato ha guadagnato sicurezza e accesso alla più avanzata tecnologia militare, l’Occidente ha guadagnato un avamposto strategico con il quale esercitare pressioni sull’Unione Sovietica, poi divenuta Russia.

La stessa capacità di pressione su Mosca è oggi esercitata dal dispiegamento di personale e armi nei paesi Baltici, in Polonia ed in Romania, paesi che sono molto più vicini geograficamente e, perciò, rappresentano un pericolo peggiore.

Espellere la Turchia dalla Nato sarebbe il primo passo da fare nel contenimento della Turchia. Perché? L’insicurezza ha sempre rappresentato un fondamentale quasi patologico nell’agenda estera degli statisti turchi, e dei regnanti ottomani, perché ciò che per la Nato è posizionamento geostrategico, per la Turchia è esposizione permanente in una regione ostile.

La Nato ha consentito al paese di abbattere quella percezione perenne di insicurezza, fornendo un quadro normativo che garantisce una reazione militare comune in caso di aggressioni esterne. Ma la Turchia fuori dalla Nato sarebbe costretta a portare avanti la propria agenda imperialistica in Medio oriente, che incontra le ostilità di Russia, Iran, Israele, Egitto, Arabia saudita e petromonarchie al seguito, senza alcuna protezione alle spalle.

Non ci sarebbe più spazio per alcuna provocazione eclatante, come le violazioni dello spazio aereo greco, l’abbattimento del Sukhoi-24 russo nel 2015, e neanche l’acquisto dell’intero arsenale proposto da Mosca, dal sistema d’arma antiereo S400 agli aerei Su35 e Su57, potrebbe garantire al paese una totale sicurezza.

Sarebbe inoltre consigliabile fare leva sullo spauracchio della “Nato pronta alla guerra”, rafforzando la presenza di personale ed armi pesanti in Romani, Bulgaria e Grecia. Proprio a quest’ultima potrebbe essere affidato il ruolo di violare lo spazio aereo turco, ma si tratta di un’opzione da valutare con cautela: stupidità, avventatezza e senso di invincibilità potrebbero spingere Ankara a reazioni sproporzionate (come un abbattimento) e, a quel punto, le soluzioni sarebbero due: lanciare un attacco su vasta scala (con il rischio di una guerra aperta), rispondere con un’azione bilanciata (un altro abbattimento) e attendere. Ma non reagire rafforzerebbe ulteriormente Erdogan.
Essendo Erdoğan proveniente da un ambiente realista, avrebbe come prima reazione un ulteriore avvicinamento alle potenze ostili all’Occidente, ma in seguito si scontrerebbe con esse per ragioni geopolitiche. E l’Ue e la Nato, in tutto questo, starebbero semplicemente a guardare, assistendo alla rapida disfatta del gigante dai piedi d’argilla turco e alla sua graduale ritirata da Balcani e Medio oriente.

Passiamo alla sfera diplomatica. La Turchia è isolata anche nello stesso mondo arabo ed islamico, salvo alcune eccezioni irrilevanti – come la Malesia. L’Unione europea può contare su un appoggio internazionale ancora oggi ineguagliabile per via della sua vicinanza agli Stati Uniti e ad una serie di altri giganti diplomatici, come Giappone, Australia e India. Vedere Russia e Cina unite con l’Ue e gli Stati Uniti in sede di Nazioni Unite per discutere di sanzioni per i crimini contro l’umanità, le leggi liberticide e la graduale caduta verso la dittatura del paese, è già più difficile per via dell’attuale clima di scontro. Ma ciò non significa che non si possano attuare misure di rappresaglia efficaci e legali, che non hanno bisogno della compattezza del Consiglio di Sicurezza, come ad esempio dichiarazioni congiunte che invitano i firmatari a isolare diplomaticamente la Turchia.

La Turchia si ritroverebbe quindi senza l’appoggio diplomatico di gran parte della comunità internazionale e con la ritrovata insicurezza causata dalla sindrome dell’accerchiamento e dall’assenza di un’alleanza militare alle spalle.

Ma passiamo al punto più importante, l’unico che è davvero in grado di danneggiare la Turchia in maniera rapida, efficace e traumatica: l’economia.

La Turchia ha utilizzato la crisi migratoria come un’arma di ricatto con la quale estorcere 9 miliardi di euro ai contribuenti europei dietro la minaccia di una riapertura del cosiddetto corridoio balcanico. Il rischio esiste: si tratterebbe di vedere oltre 3 milioni di richiedenti asilo, soprattutto siriani, attraversare Balcani, mar Egeo e mar Nero con direzione il cuore ricco dell’Europa nord-occidentale, con un effetto destabilizzante sull’intero continente, sia a livello sociale che economico.

Erdoğan è capace di un simile gesto? Ovviamente. Potrebbe farlo in futuro? Certo, nonostante i miliardi ricevuti continua a minacciare di possibili riaperture, proprio perché consapevole che dall’attuale dirigenza comunitaria può ottenere tutto ciò che desidera. Allora come fermarlo? Ve lo spieghiamo.

L’esempio viene direttamente da Donald J. Trump, che ha affrontato una crisi migratoria molto simile a quella europea nei mesi scorsi, risoltasi in favore di Washington a costo zero. Il problema era il seguente: il Messico lasciava i confini aperti e non sorvegliati, consentendo a milioni di persone provenienti dal Centro e dal Sud America di attraversare liberamente il paese e dirigersi verso gli Stati Uniti.

La speranza del governo populista di sinistra, e velatamente antiamericano, di Andres Obrador, era di utilizzare i migranti come un’arma con la quale esercitare pressione su Trump in merito a questioni economiche e più concrete (come il potenziamento del muro di confine tra i due paesi). Dopo aver devoluto maggiori fondi al monitoraggio fisico ed elettronico dei confini e all’anti-immigrazione, per accelerare le procedure di espulsione e ridurre in tempi brevi la pressione sui centri per migranti, Trump è passato direttamente all’attacco dell’unico paese capace di fermare il flusso di migranti: il Messico.

Un tweet, tanto è bastato per produrre un calo costante negli arrivi che sembra destinato ad arrestarsi. Nel mese di maggio oltre 130mila migranti avevano attraversato il confine con gli Stati Uniti, nel mese nel mese di luglio circa 72mila, e la tendenza è confermata anche per agosto – per il quale si aspettano ancora i dati.

Ovviamente i numeri sono ancora elevati, ma serve tempo affinché il dispiegamento dei controlli lungo il confine meridionale del Messico e la ripresa del controllo del territorio nazionale diventino effettivi arrestando il flusso.

Comunque, in quel tweet (a giugno) Trump aveva minacciato il Messico di introdurre dazi del 5% su ogni prodotto messicano esportato negli Stati Uniti, attive dal lunedì seguente, che sarebbero stati gradualmente aumentati fino al 25% entro ottobre. Ciò che era stata considerata una follia dai detrattori del presidente è stata invece presa seriamente dall’omologo messicano, che quasi immediatamente ha annunciato piena collaborazione nell’affrontare il problema e chiudere i propri confini.

Come è stato possibile? Il Messico è dipendente economicamente dagli Stati Uniti. Secondo i più recenti dati aggiornati (Worldstopexports.com, maggio 2019), infatti, gli Stati Uniti sono il mercato di destinazione del 76,5% delle esportazioni messicane. La guerra commerciale annunciata da Trump – perché dazi al 25% questo sono – avrebbe portato all’immediata perdita di competitività dei beni messicani nel mercato statunitense, producendo una recessione nel breve periodo dagli effetti devastanti.

Adesso vediamo la situazione tra Unione Europea e Turchia. Secondo i più recenti dati disponibili (Worldstopexports.com, maggio 2019), nella top-10 dei partner commerciali turchi ci sono ben 7 membri dell’Ue (34%) più gli Stati Uniti (4,9%), ma l’Ue complessivamente è il mercato di destinazione del 50% dei beni d’esportazione turchi. Ma, viceversa, la Turchia rappresenta solo il 5% delle relazioni commerciali dell’Ue.

Inoltre, oltre il 70% degli investimenti diretti esteri in entrata in Turchia provengono dall’Ue (fonte governo turco, 2019) e sono destinati allo sviluppo infrastrutturale e al potenziamento dei settori strategici.

Riassumendo: l’Ue è dietro il 50% delle relazioni commerciali turche con l’estero e fornisce il 70% degli investimenti diretti esteri nel paese. Muovere una guerra economica alla Turchia basata sull’applicazione di forti dazi (dal 10% in sù e ascendenti nel tempo) e sul riorientamento degli investimenti verso altri mercati porterebbe il paese alla rovina economica, dal momento che parliamo di un’economia in via di sviluppo ricca di contraddizioni e dipendente dal capitale estero.

Anche ammettendo che Erdogan riaprisse il corridoio balcanico, nessuna politica economica di sostegno alla produzione e alla domanda interne e nessuna politica di diversificazione del partenariato commerciale avrebbe effetti nel breve e medio periodo. Ciò significa che la Turchia sarebbe obbligata a fronteggiare una recessione inevitabile e inestinguibile, a meno di uno shock positivo della domanda estera.

Ma tutto questo sarebbe inutile con una politica delle frontiere basata sull’accoglienza e sui porti aperti. I confini di Grecia e Bulgaria andrebbero militarizzati e andrebbe imposto un blocco navale a tempo indefinito per dimostrare ad Ankara la serietà delle intenzioni europee.

Erdogan uscirebbe fortemente ridimensionato dal gioco di forza e costretto a tornare al tavolo negoziale, sui dossier immigrazione e politica estera, ma da una posizione di acquiescenza. La Turchia porrebbe fine ad ogni agenda espansionistica ed anti-occidentale nei Balcani e nell’Egeo, e smetterebbe di utilizzare gli immigrati come uno strumento di pressione.

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