Washington-Riad-Tel Aviv: un triangolo destinato a finire

Il Medio oriente è in fibrillazione per la guerra sussidiaria tra Israele e Iran, che ha finito per coinvolgere inevitabilmente ogni potenza regionale ed extraregionale che conti: le petromonarchie del golfo capeggiate dall’Arabia Saudita, la Turchia di Erdogan, la Siria di Assad, l’Egitto di al-Sisi, l’Iraq in ricostruzione, Russia, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, India, Cina.

Le ragioni di questo conflitto egemonico regionale dalle proiezioni internazionali sono note: l’Iran è dal 1979 guidato da una giunta rivoluzionaria anti-imperialista che ha fatto dell’emancipazione del paese dalle secolari interferenze straniere il fondamentale della propria agenda politica, Israele ritiene il khomeinismo – la colonna ideologica portante dell’Iran rivoluzionario – una minaccia per la propria sicurezza nazionale e preme per un cambio di regime, gli Stati Uniti sono entrati nel conflitto con la crisi dell’ambasciata americana di Teheran e da allora non ne sono più usciti, mentre l’Arabia Saudita è stata obbligata da un “tragico incidente” a riconsiderare il proprio schieramento e abbandonare il ruolo di paese-guida della civiltà islamica per diventare custode degli interessi occidentali in Medio oriente (insieme a Israele).

Il tragico incidente al quale si fa riferimento è l’omicidio di re Faysal, il regista della crisi energetica del 1973 e del reinvestimento della pioggia di petrodollari conseguente per foraggiare la causa palestinese, in particolar modo le attività di Settembre nero e dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Fu Faysal a convincere i paesi OPEC a ridurre artificialmente le quote di greggio disponibili sul mercato mondiale, alimentando un incremento straordinario del prezzo che portò nelle casse del regno un tesoro inestimabile, che è alla base dell’attuale ricchezza della famiglia Saud.
Faysal pagò cara quella scelta: due anni dopo fu ucciso da un membro della sua famiglia, il principe Faysal al-Saud, di ritorno dagli Stati Uniti, paese nel quale stava formandosi a livello di studio e di carriera. Il principe era convinto che servisse un cambio di rotta: l’Arabia dei Saud doveva allearsi con Israele e abbandonare le cause panislamiche e panarabe, allearsi con gli Stati Uniti e sposare le cause del blocco occidentale. La formazione universitaria ricevuta negli Stati Uniti e una relazione amorosa con un’attivista sionista, Christine Surma, lo avevano convinto che la famiglia reale stesse commettendo un errore e che Faysal avrebbe condotto il regno alla rovina.

Il principe uccise il re durante una visita di cortesia a colpi di pistola. Fu giustiziato alcuni mesi dopo per “regicidio” senza mai rivelare i moventi del gesto.

Ciò che accadde dopo la morte di re Faysal è noto: i successori aprirono il paese all’Occidente e ad Israele, abbandonando gradualmente la causa palestinese e intromettendosi con un ruolo da protagonista nell’affrontare l’Iran dell’ayatollah Khomeini.

Nel paese e nel mondo islamico nessuno ha mai creduto alla tesi diffusa dagli investigatori che seguirono il caso, ossia che il principe agì per pazzia. La teoria che gode di maggiore credibilità è un’altra: il re fu ucciso perché era il campione del panarabismo, un difensore dell’islam, uno statista coraggioso capace di fronteggiare il blocco occidentale negli anni più bui della guerra fredda.

Ai lettori spetta la decisione di avere una personale opinione sul tema: omicidio da parte di un folle, omicidio su commissione ordito da potenze straniere per eliminare un personaggio scomodo.

Negli anni i rapporti del triangolo Washington-Riad-Tel Aviv si sono consolidati significativamente ed anche l’atteggiamento del clero ultraconservatore saudita nei confronti dell’ebraismo è mutato: nelle scuole coraniche e nei sermoni del venerdì non si insegna più che l’ebreo è un nemico da uccidere, ma che lo sciita è un apostata contro il quale è legittimo il jihad, non si insegna più che Israele va’ distrutto, ma che l’Iran è il vero nemico dell’islam. Anche le personalità televisive e gli intellettuali sono stati spinti dalla famiglia reale a promuovere il cambio di rotta, come ad esempio il celebre blogger Mahmoud Saud – che recentemente è stato in visita in Israele su invito del ministero degli esteri per realizzare un servizio che celebri l’amicizia fra i due popoli.

L’amministrazione Trump ha concluso un accordo da 8 miliardi di dollari per la vendita di armamenti al paese, aggirando il veto del Congresso, sostenendo che rifornire l’alleato di un arsenale grande quasi quanto quello a disposizione dell’esercito portoghese sia un bisogno emergenziale.

Procedono anche gli incontri di alto livello, che avvengono in totale segretezza, tra esponenti dei servizi segreti e dei governi di Riad e Tel Aviv, mentre è noto che i due paesi collaborino dagli anni ’90 alla distruzione del programma nucleare iraniano attraverso sabotaggi, guerra cibernetica ed elettronica, attacchi chirurgici a laboratori nascosti in tutto il Medio oriente, e omicidi mirati di scienziati illustri, come Hassan Moqaddam, Majid Shahriari, Darioush Rezaeinejad, Mostafa Roshan, Masoud Alimohammadi e Ardeshir Hosseinpour. 

Niente sembra poter scalfire quest’alleanza di ferro, eppure i dubbi tra i futurologi delle relazioni internazionali aumentano e sono motivati da ragioni che inducono delle riflessioni obbligatorie. Nei mesi scorsi l’amministrazione Trump aveva annunciato l’intenzione di fornire all’Arabia Saudita l’aiuto necessario per lo sviluppo di un programma nucleare civile, salvo poi fare dietrofront.

Ma fu George Bush Jr, nel 2008, a siglare per primo un memorandum d’intesa coi sauditi promettendo che un aiuto in tal senso sarebbe stato dato, Trump si è limitato a dare luce verde a quel documento.

Perché? Il timore che il paese possa un giorno usare la tecnologia e le conoscenze acquisite per poi passare da un programma civile a uno militare, ossia dotarsi dell’arma atomica. Si tratta di un’arma già ricercata nel passato, più volte, secondo dei rapporti riservati della Cia. Il paese avrebbe provato ad acquistarla dal Pakistan (del quale finanziò il programma nucleare proprio per poi poterne comprarne alcune), dal Sud Africa e addirittura da trafficanti d’armi russi nei turbolenti anni ’90, approfittando del caos generale imperante nella Russia di Eltsin. Nulla di fatto: statunitensi e israeliani arrivavano sempre prima, mandando a monte l’acquisto.

La domanda sorta spontanea nelle stanze dei bottoni è stata quindi la seguente: perché un paese che pubblicamente appoggia la non proliferazione nucleare e il disarmamento nucleare sta tentando, di nascosto dai propri alleati, di acquisire non solo tecnologia nucleare ma addirittura armi?

Le risposte potrebbero essere diverse, ma una è motivo di inquietudine: Riad vuole armi che un giorno potrebbe usare contro di noi.

Ad uno sguardo più approfondito, l’alleanza che lega i tre paesi non è di ferro, anche se neanche è di cartone. Fra il 1980 ed il 2010 l’Arabia Saudita ha finanziato la costruzione di 9 moschee su 10 nei paesi occidentali, moschee nelle quali l’attività di predicatori estremisti ha alimentato un fenomeno di radicalizzazione di massa delle comunità islamiche di stanza in Europa e Americhe, di cui Al Qaeda e lo Stato Islamico rappresentano le espressioni più emblematiche.

Il wahhabismo è l’ideologia sulla quale si regge Riad: una corrente islamica eterodossa, ultraconservatrice, che mira al ritorno all’epoca dei puri antenati attraverso uno stile di vita antimoderno ed austero, in cui i rapporti con i “popoli del Libro” (ossia cristiani ed ebrei) vanno vissuti secondo una logica “amico-nemico”. Pensatori vicini al wahhabismo, come Sayyid Qutb e Abdullah Azzam, hanno influenzato la nascita del terrorismo islamista contemporaneo, da Al Qaeda allo Stato Islamico.

Wahhabita era anche Osama bin Laden, sebbene ufficialmente ripudiato dal regno e ricercato dai servizi segreti di tutto il mondo. Eppure, lo stesso fu nascosto dai servizi segreti pakistani per anni, con l’aiuto di quelli sauditi.

L’Arabia Saudita ha fatto del wahhabismo un instrumentum regni con il quale espandere oltre la penisola i propri valori e visione del mondo, minacciando la sicurezza nazionale di tutti quei paesi in cui ha finanziato la costruzione di moschee – nelle quali son poi stati inviati predicatori appositamente scelti nel regno per istruire i fedeli all’odio religioso.

I risultati dell’agenda imperialistica saudita sono agghiaccianti: wahhabiti (e sauditi) erano gli attentatori dell’11 settembre 2001, di Madrid 2004, di Londra 2005, ispirati al wahhabismo sono i membri dello Stato Islamico che hanno commesso stragi in Francia, Belgio, Germania, Inghilterra, Stati Uniti, Filippine, Svezia, in Medio oriente, in Asia, e che stanno spargendo i semi della guerra santa anche in America Latina – come palesato dai fenomeni di radicalizzazione a Trinidad e Tobago, Brasile, Messico, Guyana, Suriname.

Chiaramente un paese che basa la propria agenda politica estera sull’esportazione di valori esiziali per l’intero mondo, inclusi i propri alleati, non può ritenersi degno di fiducia cieca e questo è il motivo che ha spinto gli strateghi dell’amministrazione Trump a riflettere sul dà farsi: che cosa accadrebbe se un paese retto da un’ideologia del genere si impossessasse di una bomba atomica?

Oggi il nemico è l’Iran, ma quando verrà meno la minaccia dello sciismo rivoluzionario che cosa potrebbe accadere? Il malcontento nel regno per l’eccessiva apertura a Tel Aviv e Washington inaugurata da Mohammad bin Salman è palpabile, serpeggia, non è da sottovalutare. I motivi che hanno spinto MbS ad aumentare il pil in difesa e sicurezza non sono solo guidati da fattori esogeni, ma anche dal timore di un colpo di stato. In questo contesto si leggono anche gli arresti di massa all’indomani dell’investitura a principe ereditario: non era lotta alla corruzione, ma lotta alla dissidenza.

Si possono spingere gli imam ad adottare un approccio artificioso, che spinga i fedeli a ridirezionare l’astio verso l’Iran, ma non si può cambiare la sostanza: i nemici principali restano ebrei e cristiani. Per questo motivo è lecito aspettarsi l’ascesa di un nuovo re Faysal, perché il ruolo dell’Arabia Saudita è segnato dalla propria posizione.

Una notizia che ha messo in allarme gli Stati Uniti e che ha giocato un ruolo chiave nello spingere Trump a temporeggiare sul nucleare è poi la seguente: documenti riservati hanno confermato che Riad sta ricevendo aiuto da Pechino per lo sviluppo del proprio programma nucleare civile e che ha anche ricevuto vettori capaci di trasportare armi nucleari dallo stesso.

Per quanto il paese sia legato agli Stati Uniti, non disdegna affari miliardari anche con Russia e Cina – i principali rivali di Washington – dal settore economico a quello militare; un’altra ragione di insicurezza. I sauditi cercano capitale e aiuto, non importa da chi. Ma Stati Uniti e Israele cercano vassalli totalmente acquiescenti ai loro diktat, e un paese che cerca di armarsi di atomica segretamente non è la migliore delle garanzie.

Nel 2003 l’ex ufficiale della Cia Robert Baer pubblicò “Dormire con il diavolo”, un libro-denuncia basato su documenti riservati e informazioni accessibili solo agli addetti ai lavori. Baer denunciava che gli Stati Uniti avevano “letteralmente venduto l’anima al diavolo, ossia i sauditi”, nonostante sapessero che fossero i finanziatori di quel terrorismo che lui e i suoi uomini tentavano di combattere in prima linea, anche a costo della vita.

Secondo Baer i sauditi starebbero conducendo una campagna lungimirante di colonizzazione politica: reinvestirebbero i petrodollari in fondi sovrani poi utilizzati per comprare i favori dei politici statunitensi. Combatterebbero l’Occidente per poi comprarne i politici, riciclandosi come degli alleati. Un lobbismo senza eguali nel mondo che è riuscito a ripulire l’immagine della casa regnante saudita e dello stesso wahhabismo: i Saud sono alleati, ciò che si predica nelle moschee finanziate da Riad non è il problema, il problema è lo sciismo, il problema è l’Iran.

L’ossessione delle amministrazioni statunitensi per Teheran, da Reagan a Trump, non sarebbe altro che il risultato di un lobbismo irrefrenabile con il quale i Saud starebbero facendo combattere a Washington una guerra per l’egemonia sul mondo islamico e sul Medio oriente che loro, da soli, probabilmente perderebbero.

Perché i Saud e il wahhabiti non hanno come obiettivo solo l’Occidente, ma anche lo stesso islam. Prima che emergesse la figura leggendaria di Ruhollah Khomeini, il nemico era l’Egitto del generale Nasser. Oggi, Iran a parte, un altro rivale con il quale si combatte una guerra sotterranea è la Turchia di Erdogan.

La famiglia reale ha le armi, ma non la preparazione – e gli insuccessi nella guerra civile yemenita, nonostante l’aiuto di una coalizione internazionale, ne sono l’esempi – perciò ha bisogno di collaboratori temporanei. Da 40 anni quei collaboratori sono stati trovati in Stati Uniti e Israele, ma nulla è per sempre.

La domanda, però, rimane sempre la stessa: che cosa accadrà dopo l’Iran?

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