Medio Oriente Nuove Guerre

Strategie Geopolitiche in Medio Oriente.

Quartiere a Damasco completamente distrutto dopo sette anni di guerra.

La guerra in Siria sembra volgere verso il termine dopo sette lunghi anni: l’ultima roccaforte dell’ISIS, a Baghuz, al confine con l’Iraq, è stata espugnata dalle forze armate siriane e soldati dell’YPG, le milizie del Kurdistan.

All’inizio del 2019 gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro parziale delle truppe dalla Siria, essenzialmente presenti nei territori sotto controllo curdo: dovrebbero rimanere circa 200 soldati per controllare e guidare il ritorno alla normalità. Alcuni paesi dell’Unione Europea, come Regno Unito e Germania, vorrebbero approfittare della sconfitta del Daesh ed ottenere qualche appalto in quella che si prospetta essere una ricostruzione per un valore di diversi miliardi di euro. Ma Bashar al-Assad ha già chiarito che alla ricostruzione saranno ammessi soltanto quei paesi che negli anni del conflitto sono stati dalla sua parte, lasciando presagire che l’Unione Europea potrebbe essere quasi, se non completamente, esclusa.

La Turchia è stato probabilmente il paese dall’agenda più ambigua negli anni del conflitto, alternando supporto al governo legittimo alla collusione, mai definitivamente cessata, con il Daesh e con le forze dell’opposizione vicine alla galassia islamista. Si stima che dalla Turchia abbiano raggiunto la Siria circa 60mila combattenti dell’autoproclamato Stato Islamico, una cifra enorme, una complicità gravissima. La Turchia ha tentato al tempo stesso di mantenere Assad al potere, sottrarre territori alla Siria, allargare oltreconfine la repressione del movimento curdo, considerato un nemico per la sicurezza nazionale peggiore dello Stato Islamico. Attualmente i confini a Nord della Siria sono sotto controllo Turco e i curdi sono stati respinti dalle forze di Erdogan sempre più a Est, verso il Kurdistan Siriano.

In questo sanguinoso conflitto, uno dei più drammatici del post-guerra fredda, si mescolano una gigantesca campagna di disinformazione internazionale, tentativi di genocidio operati dal Daesh, carestie pilotate, strutture archeologiche miliari distrutte per ignoranza, falsi attacchi chimici, Onlus e fazioni di Intelligence corrotte e ambigue,  il vero vincitore è colui su cui nessuno avrebbe scommesso, Assad.

E’ anche lecito chiedersi se senza l’intervento russo Assad sarebbe ancora vivo. Secondo fonti del governo russo, dal 2015 sono stati stanziati in Siria circa 63mila soldati. L’aviazione Russa è stato il ramo più coinvolto: 39mila missioni e 125mila  «obiettivi terroristici» distrutti, 86mila tra ribelli e jihadisti uccisi. L’impegno in Siria è stata non solo un’occasione preziosa per evitare la perdita di un alleato storico, ma anche per testare armi sperimentali ed estendere il proprio potere diplomatico in Medio Oriente. Vladimir Putin è riuscito non soltanto a sabotare con successo i piani euro-americani per la Siria, ma anche ad aprire una nuova partita grazie all’apertura del tavolo negoziale e di discussione con Iran e Turchia, convertiti da rivali regionali in partner strategici. Questo ha migliorato sia la posizione russa nella regione che quella dell’Iran e del cosiddetto asse della resistenza (Tehran, Baghdad, Damasco, Beirut), una minaccia esistenziale per Israele e un grande ostacolo per l’agenda americana per il Medio Oriente.


Foto: Da sinistra: il presidente iraniano Hassan Rouhani, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il presidente russo Vladimir Putin si stringono la mano dopo il vertice sulla Siria, ad Ankara, 4 aprile 2018. – Credits: ADEM ALTAN/AFP/Getty Images

Nonostante le pressioni provenienti dall’espansionismo della Nato e dal regime sanzionatorio, Putin ha dimostrato che la Russia è ancora capace di proiettare la propria forza oltre il Caucaso. E, adesso, la ricostruzione del Siria, sarà anche un’occasione per investimenti miliardari, utili per portare del capitale in circolazione nella stagnante economia russa. La sconfitta territoriale del Daesh porterà al disinnescamento graduale del conflitto siriano, maggiori battaglie a bassa intensità e scene di guerriglia sostituiranno i lunghi e sanguinosi assedi che hanno connotato il teatro di guerra. Al tempo stesso, il regime di Assad è uscito rafforzato dal conflitto, nonostante la distruzione del paese, i movimenti di protesta antigovernativi sono stati annichiliti e screditati, e una nuova generazione è emersa, più lealista della precedente.

In questo contesto si inquadra la decisione di Donald Trump di riconoscere ufficialmente le alture del Golan siriano occupate da Israele sin dal 1967 come territorio sotto sovranità israeliana. L’obiettivo è favorire una nuova escalation di violenza nella regione, spingere alleati in divenire allo scontro, creare divisione nella già frammentata Lega Araba, non permettere che la pace ritrovi spazio nella tormentata Siria.

Alture del Golan, al confine tra Israele, Siria, Giordania e Libano. Occupate militarmente dal 1967 dalle forze israeliane. La striscia verde è amministrata dalle Nazioni Unite.

Una partita quasi vinta è stata persa, ma un’altra è già iniziata. Gli Stati Uniti non permetteranno che il Medio Oriente cada sotto influenza russa, turca o iraniana, e le ritirate strategiche da Siria e Afghanistan, combinate al maggiorato supporto ad Israele, sono il segno che un nuovo disegno egemonico è pronto.

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