Americhe Geopolitica Medio Oriente

Nel nome di Cristo

Il Guatemala, per voce del presidente in carica Jimmy Morales, è stato uno dei primi paesi a seguire gli Stati Uniti nella decisione di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, annunciando il futuro spostamento dell’ambasciata, seguito dall’Honduras e dal Togo. Paesi dal basso peso specifico dal punto di vista geopolitico, per la loro influenza sulle relazioni internazionali, che hanno seguito gli Stati Uniti non soltanto per scelte di convenienza politica e acquiescenza, ma anche per via del fermento religioso che sta avendo luogo al loro interno.
In ognuno di questi tre paesi da alcuni decenni è in corso una vera e propria guerra sotterranea che, a colpi di finanziamenti milionari e gigantesche campagne di proselitismo, ha portato le minoranze legate al mondo protestante, in particolare dell’evangelicalismo, ad affermarsi come importanti realtà nazionali capaci di spostare voti ed influenzare orientamenti politici, ideologie e pensieri di milioni di persone, ponendo fine all’egemonia sociale, culturale e politica del cattolicesimo – nel caso del Togo, l’ascesa evangelica ha frammentato ulteriormente il panorama religioso del paese, diviso tra animisti, cattolici e musulmani.

L’America Latina, il continente cattolicissimo per eccellenza, da anni produce sindaci, governatori e presidenti affiliati a denominazioni della galassia evangelica ancorata teologicamente su posizioni fondamentaliste, giudeo-messianiche e sioniste cristiane e ideologicamente su posizioni atlantiste, un riflesso politico dei grandi capovolgimenti sociali intercorsi nell’ultimo trentennio che hanno portato i cattolici a ridursi al 69% della popolazione latinoamericana nel 2014 (erano il 92% nel 1970) e i protestanti a diventare il 19% (erano il 9% nel 1970), secondo il Pew Research Center.
La rapida e preponderante ascesa dell’evangelicalismo in salsa americana nel Sud globale, Africa sub sahariana e America Latina in particolare, non è solo legata a fattori contingenti, secolarizzazione ed allontanamento dei fedeli cattolici per via dei periodici scandali che investono gerarchie ecclesiastiche vaticane e preti comuni, ma frutto di una strategia di geopolitica religiosa statunitense che trova la sua base ideologica nel rapporto Rockefeller sulle Americhe e nei documenti di Santa Fe.
Durante la guerra fredda il contrasto al comunismo diventò l’esigenza primaria dei piani di sicurezza nazionale statunitensi ed il Vaticano si convertì da un attore con cui dialogare ed instaurare rapporti in chiave antisovietica ad un alleato inaffidabile poiché sospettato di infiltrazioni comuniste, alla luce del fermento sociale e politico galvanizzato dagli ambienti cattolici latinoamericani.
Fu la proliferazione delle comunità di base, il fascino esercitato sugli indigenti dalla teologia della liberazione e i gesti eclatanti di preti guerriglieri come Camilo Torres e dei Montoneros a spingere gli Stati Uniti a combattere il cattolicesimo rivoluzionario latinoamericano. In questo contesto furono redatti i documenti di Santa Fe, durante l’amministrazione Reagan, indicanti l’esigenza di finanziare una campagna di proselitismo sotterraneo tesa ad incrementare il peso del protestantesimo evangelico in salsa atlantica come contrappeso all’egemonia cattolica.
Non è un caso che grandi leader evangelici dell’America Latina, come Cash Luna o Edir Macedo, accomunati da trascorsi poco limpidi e di cui si conosce poco, abbiano legami molto stretti con gli Stati Uniti, nei quali hanno appreso le tecniche del tele-evangelicalismo e dai quali hanno ottenuto da essi cospicue donazioni ed aiuti a patto di allinearsi ideologicamente con le visioni sul mondo che guidano il mondo del neoconservatorismo e del fondamentalismo evangelico nordamericano.
Il Brasile, fino a pochi anni fa il paese più cattolico del mondo per via del numero di affiliati in rapporto alla popolazione, rappresenta – insieme al Guatemala probabilmente, uno dei casi più emblematici di decattolicizzazione indotta.
Secondo i dati dell’Istituto Datafolha tra il 1970 ed il 2016 i cattolici sarebbero passati dal rappresentare il 90% della popolazione al 50%, sullo sfondo di un aumento degli affiliati protestanti, divenuti il 29% del totale. Cambiamenti nel panorama religioso che hanno avuto inevitabili, e prevedibili, riflessi sul versante sociale e politico: aumento del conservatorismo sociale, demonizzazione di riti e tradizioni cattoliche, crollo dei battesimi, diffusione di nuovi orientamenti politici, meno terzomondisti e socialisteggianti e più filo atlantisti, graduale emarginazione dei cattolici dalla vita pubblica e conseguente riduzione di potere, prestigio e presa collettiva del pontefice sul continente.

Non ai cattolici, ma agli evangelici si è rivolto Jair Bolsonaro durante la campagna elettorale per la conquista della presidenza brasiliana dell’anno scorso. Una campagna del tutto peculiare, passata a fare comizi nelle chiese evangeliche, a parlare della fratellanza ebraico-evangelica, ricevendo il pubblico supporto dei due leader attuali di tale legame indissolubile: Donald Trump e Beniamin Netanyahu.
Una delle prime mosse di Bolsonaro è stato adeguarsi alla linea di Trump su Gerusalemme, continuando con viaggi ufficiali e non tra Washington e Tel Aviv.
Trump, Morales, Bolsonaro, Hernandez hanno agito per ragioni politiche, ma ciò non deve far dimenticare l’essenziale ruolo giocato dall’elettorato protestante, in particolare di carattere pentecostale, evangelico e giudeo-messianico, nel favorirne gli insediamenti alle rispettive presidenze; un elettorato per nulla spaesato dalla scomparsa dei partiti di massa e dalla fine delle ideologie avvenuta nel dopo-guerra fredda e che, a differenza delle masse depoliticizzate e secolarizzate, sa dove e come direzionare il proprio suffragio.
Mentre il voto cattolico ha perso sensibilmente rilevanza, per via dei processi di secolarizzazione – almeno in Occidente, quello protestante continua ad essere ancorato a visioni ideologiche, sia in paesi avanzati come gli Stati Uniti (basti pensare all’influenza del fondamentalismo evangelico tra l’elettorato repubblicano e ai richiami messianici che hanno caratterizzato l’operato di numerose amministrazioni, inclusa quella Trump), che nel Sud globale – dove nelle mega-chiese evangeliche, a parte le funzioni, si organizzano comizi elettorali, dibattiti politici ed eventi pubblici.
Gli Stati Uniti hanno dimostrato di saper costruire visioni lungimiranti riuscendo nell’impresa di protestantizzare il continente cattolico per antonomasia attraverso efficaci e persistenti campagne proselite di un evangelicalismo scritto e pensato per legittimare ambizioni geopolitiche dietro la scusante religiosa.
Non è un caso che l’Alianza Evangelica sia intervenuta direttamente sulla questione, incitando tutti gli evangelici del paese ad affissare la bandiera israeliana su balconi e chiese per mostrare il proprio appoggio alla decisione presidenziale; la stessa organizzazione che mobilitò migliaia di protestanti per le strade della capitale 8 anni fa’ in opposizione all’atteggiamento pro-Palestina dell’allora presidente Alvaro Colom. Morales ha solo fatto quel che il popolo, ex cattolico, gli chiedeva.
I giudeo-messianici e i fondamentalisti evangelici sono tra i più strenui sostenitori dell’ideologia sionista, ritenendo la nascita dello stato di Israele un segno dell’entrata del mondo nella fine dei tempi, e simpatizzano molte altre cause sostenute dagli Stati Uniti, come la lotta all’estremismo islamico (o all’islam in sè) e la difesa dei valori occidentali (anche) attraverso la forza: de facto l’espressione spirituale dell’egemonia statunitense.
In questa pericolosa partita la reale incognita è rappresentata dalle intenzioni del Vaticano, pioniere della geopolitica della fede e della nuova evangelizzazione durante i papati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, capace di mobilitare milioni di persone in Polonia, Filippine, Brasile, Argentina negli anni più bui della guerra fredda contro le dittature e oggi più che mai bisognoso di una visione di lungo termine che possa permettergli di rievangelizzare quanto perduto o altrimenti di porsi come mediatore autorevole su nuovi scenari, come ad esempio nel mondo islamico e in Asia.
Non deve pertanto stupire il disegno a matrice internazionalistica, dall’impronta cattolica meno marcata, perseguito da Francesco I sin dall’insediamento che lo ha portato in Egitto, Giordania, Palestina, Albania, Myanmar, Bulgaria e Marocco e che in questi ultimi mesi lo ha spinto a premere l’acceleratore sulla Cina, sulla quale in Vaticano hanno scommesso tutto, preferendola persino al dialogo con gli Stati Uniti.

Originariamente pubblicato su Opinio Juris, sempre a cura dello stesso autore, Emanuel Pietrobon.

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