Medio Oriente Nuove Guerre

Medio Oriente: non ci sarà mai tregua

La guerra al terrore lanciata dall’amministrazione Bush Jr all’indomani degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 non aveva come unico obiettivo l’annichilimento di Al Qaeda e i cambi di regime in Iraq e Afghanistan. La guerra al terrore era parte integrante, necessaria e fondamentale di un preciso piano geostrategico sviluppato negli ambienti del neoconservatorismo per estendere l’egemonia statunitense sul Medio Oriente nel post-guerra fredda: il Progetto per un Nuovo Secolo Americano.
Il fatto che il termine sia caduto in disuso durante le ere Obama e Trump non significa che la guerra al terrore sia finita: i raid teleguidati con i droni contro obiettivi terroristici proseguono, i tentativi di cambio di regime anche, l’accerchiamento di rivali storici è sempre più fitto.
Le amministrazioni Obama sono oggi accusate dalla galassia repubblicana e neocon in fermento di aver sabotato colpevolmente e (in)consapevolmente l’estensione egemonica nell’area, rivolgendo le mire essenzialmente contro due paesi: Siria e Russia. Strategia miope e controproducente: la guerra civile siriana e l’avanzata del Daesh sono stati fermati dall’intervento congiunto russo-iraniano, Euromaidan non ha portato l’Ucraina nella sfera euroamericana come sperato ma ha condotto il paese verso una guerra a media intensità, a perdere territori integralmente (Crimea) o parzialmente (Donbass), e il successivo regime sanzionatorio contro la Russia ha portato Mosca nella sfera d’influenza cinese, concretizzando incubi di lunga data nell’ambiente della geopolitica risalenti al primo Novecento.
L’amministrazione Trump si ritrova ad agire in questo contesto quanto mai conflittuale e ricco di ostacoli ed incognite, in una corsa contro il tempo per impedire l’ascesa definitiva di un’asse russo-cinese e di una ancora più pericolosa alleanza turco-iraniana che rischierebbe di far detonare la situazione nella regione Medio Oriente e Nord Africa.
A ciò si deve il riorientamento delle priorità strategiche della Casa Bianca nell’area: ritirata strategica da Siria e Afghanistan, fuoriuscita dagli accordi sul nucleare iraniano, guerra sotterranea alla Turchia, guerra commerciale alla Cina, rafforzamento della cooperazione con Israele e Arabia Saudita.
Si tratta di aree geopolitiche inestricabilmente legate tra loro e solo comprendendo questo è possibile capire realmente, e quindi anticipare, le mosse degli ideologi del nuovo secolo americano. Nel 2000 dei neocon statunitensi non c’è alcuno spazio per il multilateralismo e per il multipolarismo, l’unica egemonia che Washington permetterà ed aiuterà ad emergere è quella israeliana.
Durante una recente visita in Israele, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha condiviso sul suo profilo Twitter un video in cui appare una ricostruzione in scala di Gerusalemme. Con un particolare importante: la Cupola della Roccia è sostituita dal Terzo Tempio. Un messaggio importante, carico di significati più religiosi che politici, perché il nuovo secolo americano poggia su una complessa piattaforma ideologica mescolante eccezionalismo, manifesto destino, millenarismo, messianismo, fondamentalismo evangelico, fatalismo, sionismo cristiano ed altri elementi di escatologia ed apocalittica giudeocristiana.
L’ultraortodossia ebraica sogna di ricostruire il Terzo Tempio sin da quando l’assedio romano di Tito nel 70 dopo Cristo distrusse il Secondo, a sua volta ricostruzione del Tempio di Salmone. Si tratta di una ricostruzione impossibile, perché su tale luogo oggi sorge la moschea Al-Aqsa, ma per la quale tre volte al giorno pregano nella Amidah tutti gli ebrei, perché secondo l’opinione maggioritaria del rabbinismo di derivazione maimonidica e del talmudismo esso va ricostruito prima dell’avvento del Messia. Avventisti cristiani ed ortodossi ebrei sono uniti da una comune convinzione: siamo in piena era messianica, l’arrivo dell’Unto è alle porte.
Superstizione, o forse semplice uso strumentale della religione. Eppure Bush Jr credeva che la guerra al terrore fosse un mandato divino, mentre Mike Pompeo e Mike Pence fanno propria la convinzione degli evangelici di tutto il mondo: Trump è “l’inviato da Dio per difendere Israele”.
L’ascesa dei neoconservatori nel panorama politico statunitense sembra inarrestabile e tutta la loro agenda è incardinata sul dominio del Medio Oriente. La Cina e la Russia spaventano, ma soltanto perché peculiarità geografiche, demografiche e militari ne fanno dei rivali naturali per gli Stati Uniti.
Il vero obiettivo del nuovo secolo americano è il dominio sul Medio Oriente, come ottenerlo? Caos organizzato, anarchia produttiva, cambi di regime, secessionismo pilotato, divisione etno-religiosa, in una parola sola: balcanizzazione, perché la storia dei Balcani e della Iugoslavia è maestra di geopolitica.
Ma non sono stati i neoconservatori a disegnare la strategia di balcanizzazione ed egemonizzazione sul Medio Oriente: a farlo è stato Oded Yinon negli anni ’80, importante pensatore e stratega israeliano, consulente di Ariel Sharon. Nel piano Yinon la divisione politica Sykes-Picot viene superata ed ogni grande paese a maggioranza islamica viene ridotto territorialmente, sfruttando pluralismo etnico e religioso per alimentare secessioni e dar luogo a stati più piccoli, mentre Israele corona il sogno di diventare “Grande Israele“, estendendosi fino a Sinai ed Eufrate e ritornando ai confini “biblici”. Strategia ritenuta “eccessiva”, ma così interessante da essere ritenuta un’importante fonte di riferimento e influenza per i fautori del nuovo secolo americano, in particolar modo durante l’era Bush Jr.
Lo spostamento delle ambasciate da Tel Aviv a Gerusalemme, ed il riconoscimento di quest’ultima come capitale unica ed indivisibile di Israele (recentemente riconosciuto come “Stato ebraico per gli ebrei”), il riconoscimento del Golan quale territorio israeliano e il video del Terzo Tempio, l’uscita dall’accordo sul nucleare iraniano e la guerra sotterranea alla Turchia, tutto prosegue verso la costruzione del nuovo secolo americano, che sarà anche il secolo israeliano.
Nel prossimo futuro è lecito aspettarsi maggiori pressioni sull’Iran, con l’obiettivo di un cambio di regime, sulla Turchia, per evitare che si consolidi ulteriormente il fronte islamista ed antioccidentale nel dopo-Erdogan, nell’area indopakistana, nei Balcani meridionali (in cui si intrecciano e scontrano agende americane, russe, turche, saudite), e su Russia e Cina.
La sconfitta del Daesh ed il ritorno alla normalità in Afghanistan, Iraq e Siria non significheranno un automatico ritorno alla normalità in Medio Oriente, e nel mondo islamico in generale, perché lo status quo è ancora sbilanciato in favore di Russia, Cina, Iran e Turchia, e nel nuovo secolo americano non c’è spazio per altre egemonie, micro- o macro- che siano.
La partita è aperta, gli eccezionalisti americani sono indietro ma stanno recuperando a tempi record: Trump probabilmente non è il profeta descritto, ma sicuramente il presidente che stavano aspettando, perché poco alla volta sta realmente realizzando quel “Make America Great Again” tanto usato in campagna elettorale.

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