Geopolitica Medio Oriente

Tunisia, da speranza a disillusione.

Corruzione, disoccupazione, indifferenza delle autorità, limitazioni delle libertà e carovita, in particolare per i prezzi dei beni di prima necessità, hanno portato nel 2011 all’inizio di quella che viene chiamata “Rivoluzione dei gelsomini”, culminata con la caduta del regime di Ben Alì e l’avvio di un processo di modernizzazione e democratizzazione del paese. La collaborazione tra rivoltosi ed esercito portò alla sconfitta delle milizie controrivoluzionarie dell’ormai esiliato ex-presidente Ben Alì, generando un’ondata di ottimismo e fiducia, una fiducia nel sistema democratico che la mancanza di risultati sperati, soprattutto in ambito economico, lascia posto alla rassegnazione e alla sfiducia nel cambiamento: i privilegi delle classi più abbienti non sono venuti meno, la disoccupazione giovanile non accenna a diminuire, la corruzione delle istituzioni ancora serpeggia ed il malcontento popolare non si placa. Insomma un paese formalmente libero e democratico, ma che non riesce a chiudere con il passato.

Le manifestazioni continuano in tutto il paese per richiedere riforme, miglioramenti nelle condizioni di vita e maggiori opportunità di lavoro. L’economia stagna non solo per responsabilità dei governi sotto la presidenza Essebsi, ma soprattutto per le politiche di austerità legate ai prestiti, come prevedono gli accordi con il Fondo Monetario Internazionale. Se si somma il tutto a svalutazioni, calo del turismo per la minaccia terroristica e per la mancanza o l’inadeguatezza delle infrastrutture, la dipendenza dal mercato europeo e la riduzione degli stipendi pubblici, si ottiene un quadro che presenta una situazione economica non promettente.  

Da altro canto l’apparato democratico tunisino negli ultimi sette anni ha dato la possibilità di far venire alla luce nuovi partiti politici attraverso lo svolgimento di più tornate di elezioni, per la prima volta nella storia repubblicana, contrassegnate dal pluralismo politico e definite libere da tutti gli osservatori internazionali, dotandosi anche di una nuova Costituzione.

Se la “modernizzazione democratica” ha dato un segnale di apertura all’estero, l’altra questione preoccupante riguarda la radicalizzazione dei giovani tunisini come risultato di un diffuso senso di disillusione nei confronti del processo di democratizzazione che rischia di compromettere la sicurezza del paese. Infatti solo dalla Tunisia sono partiti ufficialmente 3000 foreign fighters (non ufficialmente, i dati ne indicano 6000) per combattere tra le fila dell’ISIS in Siria.

Mappa dei Paesi di provenienza dei foreign fighters in Siria. ANSA / CENTIMETRI.

Le difficoltà del paese sono rese insormontabili dalla composizione degli esecutivi: la fragilità di tale organo è dovuta all’assenza di una forza politica che possa raggiungere la maggioranza da sola e i due schieramenti che vanno per la maggiore sono il partito di ispirazione islamica Ennahda ed il gruppo Nida Tounes, di ispirazione laica e secolare. Dal 2011 si sono susseguiti governi di coalizione abbastanza eterogenei, il che rende difficile portare avanti riforme specifiche e ne riduce l’efficacia, soprattutto se si considera la residua influenza di fazioni reazionarie che hanno interesse a impedire l’implementazione di tali riforme.

Le elezioni locali del maggio 2018 hanno confermato una bassa affluenza, trend che ha fatto registrare il 35% di votanti recatisi alle urne tra gli aventi diritto. Questo non fa altro che confermare la sempre maggiore distanza tra la popolazione ed il mondo della politica ed il fatto che il popolo scelga di non votare nel bel mezzo di un processo di democratizzazione è un chiaro segnale di delusione e di mancanza di nuovi gruppi politici non legati al vecchio regime, infatti i partiti indipendenti hanno ottenuto il 30% delle preferenze alle urne.

Fragilità politica, disoccupazione, corruzione e stagnazione economica contribuiscono all’aumento delle partenze di giovani che attraversano il Mediterraneo in cerca di migliori condizioni di vita. Altro enorme ostacolo è rappresentato dalla disparità di sviluppo e di investimenti tra le varie regioni: le zone costiere sono le più ricche del paese, in quanto al centro di traffici e di turismo, mentre le regioni ad ovest e sud sono arretrate e povere, in particolare ai confini con Algeria e Libia, dove sta crescendo un’economia sommersa che alimenta ed è alimentata da evasione fiscale e criminalità organizzata, portando alla nascita di mercati neri.

Il presidente Essebdi si era fatto garante delle coalizioni al governo, ha represso e combattuto rivolte, ha portato ad un alto livello la cooperazione con i servizi di sicurezza di Algeria e Europa, anche se le sue posizioni su questioni sociali sono ciò che lo hanno reso celebre e benvoluto, da ricordare la sua legge contro l’impunità per stupro in caso di matrimonio con la vittima e l’abolizione del divieto di matrimonio tra donne musulmane e uomini non musulmani. Il presidente deceduto, comunque membro dell’élite del paese, si era anche opposto strenuamente ai lavori della commissione incaricata di far luce sui crimini e sulle violazioni di tipo economico commesse dal 1995 al 2013.

L’eredità di Essebsi sarà un paese ricco di contraddizioni e in equilibrio precario tra stabilità e diritti, tra libertà e sicurezza, tra Occidente e Oriente.

Pubblicato da Amin Roudane.

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