Il nuovo secolo americano contro il sogno cinese

Nel 2012 Xi Jinping popolarizzò il termine “sogno cinese” in uno dei suoi primi discorsi pubblici indirizzati alla nazione in qualità di segretario generale del Partito Comunista Cinese. Il sogno cinese idealizzato da Xi era, ed è, un sogno di egemonia planetaria basata sul ruolo chiave del rinato dragone e sulla marginalizzazione dell’Occidente.
Nel contesto di tale sogno si inquadrano due ambiziosi progetti annunciati nel post-2012: Made in China 2025 e la One Belt and One Road Initiative, volgarmente nota come la “nuova via della seta”. Nel primo caso si tratta di un piano strategico mirante all’emancipazione dell’alta industria cinese dalla dipendenza esterna, attraverso la creazione di conoscenza (abbandonando la pluridecennale politica del copia-e-replica), la produzione di beni di alta qualità capaci di competere con quelli occidentali, e il raggiungimento dell’autosufficienza in una serie di settori strategici, ossia autarchia.
La nuova via della seta è, invece, un’iniziativa volta a creare una gigantesca rete di interconnessione infrastrutturale transcontinentale, da Pechino a Rotterdam, passando per l’Asia centrale, la Russia, il Medio oriente e i Balcani. È stata annunciata nell’ottobre 2013 e, se completata, creerà un corridoio per il commercio attraversante più di 70 paesi,
La nuova via della seta ha ricevuto un’accoglienza eterogenea: è infatti vista come una grande opportunità di sviluppo per paesi africani ed asiatici senza le risorse necessarie per avviare propri programmi di ammodernamento infrastrutturale, e come una minaccia per l’ordine liberale americano-centrico costruito nel secondo dopoguerra ed espansosi con la vittoria della guerra fredda.
Il perché la nuova via della seta sia una minaccia esistenziale per la grande strategia americana per l’Eurasia è chiaro: se completata allargherà la sfera d’influenza cinese su oltre 70 paesi che insieme ospitano circa il 70% della popolazione mondiale, il 55% del pil mondiale e il 75% delle risorse naturali del pianeta. In ognuno di questi paesi la penetrazione cinese è già iniziata: acquisizioni strategiche, controllo di asset, penetrazione nelle infrastrutture critiche, investimenti miliardari, e prestiti, tanti prestiti, dal valore di decine di miliardi di dollari, che nella maggior parte dei casi i paesi non riescono a rimborsare, e ripagano quindi dando alla Cina qualsiasi cosa chieda, da interi porti a basi militari.
Nella visione cinese, quindi, la penetrazione economica è funzionale all’espansione militare, e occorre notare come gradualmente l’influenza statunitense sia stata sensibilmente ridotta sia nell’Heartland che nel Rimland, come palesato dai casi di Pakistan e Afghanistan, passati silenziosamente dalla parte cinese dopo decenni di appartenenza statunitense.
Sino ad oggi, però, sia per l’attenzione necessaria da dedicare alla guerra al terrorismo, che ha quasi monopolizzato interamente il discorso politico e strategico negli Stati Uniti, che per una sottovalutazione delle reali capacità cinesi, a Washington nessuna contro-iniziativa era stata intrapresa, almeno fino all’arrivo di Donald Trump.
Trump è l’espressione più palese dell’eccezionalismo americano, fortemente convinto che esista un “manifesto destino” per il paese-guida del mondo libero che giustifichi, anche moralmente, azioni di polizia in ogni angolo del pianeta. Era chiaro fin dagli albori della campagna elettorale che la Cina sarebbe stata al centro delle attenzioni statunitensi, accusata di sfruttare le falle della globalizzazione a detrimento degli interessi americani e di avere pericolose ambizioni egemoniche in Eurasia.
Così Trump ha gettato le basi per lo scontro del secolo, dando avvio ad una guerra fredda che è, sì, commerciale, ma non solo: è corsa agli armamenti in stile Reagan, corsa allo spazio, spionaggio internazionale, guerra dell’informazione, manipolazione psicologica dell’opinione pubblica, provocazioni militari e diplomatiche, ritorno ad una retorica bellicosa e sciovinista, clima isterico da caccia alle streghe e paura gialla in salsa neo-maccartista, e sabotaggio dei cantieri della One Belt and One Road attraverso un (per nulla) casuale apparire di un terrorismo islamista che ha abbandonato la guerra di religione per fare guerra al capitale cinese, dal Pakistan allo Sri Lanka.
Non si tratta di riequilibrare la bilancia commerciale degli Stati Uniti e di costringere la Cina a tutelare la proprietà intellettuale, evitare il dumping e non praticare politiche monetarie antipatiche (ma comunque legali) come la svalutazione, almeno – non si tratta soltanto di questo. Si tratta soprattutto di riequilibrare la bilancia del potere mondiale, il cui ago pende sempre più verso l’Estremo oriente per via della crescita inarrestabile cinese, in favore degli Stati Uniti, ossia di evitare lo scambio di scettro e proteggere l’unipolarismo il più a lungo possibile.
È nel gennaio 2018 che alcune mosse preannunciano una svolta nelle relazioni con la Cina: l’approfondimento del Dialogo di Sicurezza Quadrilaterale e la fondazione dello US International Development Finance Corporation (USIDFC). Quest’ultima è un’agenzia che si occupa di gestire capitale privato e federale da devolvere in progetti di investimento tecnologico, energetico e infrastrutturale in Africa e Asia, ed è nata con l’obiettivo di fare da contraltare alla nuova via della seta: ossia investimenti contro investimenti.
Alcuni mesi dopo, Washington inizia a imporre dazi su una serie di beni, come pannelli solari, macchine lavatrici, acciaio, alluminio, senza dichiarare un obiettivo specifico, anche se era chiaro che si trattava di un’azione diretta a danneggiare la Cina, la principale esportatrice mondiale dei suscritti.
A questi dazi segue l’inizio vero e proprio di una guerra commerciale anticinese, con l’implementazione di tariffe per 250 miliardi di dollari su beni cinesi, a cui Pechino ha rapidamente risposto con tariffe su beni statunitensi per 110 miliardi di dollari. Tutto questo sullo sfondo di negoziati sotto banco tra le due presidenze, falliti per via delle condizioni richieste da Trump, che la Cina aveva accettato solo in parte.
Lo scontro si è presto spostato su altri fronti: alta tecnologia (ossia Made in China 2025) e nuova via della seta. Nel primo caso, gli Stati Uniti hanno dato luogo ad una campagna internazionale di demonizzazione contro Huawei, una compagnia cinese privata produttrice di telefoni di ultima generazione e prima rivale di Apple e Samsung, accusata di attuare spionaggio nei confronti degli utenti, vicinanza al Partito Comunista e alle forze armate, con l’obiettivo di spingere alleati e partner di Washington a costruire reti 5G senza il coinvolgimento della firma.
Poco alla volta, i satelliti statunitensi hanno risposto all’appello: Australia e Nuova Zelanda hanno escluso Huawei dal mercato 5G nei loro paesi, i paesi Visegrad hanno lanciato appelli alla NATO di intervenire, e nel resto dell’Unione Europea il dibattito è aperto e sembra già su quale direzione sia incamminato. È emblematico notare come piccoli paesi, la cui economia è significativamente dipendente dalle relazioni con la Cina, come la Polonia, hanno eseguito gli ordini statunitensi andando contro i propri interessi economici; in Polonia, infatti, sono stati arrestati un ex ufficiale dei servizi segreti e un dipendente della compagnia per trame antinazionali.
Altri paesi si sono invece lasciati andare a gesti più eclatanti, come il Canada, le cui autorità hanno arrestato Meng Wenzhou, figlia del fondatore di Huawei e direttrice finanziaria della compagnia, su richiesta d’estradizione statunitense, perché accusata di fare affari con l’Iran nonostante il regime sanzionatorio in vigore.
Al Forum Economico di San Pietroburgo di quest’anno, la guerra alla Cina è stato uno dei temi più discussi dai partecipanti. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha parlato di “guerra tecnologica” lanciata per impedire a paesi in via di sviluppo di diventare autosufficienti ed emancipati dalla dipendenza della conoscenza occidentale, e lanciato un messaggio forte al mondo, annunciando che Huawei si occuperà di creare una rete 5G in Russia.
Un messaggio forte perché obbliga tutti i paesi legati sia a Occidente che Cina a comporre uno schieramento, mostrando come l’orso russo e il dragone cinese siano saturi del doppiogiochismo e bisognosi di sapere chi sarà o meno a combattere al loro fianco nello scontro egemonico del secolo.
Infine, è necessario parlare anche della crescente minaccia terroristica posta dai gruppi islamisti alla Cina, perché si inquadra in questo quadro di pressione multidimensionale. Negli ultimi anni sono apparse delle sigle, come l’Esercito di Liberazione del Baluchistan, mosse da un solo movente: colpire la Cina.
In Pakistan, il più prezioso partner cinese nei pressi del Medio oriente, tale gruppo terroristico si è reso protagonista di diversi attentati contro cantieri della nuova via della seta, uccidendo operai e militari. Nel tempo, il raggio d’azione del gruppo terroristico si è allargato fino al vicino Afghanistan, un altro paese interessato da forti investimenti cinesi, siglando un patto di collaborazione con il Daesh, la cui strategia è stata anch’essa riorientata dal nemico occidentale a quello cinese.
Ma il più grave attentato, che è possibile leggere come un attacco alla via della seta, è avvenuto in Sri Lanka, lo scorso aprile. Durante le celebrazioni pasquali, diverse squadre di attentatori hanno colpito chiese e hotel, con un bilancio finale di 258 morti e più di 500 feriti. Il più grave attentato nella storia del paese. A condurlo è stato un gruppo islamista, sino a quella data noto per piccole azioni, National Thowheeth Jama’ath, che pare essere stato armato, finanziato e guidato dal Daesh e non meglio precisate “potenze straniere” secondo le autorità.
Ma che cosa lega il terrorismo islamista in Sri Lanka alla Cina? Il fatto che Colombo, la capitale, dovrebbe diventare uno dei più importanti snodi marittimi della rotta indiana della nuova via della seta. Per fare ciò, la Cina ha previsto investimenti per oltre 10 miliardi di dollari, disegnato piani di sviluppo avveneristico per Colombo, che potrebbe diventare la Las Vegas dell’oceano indiano, costellata di hotel, luoghi di divertimento, casinò e grattacieli.
Ancora prima degli attentati, però, alcune avvisaglie si erano palesate. Nei mesi scorsi diverse proteste anticinesi avevano rallentato i lavori per la costruzione dell’area industriale della capitale, portando anche ad un temporaneo raffreddamento dei rapporti bilaterali.
Per la Cina è molto importante la stabilità, perché la sua strategia espansionistica si basa sull’aspettativa di un ritorno economico degli investimenti. È chiaro che un paese afflitto da attentati e tensione sociale non rappresenti una garanzia e che spinga gli investitori a dirottare altrove le proprie mire. Uno scenario già accaduto: in Nicaragua, dove la Cina aveva in progetto la costruzione di un maxi-canale capace di rivaleggiare con quello di Panama, un progetto poi saltato dopo lo scoppiare di proteste anticinesi, presto trasformatesi nel leitmotiv di una quasi-guerra civila contro il governo Ortega, ancora oggi perdurante.

Approfondimento originariamente pubblicato su L’Intellettuale Dissidente a cura dello stesso autore: https://www.lintellettualedissidente.it/esteri-3/cina-xi-jinping-usa-donald-trump-nuova-via-della-seta/

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